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Il corpo delle donne. Una domanda

Ho scoperto il documentario «Il corpo delle donne» di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi lunedì 4 maggio a L’infedele. L’ho cercato e ritrovato, la mattina dopo, su www.ilcorpodelledonne.blogspot.com e sul blog di Loredana Lipperini.

«Una riflessione sull’immagine della donna nell’Italia contemporanea, attraverso i volti e i corpi femminili che vediamo ogni giorno nel nostro televisore. Quale è l’immaginario femminile proiettato oggi dalla televisione italiana? Quali sono i modelli femminili di riferimento? Quali verità comunicano? Quali autenticità? Negli anni ’60, Anna Magnani prima del ciak diceva al suo truccatore che stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele”. E oggi?» (da mymovies.it).

Immagini che purtroppo conosciamo. Riflessioni che spesso abbiamo fatto su questo blog. È duro vederle concentrate nei 25 minuti del documentario.

Qui sotto trovi gli estratti andati in onda a L’infedele. Ma ti consiglio di prenderti mezz’ora per vederlo QUI tutto. Fallo anche se non sei una donna, perché queste immagini ci riguardano tutti, a tutte le età e in tutti gli ambienti. E dal documentario non uscirai indenne.

Dopo di che mi (e ti) domando: nel proporre una riflessione critica e appassionata sul modo in cui i media (gli uomini, le stesse donne) trattano il corpo femminile, una riflessione che però non usa solo le parole (come fa un libro, un articolo di giornale) ma si avvale soprattutto di immagini (come fa un documentario), non si rischia di moltiplicare – almeno un po’ e seppure involontariamente – le stesse umiliazioni che si vorrebbero denunciare?

Quel montaggio rapido di bocche, seni, sederi che il documentario mostra, sebbene fatto con altre intenzioni, non finisce per somigliare a tanti altri che vediamo tutti i giorni in tv, con l’aggravante di rendere la rappresentazione ancora più grottesca e feroce?

Insomma mi (e ti) sto chiedendo se, per restituire dignità al corpo delle donne, non vi sia ormai altra soluzione che smettere di fotografarlo e filmarlo.

Sottrarlo allo sguardo.

Spegnere i riflettori.

Una volta per tutte.


Vita da sottilette

Scena Numero Uno. «Certo che lavare i piatti tutti i giorni è proprio una bella scocciatura,» dice Gaia con le maniche rimboccate e i guanti di gomma rossa, mentre si affaccia su un acquaio ricolmo di stoviglie sporche. «Ma oggi ho scoperto “sottilette in carrozza”, cloc cloc cloc (fa il verso), che sono così buone, ma così buone che i piatti sono arrivati già belli puliti e i bambini non hanno lasciato nemmeno una briciola!»

Nel frattempo entra di corsa il fratellino, che finora era altrove a giocare: si arrampica su uno sgabello, lancia un giocattolo nell’acqua e le procura uno schizzo di sapone negli occhi.

Happy end: mentre il fratellino si degna almeno di asciugare un piatto, Gaia dice raggiante: «Devo proprio farle di nuovo. Niente è meglio di Sottilette Kraft».

Scena Numero Due. Sofia, cappello di paglia e filo di perle, camicia di trine e gonna al ginocchio, guarda in camera e si lamenta: «Tutte le volte che c’è la partita mio marito non c’è proprio,» dice indossando un paio di occhiali scuri. «E quando gli parlo mi fa sempre shhhhh», aggiunge mentre la camera rivela che non sta parlando con noi, ma con un cane di pezza.

Happy end provvisorio: «Ma io ho un trucco: gli preparo le mie buonissimissimissime lasagne con sottilette e tutto cambia: lui mi sorride pure!».

Epilogo con sospiro: purtroppo, a dispetto dell’ottimismo di Sofia, si sente un goal dalla tv accesa, seguito dal tipico urlo maschile. Non le resta che concludere, sempre rivolta al cane di peluche: «Cosa ti avevo detto? I soliti maschi…».

Sembrano casalinghe anni Sessanta, ma sono due bambine di quattro cinque anni che vivono nel 2009. Mettono in scena la più desolante solitudine e oppressione femminile (maschi nullafacenti o assenti, femmine ai lavori domestici), ma sono talmente belle, ammiccanti e sorridenti che suscitano solo commenti entusiastici, specie da parte delle donne: «Voglio una bimba come Gaia!», «Che carine!».

Insomma, l’ultima campagna Kraft mette in scena la stessa identica idea di femminilità e maternità che la pubblicità proponeva negli anni Sessanta, ma nessuno ci fa caso perché «è un gioco, non è sul serio».

Peccato che, a furia di vedere (e fare) giochi così, poi le cose si fanno serie. Specie per i bambini, che di spot (e sottilette) si nutrono tutti i giorni.

[PS. questo pezzo è uscito anche nella sezione «Controimmagine» di www.zeroviolenzadonne.it, con cui ho iniziato una collaborazione.]

Spot con Gaia

Spot con Sofia

Spot con protagonista innominata: «No, sul gelato no!»

La nuova Eva

Avevo promesso che avrei postato i pochi capitoli che meritano di Nouvelles Mythologies, aggiornamento corale (a cura di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore del Nouvel Observateur) di Mythologies di Roland Barthes.

Ecco – con grassetti miei e un’omissione – il capitolo di Pascal Bruckner, scrittore, filosofo dei «nouveaux philosophes», sessantottino deluso (così lo definisce la scheda biografica).

Sono d’accordo su tutta la prima parte. Sono però meno ottimista di Bruckner nelle conclusioni: per «giocare con i luoghi comuni», per manifestare la «singolarità interiore» che lui – nonostante tutto – attribuisce alla nuova Eva, per essere davvero libere insomma, occorrono una coscienza delle regole e una freddezza che forse si trovano nello star system. Forse.

Ma i milioni di ragazze che seguono quegli esempi? Controllano il gioco o ne sono controllate?

«Un tempo alla borghese e alla puttana si attribuivano ruoli ben definiti: alla prima correttezza e convenienza, all’altra volgarità e pacchianeria. Questa distinzione ormai non regge più; la scollacciata può essere raffinata e sobria, e l’elegante spendere una fortuna per vestirsi da “svergognata”. Vediamo quindi, ormai da anni, mogli inappuntabili, gran dame e brave ragazze che, da Rio a Mumbai, da Malaga a Stoccolma, mostrano il corpo, strizzano il seno e il sedere, fanno uscire le mutande dai pantaloni, insomma, ostentano un atteggiamento da pornostar con una naturalezza disarmante.

È il trionfo della troietta: con gli attributi esposti fino all’esagerazione, questa si impone nel momento in cui il macho, che mette in mostra i suoi simboli fallici, è in declino. La parola stessa, con le sue implicazioni peggiorative e vagamente scatologiche, testimonia della nostra ambivalenza al riguardo di questo fenomeno: come se un po’ della riprovazione tradizionalmente riservata alle prostitute si fosse trasferita sulle loro parodie mondane. Ce l’abbiamo con loro per il fatto di attrarci con tanta facilità, e tuttavia non riusciamo a staccare gli occhi dalle loro grazie in bella mostra.

È paradossale che le donne, dopo aver conquistato l’indipendenza, si autorappresentino così, come oggetti puramente erotici. Il diktat dell’esplicito comporta in primo luogo la fine dell’intimità: occorre mostrare il proprio pedigree libidinoso in pubblico. Come se oggi il peggior nemico non fosse il puritanesimo, ma l’anonimato, come se le persone fossero pronte a tutto pur di avere un’esistenza sociale: a spogliarsi moralmente in televisione, e realmente nella vita quotidiana. La sessualità non è stata tanto liberata, quanto piuttosto integrata tra le norme di valutazione degli individui. Perché per chi lo porta quell’abbigliamento significa soprattutto: sto al passo, per quanto riguarda le promesse erotiche non mi troverete impreparata.

La troietta mette insieme il modello dell’adolescente e dell’adescatrice: gioventù ed esperienza. Sottintende prodezze erotiche, illimitata distribuzione di piacere. Qualche anno fa un settimanale femminile titolava in copertina: «Sei una porca?». Lo stupore non veniva soltanto da questo titolo provocante, ma anche dalle risposte date dalle redattrici del giornale in questione: ognuna di loro rivendicava con fierezza quella definizione, si rappresentava come l’ultima delle prostitute, la regina delle bagasce, la vacca assoluta.

Dobbiamo ammetterlo: il sesso è diventato l’ultima forma di snobismo alla quale occorre cedere, pena l’esclusione sociale. L’internazionale delle troiette possiede le sue icone: Britney Spears, Paris Hilton, ragazzine scollacciate e portatrici di una sottocultura della femminilità aggressiva.

L’uniforme, evidentemente, inganna, ed è fonte di infiniti malintesi. Sbaglieremmo a pensare che le nostre compagne siano improvvisamente preda dei furori di una Messalina. Così come le donne di un tempo in crinolina, garza e corsetto non erano tanto oneste quanto parevano, quelle di oggi, accessoriate, insalsicciate, siliconate, non sono poi tanto infoiate quanto sembrano. L’impudicizia non sempre è sinonimo di ragazza facile, è un gioco con gli emblemi della volgarità.

Si tratta soprattutto di attirare l’attenzione del principe azzurro: ai suoi soliti attributi, Cenerentola aggiunge il tanga sul didietro, il reggiseno sporgente, la canottiera sopra l’ombelico e il pantalone aderentissimo. Rispetto a sua madre, deve offrire qualcosa di più: l’abilità amorosa, ovvero una infinita scienza del godimento.

[…]

Tuttavia, la troietta resta un enigma: è talmente ligia alle regole della moda, da essere sospettabile di trasgressione. Talmente offerta, abbandonata, da diventare inaccessibile. Comunica in modo troppo vistoso perché il messaggio non ne risulti oscurato. La sua ostentata provocazione somiglia a uno sbeffeggiamento dei pregiudizi, riproposti e fatti a pezzi nello stesso tempo. Come se si riappropriasse dello stereotipo della donna oggetto, dell’animale da letto, trasformandolo in un segno del potere, e non più di sottomissione.

«Volete ridurmi ai miei organi sessuali? Lo faccio da me, ma con una tale sovrabbondanza di accessori, di maschere, che vi sarà impossibile riconoscere in me le vostre fantasie.» Gioca con i luoghi comuni, e fa del suo corpo una sorta di teatro nel quale essi fioriscono e muoiono.

Più si adegua al conformismo generale, più manifesta una singolarità interiore. L’indecenza non è meno enigmatica della castità. Imbacuccata o nuda, la donna resta indecifrabile.

E se questa strategia dell’eccesso fosse una possibile strada verso la libertà, un modo per sovrapporre le maschere, per moltiplicare le identità?

Sotto il tanga della troietta, batte pur sempre un cuore.»

(«La nuova Eva» di Pascal Bruckner, in Nouvelles Mythologies, sous la diréction de J. Garcin, Seuil, Paris, 2007, trad. it. di Maria Cristina Maiocchi, Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart, ISBN Edizioni, 2008, pp. 40-43).

Maschio per obbligo

Grazie a questo post di Loredana Lipperini, ho appena scoperto il progetto Maschio per obbligo.

Dalla loro home:

«Maschio per obbligo, progetto di Medici per i Diritti Umani onlus, ha l’obiettivo di attivare una riflessione sullo stereotipo dell’uomo che lo inquadra nel cliché della virilità, intesa come prevaricazione. Il panorama dei cliché della virilità su cui agire è ampio e variegato: pervadono la pubblicità, i libri scolastici, i testi militari, i manuali educativi, i mass-media in genere e non ultimo le esternazioni dei nostri attuali governanti e le leggi che emanano.

Gli interventi nello specifico:

– Monitoraggio dei mass media in genere (tv, cinema, giornali, pubblicità, ecc.) per l’individuazione e la denuncia dei contenuti di violenza/aggressività relativamente alle relazioni eterosessuali ed omosessuali. Denuncia e diffusione degli interventi disinformativi/diseducativi che possano derivare da personaggi politici, dello spettacolo e comunque di risonanza pubblica.

– Attivazione a livello della popolazione generale e in particolare nei giovani della capacità di analisi e lettura critica dei contenuti sessisti dei mass media e della produzione culturale in genere (video, testi canzoni, libri, testi scolastici, ecc.). Elaborazione di materiale informativo/educativo (poster, cartoline, opuscoli).

– Riattivazione in ambito culturale/intellettuale del dibattito relativo agli stereotipi sessuali per ripristinare livelli di controllo/denuncia costanti e visibili (convegni, saggistica, dibattiti)

– Coinvolgimento del livello politico per garantire l’attenzione a livello normativo e legislativo di queste tematiche.»

Sul loro sito trovi, fra l’altro, una selezione di pubblicità, testi, interventi politici, che negli ultimi anni hanno contribuito – spesso in modo grave – a confermare e diffondere una visione violenta dei rapporti fra i sessi.

Pregevole, li seguirò.

La guerra dei sessi 2

Come ieri Roberta osservava, ultimamente in pubblicità la guerra dei sessi va di moda.

Il 14 febbraio scorso Breil ha lanciato lo spot “The love era”, per promuovere le nuove collezioni di orologi e gioielli della linea Breil Tribe. Spiega il sito creato per l’occasione: “Dopo più di due milioni di anni di conflitto, la guerra dei sessi è finalmente finita. È un momento epocale. Uomini e donne da tutto il mondo si incontrano per entrare in una nuova era d’amore”. Chiude la presentazione un coro di voci femminili e maschili, che reinterpretano la celebre “Love is in the air” di John Paul Young (1978).

Gli stereotipi di genere messi in scena da questo spot sono molto simili a quelli visti ieri: un’automobile (maschi) col tetto sfondato da una lavatrice (femmine), un pallone (maschi) perforato dal tacco a spillo di una décolleté dorata (femmine).

Indipendentemente dalle polemiche (l’agenzia che ha lavorato per Breil è stata accusata di aver plagiato lo spot del Mail on Sunday), qui la guerra di stereotipi è sicuramente più scontata e meno divertente di quella dello spot inglese.

Unica consolazione: la devastazione complessiva e lo scioglimento finale sembrano alludere a una certa parità fra i sessi, pur mediata da ovvi desideri di consumo: una collana a te, un orologio a me.

La guerra dei sessi

Marco – che in questo momento si trova a Londra – mi segnala (grazie!) uno spot del Mail on Sunday, che mette in scena alcuni stereotipi di genere: per gli uomini, il pallone, la automobiline radiocomandate, i magazine maschili; per le donne, le borsette stracolme di oggetti, i cagnolini da compagnia, i magazine femminili.

Ora, ridere degli stereotipi aiuta solo in parte a eliminarli: è vero che, usandoli per suscitare il riso, ne prendi le distanze (e inviti gli altri a fare altrettanto), ma è pure vero che, continuando a rappresentarli, non fai che confermarli.

Per di più, la presunta “par condicio” di questo spot non regge: apparentemente, gli stereotipi sono negativi in egual misura per entrambe le parti, ma – a ben guardarci – gli uomini si fanno scudo con il computer e le donne – ohimè – con la borsetta. E simbolicamente fra un laptop e una borsetta c’è una bella differenza, no?

Pirelli d’élite, pubblicità di massa

Sto seguendo una tesi di laurea su com’è cambiata l’immagine della donna sul Calendario Pirelli dal 1964 – anno in cui è nato – a oggi. Con sorpresa e inquietudine ho scoperto, assieme alla mia studentessa, che la rappresentazione semi-pornografica del corpo femminile a cui oggi la pubblicità commerciale ci ha abituati non è cosa recente, ma nasce col Calendario Pirelli, immediatamente dopo la cosiddetta “rivoluzione sessuale” del 1968. Semplicemente, si è passati da una rappresentazione per pochi eletti (gli utenti del calendario sono un’élite maschile) a una destinata alle masse.

In poche parole.

Fra il 1964 e il 1968 sul Calendario le donne apparivano cosi:

Poi d’improvviso, nel 1969, le donne apparvero così:

Insomma, fu nel 1969 che i fotografi cominciarono a fare a pezzi le donne: bocche, sederi, quarti di coscia e compagnia bella.

Solo che una volta queste immagini erano di nicchia, oggi sono sotto gli occhi di tutti: per strada, sui giornali, alla tv. Con tanto di labbra socchiuse su ghiaccioli e colli di bottiglia, come quelle che oggi pubblicizzano gelati, bibite, leccornie di tutti i tipi. Tanto spesso che non ci facciamo più caso.

Un anno dopo il fatidico ’68. Fu vera rivoluzione?