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«Cominciai votando Craxi, poi Berlusconi per anni, quindi Fini e l’anno scorso Renzi. Che delusione. Tutti.»

Manager sul treno

Treno ad alta velocità Bologna-Milano, business class. Di fianco a me due signori fra i quaranta e cinquant’anni, in abito grigio ferro di buona confezione, due distinti signori con fede al dito, ben curati e perfino bellocci, leggono il giornale: uno ha in mano Il Corriere della sera, l’altro La Repubblica. Senza ragioni apparenti, il treno rallenta in mezzo ai campi. Alzano gli occhi e cominciano a conversare, prendendo a pretesto la comune lamentela per quello che prevedono come l’ennesimo ritardo.
«Non si può andare avanti così.»
«Già.» Continua a leggere

Luca e Paolo «virano a sinistra»?

Fenomenologia della mia visione di Luca e Paolo a Sanremo.

Prima serata. Vedo il duetto «Ti sputtanerò» la mattina dopo, su Facebook. Rido di gusto, nonostante il meteo grigio e piovoso, nonostante la cronaca non incoraggiante, e lo posto sulla mia bacheca con questo commento: «Se su Rai 1 è andato questo, l’Italia ha ancora qualche speranza… Per il buon umore del mattino!».

Prontamente Nico, mio studente di anni fa, mi fa notare: «Prof., specificando che si tratta di satira e che quindi deve essere sempre libera, a me non è piaciuta una cosa: viene fuori che sia stato Fini a “sputtanare” Berlusconi sul caso di Ruby, delle escort e altro. Non lo dico per difendere Fini (sa bene che sono molto distante da Fini), ma semplicemente perché nell’immaginario collettivo si riduce tutto a uno scontro fra due uomini politici che non si danno tregua. Ma nei fatti, il caso delle escort non ha questa grammatica.»

Mi risveglio dal torpore, capisco l’errore marchiano in cui sono caduta e rispondo (nel tipico linguaggio colorito di Facebook che qui preferisco evitare) che certo, Nico ha ragione: tutta presa dall’obiettiva bravura e capacità comica di Luca e Paolo, tutta presa dal ridere, non ci avevo ragionato, ma l’implicito è: Berlusconi è come Fini e mille altri. Tutta fuffa per tutti.

Al che Anna Rita aggiunge che «il messaggio che si vuole passare è che Fini = Berlusconi ma solo Berlusconi, poverino, va in tribunale». E il quadro è completo: con buona pace del Giornale, che il 16 febbraio ha titolato Sanremo vira a sinistra, la gag di Luca e Paolo «non vira affatto a sinistra», ma è perfettamente funzionale al frame politico-culturale dominante (di cui Sanremo è sempre stato espressione), poiché rassicura i 14 milioni di spettatori della prima puntata che «non è niente, tutto si risolve in una sfida personale fra due galli molto arrabbiati fra loro, ma soprattutto: tutto è uguale a tutto».

Non dico che loro abbiano studiato la gag perché fosse funzionale, ma sicuramente il contenitore televisivo che l’ha accolta questi conti li ha fatti.

Seconda serata. Vedo la gag di Luca e Paolo in tv, nel flusso di Sanremo. Luca e Paolo girano intorno a Berlusconi mai nominandolo (in questo sembrano parodiare ciò che fece Veltroni in campagna elettorale nel 2008) e mettono insieme Saviano, Montezemolo, Fini, Santoro, per finire sullo stesso Morandi. Il quadro è ancor più neutralizzante della prima puntata. E anche meno divertente.

Terza serata. Luca e Paolo, serissimi, recitano un testo contro l’indifferenza e l’apatia, che solo alla fine l’inquadratura svela essere di Antonio Gramsci. Come se loro, ieri sera, avessero voluto prendere le distanze dalla scatola omologante e neutralizzante. Ma il messaggio indiretto è troppo difficile. E quello diretto non fa ridere ma, al contrario, è un richiamo all’impegno e all’assunzione di responsabilità, il che lo indebolisce ulteriormente rispetto alle puntate precedenti.

Dunque i dirigenti di Rai 1 e il Giornale possono dormire sonni tranquilli: la rivoluzione non si fa a Sanremo.

Perché Fini sembra di sinistra (anzi, meglio)

Ci sono diversi passaggi, nel discorso di Gianfranco Fini a Mirabello, che starebbero bene in bocca a un leader del centrosinistra. Vecchia storia, quella del «compagno Fini», «l’unico a fare vera opposizione», come ripetono sottovoce i delusi del Pd che, anche se non lo voterebbero mai («un erede di Almirante, come si fa?»), restano ad ascoltarlo rapiti.

I motivi per cui Fini sembra di sinistra sono tanti.

Innanzi tutto, l’atto di plateale insubordinazione a Berlusconi, con tutti i dettagli di rito: dito puntato, muso duro, parole ferme.

E poi i temi. Nel discorso di Mirabello Fini ha parlato, fra l’altro:

(1) di lavoro precario, scuola e disoccupazione;

(2) di necessità di investire sulla cultura e sul welfare, un welfare che non si rivolga solo alle categorie disagiate (ammalati, disabili, anziani), ma sia a sostegno della famiglia (e qui io intendo «lavoro delle donne», ma lui purtroppo ha parlato di «famiglie monoreddito»);

(3) di giovani e fiducia nel futuro.

È chiaro: Fini si ispira alla destra tradizionale che condivide, come tutti sanno, questi temi col socialismo tradizionale.

E tuttavia, tornando all’attualità, il punto non sono i temi, ma il modo in cui vengono comunicati. E cioè: anche i leader del Pd (Bersani, Veltroni, Franceschini) parlano di lavoro precario, scuole, welfare, giovani e compagnia bella.

Ma la retorica del Pd è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, siamo con voi perché siamo come voi». Non credibile, detto da anzianotti (di mente, prima che anagrafe), che guadagnano un sacco di soldi al mese e hanno stili di vita totalmente diversi da quelli della gente a cui pretendono di assimilarsi.

La retorica di Fini invece è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, io sono con voi anche se non sono affatto come voi (per esempio io sto in Parlamento e voi no). Ma vi prometto che mi occuperò di voi come un buon padre di famiglia, perché è giusto farlo e perché sono abbastanza competente e affidabile per farlo».

In altre parole, Fini promette cose, mentre a sinistra si piange e ci si compiange assieme al pubblico. Inoltre, la promessa non suona ipocrita in partenza, perché non si fonda su una falsa assimilazione. Last but not least, è rassicurante, perché è comodo pensare che qualcun altro più capace e potente di noi si occupi di risolvere i nostri problemi. Non male, eh?

Ecco il passaggio «più a sinistra» del discorso di Mirabello: