Archivi tag: Gad Lerner

Umberto Eco e Matteo Salvini a «L’infedele»: su leghisti e razzismo

Lunedì sera, in chiusura di un’intervista a «L’infedele», Umberto Eco dice una frase che immediatamente suscita la protesta di Matteo Salvini, della Lega, presente in studio.

Dice Eco: «Ogni posizione politica crea i propri folli marginali. Se in Italia esiste la Lega, poteva esistere anche Casseri».

Al che Salvini subito si altera: «Sono a disagio perché, va bene dar voce agli intellettuali, però sentire Eco, che può aver scritto i libri che vuole, dire – e mi piacerebbe che lo rimandaste in onda, altrimenti me ne vado – dire “Se in Italia esiste la Lega, allora c’è anche spazio per uno come Casseri”, è una bestialità. Può essere un professore, un intellettuale, può aver scritto dei bei libri che ho letto, ma liquidare tre milioni di elettori della Lega al nord alla stregua del mostro, dell’assassino di Firenze, è una fesseria, è una cazzata, è sinonimo di ignoranza».

Ora, di solito Eco pesa bene le parole che usa. E anche in questo caso l’ha fatto.

Eco infatti non ha detto qualcosa come «tutti i leghisti sono come Casseri», che sarebbe scorretto nei confronti dei milioni di elettori che votano Lega, sono sani di mente e niente affatto razzisti.

Eco ha detto che, all’interno dello sfondo culturale in cui la Lega si muove, possono nascere forme di «follia marginale» come quella di Casseri, il che non solo è vero, ma qualifica il fenomeno come «marginale», e dunque fa il contrario di una generalizzazione, che vuol dire attribuire alla totalità di un insieme le caratteristiche di un suo sottoinsieme o, peggio, di un solo esemplare di quell’insieme.

Analogamente capita a qualunque posizione politica, ha specificato Eco. Nel dicembre 2009, aggiungo io, l’antiberlusconismo produsse per esempio il caso di Massimo Tartaglia, lo psicolabile che colpì Berlusconi in faccia con una statuetta raffigurante il duomo. E altri esempi si possono fare.

Ora, un po’ di provocazione, sapendo che in studio c’era Salvini, secondo me Eco ce l’ha messa. Poteva immaginare benissimo che la reazione sarebbe stata quella. E poteva pure immaginare che molti leghisti, vedendo la scena da casa, avrebbero pensato e reagito esattamente come Salvini, sentendosi tutti liquidati come l’assassino di Firenze.

In altre parole, se Eco fosse stato un politico o un giornalista, avrebbe dovuto evitare la frase o fare una ulteriore precisazione. Aggiungere una spiegazione. Ma nella sua posizione non credo debba spiegare nulla. Basta semplicemente rivedere l’intervista.

L’intervista comincia dal 3° minuto in poi e dura circa 5 minuti:

I primi tormentoni sul governo Monti

Tutti precisano che, per carità, bisognerebbe aspettare prima di parlare. Prima di manifestare eccessivi entusiasmi («Finalmente un governo competente, un governo che ci porti fuori dalla crisi!») o timori («È un governo di banchieri, saremo controllati dalla finanza internazionale!»).

Eppure tutti parlano, eccome. Era passato solo qualche minuto dalla comunicazione ufficiale di Mario Monti, e già nei vari speciali televisivi e su internet fioccavano i commenti e le polemiche fra entusiasti (la maggioranza) e denigratori (che comunque ci sono).

Governo Monti

E allora propongo un gioco: teniamo traccia di tutto ciò che si sta dicendo in queste ore, a caldo, per confrontarlo con quanto si dirà fra qualche mese, quando avremo osservato il governo Monti «alla prova» di qualche fatto. Così vediamo la differenza. Non è difficile, perché è un governo «che deve fare in fretta», come dicono tutti; dunque la tendenza a dimenticare sarà controbilanciata dalla rapidità con cui si succederanno gli avvenimenti. Non dovrebbe essere toppo difficile, insomma, ricordarsi somiglianze e differenze.

Faccio una prima lista delle cose che si sono dette ieri (in televisione, su internet, al bar) e stamattina presto (sui quotidiani).

È un governo di «professori» (La Repubblica), no peggio, di «secchioni» (Libero). No, dobbiamo essere ancora più precisi, diceva ieri sera Lerner durante lo speciale dell’Infedele: è il «governo della Bocconi», della cultura Bocconi e di tutto ciò che rappresenta. E ne parlava con qualche docente Bocconi, appunto, e una manciata di studenti Bocconi. Niente di nuovo, per Lerner, che ospita spesso sia docenti sia studenti Bocconi e in qualche modo ieri ci stava dimostrando di aver sempre visto giusto, ospitando chi conta davvero (docenti) o chi conterà (studenti).

Al che si è subito osservata una curiosa convergenza: quella fra le proteste degli studenti (non bocconiani) che in questi giorni scendono in piazza con parole d’ordine come «diritto allo studio» e «difesa dell’università pubblica» – come accade da decenni in autunno – e ciò che del nuovo governo dicono personaggi come Ferrara, Sallusti, Belpietro, Santanché, Feltri, che fino a un mese fa sostenevano Berlusconi e ora paiono collocarsi molto più a destra di lui nel parlare di «nuovi padroni» e di «trappola dei banchieri» (Il Giornale).

Ma possiamo anche pensare che abbiano virato d’improvviso a sinistra, visto che i loro slogan coincidono non solo con quelli degli studenti, ma con quelli del Manifesto, che oggi titola «I banchieri di Dio», del Fatto quotidiano, che titola «Dio, banche e famiglia» (per sottolineare la matrice sia finanziaria sia cattolica del nuovo governo), e di Liberazione, che titola «Intesa di governo» e ci aggiunge il marchio di Banca Intesa (da cui viene Corrado Passera).

Poi naturalmente c’è il tormentone generazionale. Poiché in questo periodo va di moda simulare attenzione ai giovani, ecco che tutti si infiammano sull’età media dei ministri. In proposito ho letto su Facebook conversazioni raccapriccianti. Uno status come «Per fare il governo tecnico hanno svuotato le case di riposo» ha scatenato, per esempio, quasi un centinaio di commenti in pochi minuti: per dire che sì («Scandalo! ci governano i vecchi come mio padre, ma se gli dici che è vecchio a 57 anni ti prende a randellate») o per dire che no («L’età non conta, l’importante è la competenza»). E qui siamo ancora nell’ambito di una conversazione civile, ma altrove si leggono nefandezze come «Dovrebbero ammazzarli tutti dopo i 50 anni», che ve le raccomando.

Per fortuna Monti ha schivato il tormentone sulle donne: ne ha messe solo tre su 16 ministri (sono il 18,75%, meno di quelle del governo Berlusconi e della media di donne in parlamento), ma occupano «posti chiave», come dice Repubblica. Poiché sul fatto che conti la qualità e non la quantità sono tutti d’accordo, per il momento le polemiche paiono chetate. L’Unità ha addirittura messo le foto delle tre ministre in prima pagina, col titolo «Si cambia aria».

Dimentico qualcosa? Ogni integrazione della primissima lista di tormentoni è benvenuta.

Ma la domanda fondamentale è: quanto e come cambieranno questi tormentoni nei prossimi mesi? Il che dal mio punto di vista equivale a chiedersi: quanto inciderà la primissima immagine di questo governo con quella che si costruirà (anche) in base a ciò che farà in concreto? E quanto, viceversa, l’azione concreta si tradurrà in un cambiamento d’immagine?

Se ce l’hai con Berlusconi, non c’entra niente dargli del «vecchio»

Dei mali del berlusconismo si parla molto. Meno di quelli dell’antiberlusconismo, che pure sono tanti. In questi giorni l’antiberlusconismo ha aggiunto un danno ai già molti che Berlusconi può lasciarci in eredità: l’invettiva contro i vecchi.

Lunedì sera Gad Lerner ha festeggiato i 70 anni di Bossi e i 75 di Berlusconi, con la domanda «Hanno fatto il loro tempo?». Dimenticando che lo stava chiedendo a signori come Umberto Galimberti, che di anni ne ha 70, e infatti era imbarazzato e ha fatto un intervento insolitamente farcito di stereotipi e banalità, contro il quale il «giovane» Massimo Corsaro, del Pdl, ha avuto gioco facile nel ricordare tutti i grandi vecchi e vecchissimi della letteratura e dell’arte che da sempre la sinistra ama, da Moravia a Monicelli.

E vogliamo dimenticare che Giorgio Napolitano ha 86 anni? Può piacere o meno, ma è sul suo equilibrio che si stanno giocando gli ultimi scampoli di credibilità internazionale dell’Italia. Ed è a lui che oggi la maggioranza degli italiani riserva la massima fiducia.

Poi ci si è messo pure Nichi Vendola, col discorso di martedì a Civitavecchia:

«Ci fa vergognare l’idea che quattro vecchi maschi un po’ rimbecilliti possano con la loro volgarità entrare nella politica e sporcarla tutti i giorni».

Non ci siamo: Berlusconi, Mora e Fede, che Vendola nomina uno a uno, non sono volgari perché vecchi, come l’invettiva suggerisce. Sono volgari perché, avendo molti soldi e potere, li usano per fare del corpo umano una tangente. Corpi soprattutto femminili, ma anche maschili, perché Lele Mora compra anche quelli. Tanto è vero che, nel novero, Vendola ci mette pure Tarantini, che vecchio non è.

Ma prendersela coi «vecchi» in generale cattura applausi facili e Vendola ci è cascato. Come puntare il titolo di una trasmissione sulla vecchiaia degli uomini di potere implica alludere alla loro mortalità, e questa può fare ascolti. È come dire «crepa!».

Ma è questo che vogliamo? Dire ai vecchi «crepa!» dimenticando che gli esseri umani non sono brutti o cattivi perché vecchi, né belli o buoni in quanto giovani? Dimenticare che il mondo è pieno di persone di 70-80-90 anni intelligenti, attive, generose, stracolme di esperienza da condividere, e che queste saranno sempre più numerose nei paesi ricchi del mondo, dove per fortuna la vita media si allunga?

Dimenticare che il mondo è pieno di «gggiovani» di 20-30-40 anni idioti e senza cultura, incapaci di alcunché?

Cioè: un essere umano non è buono o cattivo, bello o brutto, in base all’età. Non scordiamolo mai. E se oggi diciamo «crepa!» a qualcuno, stiamo gettando le basi affinché qualcuno, un domani, dica «crepa!» a noi.

Lerner usa Berlusconi per promuovere «L’Infedele»

Il 24 gennaio scorso Gad Lerner fu molto bravo – direi il migliore di tutti – nel gestire l’improvvisata telefonica che Berlusconi gli fece durante «L’infedele». Ne spiegai i motivi qui: La telefonata di Berlusconi a Lerner in 10 punti.

E ora l’ha rappata in uno spot che promuove la nuova edizione de «L’infedele» che partirà a settembre.

Lo spot è adatto al target antiberlusconiano della trasmissione e l’idea del rap non è male, a parte forse la chiusura un po’ brusca (si poteva chiudere con un Lerner sorridente che ribadisce «L’Infedele… come sempre a settembre su La 7», o qualcosa del genere, come osserva Paolo).

Però mi disturba, non lo condivido. Innanzi tutto mi pare un’eccessiva autocelebrazione eroica da parte di Lerner.

E poi sfruttare per l’ennesima volta l’immagine di Berlusconi – stavolta perché in declino – per farsi pubblicità… bah.

Cioè basta.

Meglio il secondo promo, che mette in rap le parole sulla «dittatura morbida» pronunciate da Oujedane Mejri, tunisina e borsista di informatica al Politecnico di Milano, che è spesso ospite della trasmissione.

Il rap con Berlusconi:

Il rap sulla «dittatura morbida»:

La telefonata di Berlusconi a Lerner in 10 punti

Il 24 novembre scorso, dopo l’ultima telefonata di Berlusconi a Ballarò, avevo evidenziato gli elementi che ormai hanno codificato, in quella trasmissione, la telefonata di Berlusconi come un rituale di conferma del capo: il volto di Floris che all’inizio si illumina, le riprese in campo lungo dall’alto (come dire: Berlusconi sopra, gli altri sotto), i primi piani sui gesti impacciati e nervosi degli ospiti che Berlusconi accusa di mentire (il tema è sempre quello) e sulle facce gongolanti di quelli consenzienti.

Puntualmente, poi, Floris cerca di interromperlo e non ci riesce, di fargli domande e non ci riesce, gli dice di stringere e l’altro continua; infine Berlusconi riattacca e l’impaccio di Floris, anche dopo, resta evidente per molti secondi.

Ben diversa è la telefonata di Berlusconi a L’infedele il 24 gennaio:

  1. Il conduttore è sempre ripreso dal basso, il che lo mette in posizione dominante, e sta ben dritto con le braccia dietro la schiena (un po’ troppo impettito per non apparire teso: era meglio più rilassato, magari con le braccia conserte).
  2. Non c’è alcuna gigantografia di Berlusconi in studio, ma una sua piccola foto, sorridente, accompagna la scritta «in collegamento telefonico l’on. Silvio Berlusconi» (onorevole, non presidente).
  3. Quando Berlusconi accusa la conduzione di essere «spregevole», «turpe», «ripugnante», il mezzo piano su Gad Lerner silenzioso ne mostra il volto accigliato e contratto, come di uno che sta dignitosamente accusando i colpi; e tuttavia guarda dritto in camera, come se stesse fronteggiando alla pari l’avversario: bene, è ciò che ieri a Ballarò quel genio semiologico di Maurizio Crozza ha definito un «incrocio fra Clint Eastwood e un mastino napoletano». 🙂
  4. Purtroppo, quando Lerner risponde «Lei ha già insultato abbastanza», distoglie lo sguardo e lo rivolge ai suoi in studio: sarebbe stato meglio avesse risposto continuando a guardare in camera.
  5. Il regista e l’operatore colgono la difficoltà di Lerner e passano al campo lungo, sempre dal basso, mentre Lerner dice «Perché non va dai giudici, invece di insultare»: bene, gli dà il tempo di riprendersi.
  6. Infatti Lerner si riprende, rilassa le braccia, le porta davanti, si prepara a reagire. E reagisce, guardando sempre in camera: «Essendo lei anche il mio presidente del consiglio, la prego di moderare i termini». Ottima frase, ma sarebbe stato meglio che lo sguardo in camera e la posizione della testa non fossero lievemente dal basso verso l’alto, ma allo stesso livello della camera, per parità con l’avversario.
  7. Mentre Berlusconi tesse le lodi di Nicole Minetti, Lerner è di nuovo impacciato (tenta una frase ma la interrompe) e la camera torna in campo lungo (bravo, il regista!); poi riprova col mezzo piano ma l’impaccio di Lerner continua, e allora torna in studio (ri-bravo!), dove Lerner si muove un po’ nervosamente urlando sopra Berlusconi, riferito alla Minetti «E questo le consente di saltare la gavetta della politica?»; nel frattempo un cenno di fischio e un applauso accompagnano le parole di Berlusconi: è gazzarra, nessuno segue più le parole di nessuno.
  8. Quando Berlusconi dice «le cosiddette signore presenti», Lerner risponde alzando un braccio e protendendosi in avanti «Le signore non sono cosiddette…», la camera allora torna al mezzo piano (bravo!) e infatti Lerner è in pieno attacco, col braccio teso e il dito puntato: «… e lei è un cafone se le chiama così!».
  9. Per alcuni secondi Lerner guarda dritto in camera, sempre con l’espressione a metà fra Clint Eastwood e il mastino napoletano: bene; infine dà le spalle alla camera, ma solo per rivolgersi a Iva Zanicchi mentre Berlusconi la invita ad andarsene, cosa che lei non farà.
  10. Il tutto si chiude fra urla e fischi, che però Lerner quieta subito.

In conclusione, mentre le telefonate a Ballarò finiscono puntualmente con 2 a 0 per Berlusconi, la telefonata a Gad Lerner è un dignitoso 1 a 1.

Perché non parlo di Ruby

In questi giorni diversi amici, studenti e colleghi mi hanno chiesto perché non ho ancora detto nulla sul caso Ruby. Come in questa mail:

«Mi aspettavo che disambiguassi i messaggi su Ruby. C’è tutto: donna oggetto, machismo da serial, gioventù, immigrazione, politica, potere vero e presunto, obbedienza, rispetto (?) delle regole formali dei procedimenti di polizia. Invece, a molti giorni dalla vicenda, mi taci, perché?»

Ecco una manciata di perché:

(1) Non considero il caso Ruby molto diverso dagli altri scandali escort: è solo un accumulo quantitativo, ma i temi sono sempre quelli (inclusa la minore età, già vista con Noemi).

(2) Trovo controproducente parlare della questione femminile in relazione a Berlusconi, perché contribuisce a diffondere l’idea che il machismo stia solo nel centrodestra o nel cosiddetto berlusconismo. Ma la discriminazione nei confronti delle donne, in Italia, è del tutto trasversale rispetto a partiti, classi sociali, livelli di cultura. Detto più crudamente: il machismo c’è in università come in fabbrica, in città come in provincia, nel Pd come nel PdL e in Fli. (Lo so che il Pd si ribella se gli dico che sono machisti come a destra, ma non sono i sottili distinguo che fanno la differenza, e nemmeno una piccola differenza nel numero di deputati: 30% di parlamentari donne nel Pd, 20% di donne nel parlamento complessivo. Ci vuole il 50% per sentirsi diversi, ci vogliono donne nei gruppi dirigenti, ci vogliono comportamenti di rispetto quotidiano e continuo, incluse le sfumature.)

(3) Parlare di Ruby e le altre stimola sempre qualcuno a metterci la foto. O ad andarsela a guardare. E questa foto sarà – ovviamente – scosciata, ammiccante, tettuta. Sono stanca di queste immagini sulle prime pagine di Repubblica e Corriere (in questo identiche alle testate di gossip), stanca di vederle moltiplicate e integrate con video pruriginosi sui loro siti, stanca di vederle rimbalzare nei blog e su Facebook. Le donne italiane non fanno tutte di mestiere la escort, né l’accompagnatrice o la ragazza immagine.

(4) Parlare di Ruby e le altre significa per l’ennesima volta parlare di Berlusconi: il solito gigantesco elefante in mezzo all’arena. Con l’aggiunta delle tette (vedi anche Gad Lerner, Berlusconi e le donne).

(5) Parlare di Ruby e le altre in un’Italia machista significa alimentare tutti gli uomini che – più o meno esplicitamente – vorrebbero essere «pieni di belle ragazze» come Berlusconi.

(6) Parlare di Ruby e le altre non induce Berlusconi a dimettersi: la crisi in cui ora versa il governo viene da Fli, non dalle escort.

(7) Della discriminazione delle donne, in Italia, non frega niente a nessuno. Cioè frega ai giornali solo per mettere in prima pagina un po’ di ragazze scosciate, e a qualche talk show per dimostrarsi «politicamente corretto» mettendo in prima fila qualche donna a parlare di donne. Ma importa davvero solo a un sottoinsieme di donne – inclusa me – che negli ultimi due anni, poiché esasperate, hanno messo il dito sulla piaga. Col rischio di finire etichettate come «quelle che parlano sempre di donne», come è accaduto alle femministe dopo gli anni ’70. Rischio che io non voglio correre.

Un’ultima precisazione: non vale commentare che, dicendo di non parlare di Ruby, alla fine ne ho parlato. Se avessi continuato a non parlarne, potevo apparire colpevole di «qualunquismo di fronte alla gravità della situazione».

E poi c’è modo e modo. 🙂

Gad Lerner, Berlusconi e le donne

Ieri sera ho guardato L’infedele di Gad Lerner (se non l’hai vista, è sul sito della trasmissione). E mi sono abbacchiata. Per due motivi.

Uno. Il giochetto che fa Berlusconi è sempre lo stesso dal 1994: un po’ di show prima delle elezioni, e tutti abboccano. Avversari politici e media, per giorni e giorni, non fanno che parlare di lui. E ci cade anche chi, come Lerner, presume di essere più furbo degli altri, e fuori dal coro perché parla da un tv non controllata da Berlusconi. Sarà anche non controllata, ma se lui fa così è peggio che se lo fosse.

Mi annoio da sola a riparlarne, ma ricordo per l’ennesima volta la regola principale di Non pensare all’elefante! di George Lakoff:

«Ricordarsi di “non pensare all’elefante”. Se accettate il loro linguaggio e i loro frame [degli avversari] e vi limitate a controbattere, sarete sempre perdenti perché rafforzerete il loro punto di vista» (trovi le altre regole QUI).

Due. Mi avvilisce in modo crescente la nicchia che Lerner ha riservato alla questione femminile nel nostro paese (che ora lui chiama «donna tangente»). Intendiamoci: sulla tv italiana è l’unico che lo fa, da quando il 4 maggio 2009 invitò Lorella Zanardo a presentare Il corpo delle donne. All’inizio non dico che ci credevo (vedi il commento che feci QUI), ma stavo a vedere.

Ora non ce la faccio più: si vanta a ripetizione di essere l’unico uomo, in Italia, ad avere questa attenzione costante. Il che è vero, povere donne. Ma puntualmente le sue ospiti stanno lì come in una gabbietta per le scimmie.

Il tempo è sempre ridotto agli ultimi minuti di trasmissione, e vabbe’: non si può parlare sempre di quello. Ma il confine col fenomeno da baraccone è stato oltremodo superato, specie da quando è iniziata la carrellata di escort chiamate a spiegarci “perché lo fanno”.

Infine – cosa per me più grave – se invita donne a parlare di “cose da uomini”, il tempo e l’attenzione che riserva loro è sempre inferiore (molto) a quelli per gli uomini. Esempio di ieri: ha invitato la politologa Sofia Ventura a parlare di Berlusconi e bla bla bla, con il sociologo Ilvo Diamanti, lo storico Marco Revelli, il filosofo Marcello Veneziani e altri uomini. Era seduta in prima fila con Revelli e Veneziani (bene!), ma la camera saltava sempre da Diamanti (dietro) a questi due, mentre Ventura era meno interpellata e spesso interrotta. Non la conosco personalmente e non sempre condivido ciò che pensa, ma ieri diceva cose molto più interessanti, dal mio punto di vista, non dico di Diamanti, ma sicuramente degli altri due in prima fila.

Non ho avuto tempo né voglia di misurare col cronometro (se ti va, QUI c’è la trasmissione), ma la differenza era macroscopica.