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Com’è cambiata la comunicazione del Gay Pride dal 2007 a oggi, in Italia e nel mondo

Gay_flag

A distanza di qualche giorno dall’annullamento, a colpi di lacrimogeni e arresti, del Gay Pride a Istanbul, pubblico lo studio che Giulia Nieddu ha condotto per l’esame di Semiotica dei consumi della laurea magistrale in Semiotica sugli spot che, dal 2007 a oggi, hanno comunicato il Gay Pride negli Stati Uniti, in America Latina, in alcune capitali europee e in Italia. Il lavoro è molto interessante perché mette in evidenza come la stessa comunicazione degli attivisti LGBT sia stata intrisa e condizionata, negli ultimi dieci anni, da stereotipi non sempre rispettosi delle differenze e della parità dei generi e degli orientamenti sessuali. L’analisi si è concentrata in particolare Continua a leggere

Un’etero al Gay Pride

Io purtroppo al Gay Pride non c’ero, perché fuori Bologna per un impegno preso da tempo. Allora ho cercato (e sto cercando) in rete un po’ di racconti.

Fra i tanti, la mia amica Rowena ha guardato le cose con occhi che potevano essere i miei. Copio e incollo dal suo blog:

«I miei complimenti più sentiti ai giornalisti di Repubblica Bologna, che all’indomani del Gay Pride sono riusciti solo a inserire nel titolo della prima pagina “Gravi insulti alla Chiesa”.

Io c’ero, e di insulti alla chiesa non ne ho sentiti, né ho visto cartelli blasfemi. Forse ho bisogno di una visita dall’oculista e di un giro dall’otorino, ma giuro che ho tenuto orecchie e occhi aperti al mio primo Gay Pride, perché non volevo davvero perdermi nulla.

Così oggi posso dire che ho visto un sacco di gente colorata e con la voglia di esserci. Ho visto giovani e meno giovani che pacificamente marciavano e ballavano al suono di vecchie hit della Carrà (che lo so che ad alcuni può sembrare un crimine ma, vi assicuro, non lo è).

Ho visto un cartello che diceva “Veltroni, di’ qualcosa di gay”, e mi sono sentita di condividerlo.

Ho visto i gruppi di gay cattolici, e quelli che un po’ ce l’avevano con la Carfagna. Ho visto le butch e le monelle e gli orsacchiotti e gli atei e gli agnostici razionalisti. Ho visto il gruppo di Amnesty international, qualche drag queen sfilare con grande nonchalance su stiletti tacco 12 e qualche altra drag queen sfilare con grande nonchalance a piedi nudi e col tacco 12 in mano, stremate dal caldo e dagli equilibrismi.

E poi ho visto un papà che dal carro dell’AGEDO ripeteva infaticabile “Lesbiche, trans o gay, son sempre figli miei” tra gli applausi della folla. Non lo nascondo, mi è venuto il magone in gola e ho pensato che valeva la pena essere lì.

Peccato però che non ci fosse nemmeno un giornalista serio in giro…
Rowena (gay for a day)»

Orgoglio tranquillo

Quest’anno la campagna affissioni del Bologna Pride (28 giugno 2008 ) è decisamente innovativa. Il grafico Lorenzo “Q” Griffi e l’illustratore Michele Soma hanno ripreso lo stile dei manga giapponesi, disegnando personaggi con volti tondi e occhioni spalancati che hanno chiamato Puraido, traslitterazione della parola katakana che significa “orgoglio”.

Ogni Puraido racconta, sorridendo, la sua storia: abbiamo Mario, 26 anni, che “fino al mese scorso per lo Stato era Maria” e Clara, 28 anni, che “pensa ancora che l’utero sia suo e della sua compagna”; abbiamo Giulio, di cui sappiamo solo che ha 25 anni e “vota già al Senato”. L’unico a non sorridere è un innominato Xxxxx, 34 anni, vestito da calciatore della nazionale italiana e “campione nel mondo e negli spogliatoi”: presumibilmente, un calciatore gay che non può dichiarare la sua identità sessuale.

Così Lorenzo “Q” spiega i Puraido: “Ognuno è unico, proprio come nella vita reale. Quello che la campagna cerca di comunicare è che non c’è una divisione netta tra normali e diversi, ma una enorme ‘zona grigia’ che comprende tutti e tutte, anche il tuo cantante pop preferito che per contratto non può dichiararsi, il tuo compagno di banco delle superiori, la potenziale vincitrice del Grande Fratello o la cassiera della Coop sotto casa”.

Mi piacciono, questi Puraido: sono simpatici, sereni, tranquillizzanti. Gradisco meno alcuni stereotipi che, a dispetto delle intenzioni degli autori, restano loro appiccicati: le parole di Clara sono veterofemministe e come tali chiudono il messaggio, invece di aprirlo; Xxxxx dà per scontata l’impossiblità di fare coming out: perché non sognare un calcio in cui ciò sia possibile? Dolcissimo quel Mario che era Maria, ma perché vestirlo da operaio? Non poteva essere un docente, un manager? Un po’ troppo ermetico, infine, il messaggio di Giulio. All’inizio non capisci cosa c’entri il Senato, poi, dopo qualche sforzo, ti viene in mente che il punto è proprio questo: l’orientamento sessuale di Giulio, come quello politico, non è rilevante. Il rischio, però, è che molti non lo capiscano, specie se vanno di fretta come si fa per strada.

Nel complesso, comunque, apprezzo molto questa campagna che cerca, una buona volta, di togliere dalla testa dei bolognesi l’idea malsana che “quelli del gay pride” mangino i bambini. 🙂

Da quel che ho capito, infine, sul sito del Bologna Pride ognuno potrà costruirsi il suo Puraido-avatar. Sperabilmente questi personaggi si moltiplicheranno, almeno in rete se non per strada. Mi auguro allora che nascano Puraido di 40, 50, 70 anni, Puraido bancari, giardinieri, medici, infermieri, Puraido nordafricani, neri, veneti, siciliani… Che la normalità dell’essere diversi riguardi tutti i mestieri, insomma, tutte le età, le provenienze, i gusti, le inclinazioni.

Guarda i manifesti ora (puoi fare clic per ingrandirli), e come al solito, se ti va, dimmi che ne pensi.