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Era mia figlia

Dal blog di Giorgia Vezzoli:

«La stanza è chiusa, la luce spenta. Non è in casa.
Poggio la borsa sul tavolo. Mi levo le scarpe. Sono stanca.
Mi metto a cucinare. Prima o poi arriverà.
Vado in bagno. L’ha lasciato in disordine ancora. Dopo mi sente.
Torno in cucina. Spengo i fornelli.
Chiamo. Telefono spento.
La cena si fredda. Va beh, io comincio.
Richiamo. Telefono spento.
Non mangio più perché sono incazzata. Mando un messaggio e glielo dico, che sono incazzata.
Buio.
Chiamo una sua amica. Non c’è. Chiamo la mamma della sua amica. Non lo sa. Chiamo un amico. Niente.
Chiamo mia madre. Non l’ha vista. Chiamo suo padre all’estero?
Chiamo il 112. Spiego. Non mi sento meglio, dopo.
Aspetto.
Esco, la cerco e mi porto il cellulare. E se torna?
Aspetto.
Mi risolvo a chiamare mio marito.
Aspetto.
Mi richiama mio marito. Vuole tornare. Aspetta, magari non è niente. Richiamo i carabinieri.
Aspetto.
Mi faccio una tisana, tanto non dormo.
Aspetto.
Richiamo mio marito. Sta prendendo l’aereo.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
La stanza è chiusa, la luce spenta.»

Freshly Dug Grave Flower Rose at Srebrenica Genocide Memorial

«In Italia dal 2005 al 2011 sono state uccise 776 donne secondo i dati raccolti dalla Casa delle Donne di Bologna.
È dal 2006 che l’elenco dei femminicidi aumenta costantemente, superando la media di 120 l’anno, come afferma Cristina Karadole dell’associazione Casa Delle Donne Per Non Subire Violenza.
Dall’inizio dell’anno sono già 54 le vittime di violenza maschile su donne e bambini secondo il blog Bollettino di guerra. L’ultima è questa.
In Argentina il femminicidio è diventato reato» (dal blog di Giorgia Vezzoli).

Sheryl Sandberg, COO di Facebook, parla di gender gap

Ieri al panel «Women and the media» dell’International Festival of Journalism, ho citato la conferenza che Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, ha fatto nel 2011 per il Commencement Day del Barnard College, la prestigiosa università newyorkese per sole donne della Columbia University.

È uno splendido discorso sul gender gap nel mondo, fatto da una top manager di 42 anni, che non  si occupa di gender studies, non si autodefinisce “femminista” e al momento riceve da Facebook uno stipendio base di 300.000 dollari, più circa 31 milioni di dollari in dividendi (dati 2011). Certo, molto meno di Mark Zuckerberg, ma… clic per ingrandire:

Mark & Sheryl

(Qui la fonte dei dati e dell’immagine.)

Un passaggio del discorso mi ha colpita, ed è quando Sheryl riprende dal celebre libro Half the Sky del 201o di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn, che ora è diventato il movimento «Half the Sky. Turning Oppression into Opportunity for Women Worldwide», questo concetto (cito a memoria): «Se la sfida del XIX secolo fu combattere lo schiavismo e quella del XX secolo combattere il totalitarismo, la sfida del nostro secolo sarà eliminare l’oppressione delle donne nel mondo».

Ti consiglio di ascoltare con grande attenzione il discorso, ma te lo consiglio ancor più caldamente se provi sempre (in modo più o meno nascosto o esplicito) un certo fastidio quasi fisico (alla pancia, alle mani, in testa o dove ti pare) quando, su questo blog e altrove, leggi o ascolti parole sui problemi delle donne in Italia e sul gender gap in generale. Perché ti sembrano i «soliti discorsi vetero, neo o post femministi», perché «che palle» e perché «le femministe sono ossessive, frustrate, brutte e sicuramente anche un po’ lesbiche».

Il gender gap è un gravissimo problema economico e sociale che riguarda tutto il mondo e tutti gli esseri umani, non poche vetero, neo o post femministe italiane.

Quarto potere… maschile

Questi sono i numeri delle presenze femminili in Rai (fonte: CPO FNSI).

  • 33,7 per cento: giornaliste Rai.
  • 4 per cento: donne dirigenti Rai.
  • 2: donne direttore Rai.
  • 3: donne vicedirettore Rai (a fronte di 33 uomini).
  • 63: donne caperedattore Rai (236 gli uomini).

Good Night and Good Luck

Questi sono i numeri delle presenze femminili nelle notizie Rai (dati Monitoraggio OERG Osservatorio di Pavia):

  • 58 per cento: conduzione di Tg da parte di donne.
  • 10 per cento: opinioniste autorevoli.
  • 66 per cento: opinioniste “volanti”, cioè donne interpellate per strada (senza che di loro si sappia nulla: professione, età, scelte politiche).
  • 16 per cento: donne “notiziate” in quanto vittime (contro il 6 per cento degli uomini). 11 per cento: donne “notiziate” per questioni politiche o economiche.

In Rai le italiane non fanno notizia, anche se raccolgono, diffondono, scrivono notizie. Quasi mai potendo scegliere quali notizie, come impaginarle, e in quale gerarchia.

Questa è invece la situazione della stampa nazionale italiana (fonte: FNSI):

  • 5: donne direttore di quotidiani (113 gli uomini).
  • 5: donne vicedirettore di quotidiani (99 gli uomini).
  • 67: donne redattore-capo nei quotidiani (477 gli uomini).
  •  65 per cento: donne giornaliste rimaste dentro le aziende editoriali a seguito di stati di crisi. Tra queste, solo il 30 per cento ha un contratto. Tutte le altre sono precarie.
  • Fino al 40 per cento: gap di stipendio tra giornalisti uomini e donne.

Tirando le somme:

In Italia il quarto potere è in mano agli uomini in percentuali addirittura superiori a quelle che ci sono in politica. Questo giornalismo è mutilato, è un giornalismo a metà.

Non a caso, le donne italiane si stanno allontanando dalla lettura dei quotidiani:

  •  Corriere della Sera: donne che leggono il quotidiano: 25 per cento in meno.
  • La Repubblica: donne che leggono il quotidiano: 15 per cento in meno (fonte: Audipress periodo II/2011).

Proposta:

Le giornaliste tedesche si sono unite per ottenere almeno il 30 per cento dei posti di direttore e caporedattore nelle testate giornalistiche entro i prossimi 5 anni. Facciamolo anche noi, coordinandoci con loro.

Gabor Steingart, direttore del quotidiano economico Handelsblatt, si è impegnato a riservare a una donna un posto su tre nei vertici del giornale: invitiamo direttori e editori a seguire il suo esempio.

Chiediamo alle rappresentanze sindacali, alle CPO, di agire concretamente affinché l’informazione rappresenti donne e uomini, e non solo uomini.

Postato in contemporanea da Femminileplurale, Loredana Lipperini, Ipaziaè(v)viva, Marina Terragni, Un altro genere di comunicazione, Giorgia Vezzoli, Lorella Zanardo. Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.

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Traduzione di Jane Dolman.

These figures represent the number of women working in RAI (Italian State Radio and Television) (Source: CPO FNSI).

  • 33.7 percent: female journalists in Rai.
  • 4 percent: female executives in Rai.
  • 2: female directors in Rai.
  • 3: female assistant directors in Rai (cfr. 33 male).
  • 63: female editor-in-chiefs in Rai (cfr. 236 male).

These figures represent the number of women working in Rai news (data Monitoraggio OERG Osservatorio di Pavia):

  • 58 percent: female newsreaders.
  • 10 percent: female columnists.
  • 68 percent: randomly chosen women giving their opinions (’women-in-the-street’).
  • 16 percent: women in the news, as victims (cfr 6 percent men).
  • 11 percent: women in the news for political or economic issues.

In Rai women do not make news, even though they gather, broadcast and write news. Very rarely can they choose which news, its layout or hierarchy.

This, instead, is the situation of the Italian national press (source: FNSI):

  • 5: female newspaper editors (cfr. 113 male).
  • 5: female newspaper deputy editors (cfr. 99 male).
  • 67: female newspaper news editors (cfr. 477 male).
  • 65 percent: women journalists remaining on the editorial staff during economic crises, only 30 percent of them having a contract. The rest are considered temporary.
  • Up to 40 percent: the difference in wages between male and female journalists.

Summing up:

In Italy the press is in the hands of men at a percentage superior even to that of politics. This journalism is mutilated, it’s a half-way journalism.

It’s no coincidence that Italian women are reading the daily papers less and less:

  • Corriere della Sera: women who read the daily – 25 percent fewer.
  • La Repubblica: women who read the daily: 15 percent fewer (source: Audipress periodo II/2011).

Proposal:

The German women journalists have united in order to obtain at least 30 percent of the positions as chief editor and news editor of the newspapers over the next 5 years. Let’s do the same, co-ordinating with them.

Gabor Steingart, chief editor of the economic newspaper Handelsblatt, is committed to reserving one executive position out of three for a woman: we invite our executives and editors to follow his example.

L’affaire Strauss-Kahn: un confronto Francia-Italia

Sarà interessante vedere come si evolverà la vicenda del socialista Dominique Strauss-Kahn, managing director del Fondo Monetario Internazionale arrestato sabato a New York perché denunciato per stupro da una cameriera del lussuoso Sofitel di Times Square, dove aveva appena alloggiato.

Dominique Strauss-Kahn

Non è la prima volta che Strauss-Kahn è coinvolto in scandali sessuali, ma l’accusa di stupro è talmente grave che – ferma restando la presunzione di innocenza – molti considerano già bruciata la sua candidatura all’Eliseo contro Sarkozy, nelle elezioni del 2012, per la quale i sondaggi lo davano favorito.

Facendo una ricerca in rete, ho scoperto che l’ultima notizia sulla fissazione di Strauss-Kahn per le donne era apparsa sul Guardian proprio il giorno prima del suo arresto. In un articolo intitolato «French voters can separate scandal from politics», la giornalista francese Melissa Bounoua sosteneva infatti che l’elettorato francese – donne incluse – a differenza di quello anglo-americano è abituato al libertinisimo degli uomini politici francesi e nel voto non li penalizza per questo.

È vero che da sempre i media chiamano Strauss-Kahn «il grande seduttore», ma va ricordato – dice Bounoua – che pure Jacques Chirac era soprannominato «tre-minuti-doccia-inclusa» e che la fama di Sarkozy come «bad kisser» ha raggiunto anche la serie televisiva americana «Gossip Girl».

La Francia è piena di donnaioli, spiegava sempre sul Guardian Agnès Poirier il 25 febbraio 2009, in un articolo su Strauss-Kahn intitolato «Womaniser? He’s just French». E per mostrare come questo atteggiamento verso le donne sia radicato nella cultura francese, ricordava «L’homme qui aimait les femmes» (1977) di François Truffaut.

I politici francesi – a destra come a sinistra – sono dunque come quelli italiani? E la cultura francese è parente della nostra?

Piano con le analogie, perché non tutto torna. Se guardiamo infatti il Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum, scopriamo che nel 2010 la Francia, pur essendo calata (nel 2009 era al 18° posto, nel 2008 al 15°) è pur sempre al 46° posto. Meglio dell’Italia che – lo sappiamo – è al 74°.

Dei quattro fattori presi in considerazione dal World Economic Forum per stilare le sue classifiche sul Gender Gap (Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival, Political Empowerment) è solo in Political Empowerment che Francia e Italia sono similmente messe male. Sul resto, in Francia le donne stanno molto meglio di noi.

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Un brano da «L’uomo che amava le donne» di François Truffaut (1977) (doppiato in italiano):

Vita da Facebook 10 – Adulti e donne alla riscossa

Riprendo la serie «Vita da Facebook», interrotta qualche mese fa (le ultime puntate QUI, QUI e QUI), perché ho finalmente trovato su Inside Facebook alcuni dati che confermano impressioni che ho da sempre.

Intanto, smettiamola con la favola che Facebook sia usato soltanto dai ragazzini. I dati americani aggiornati al 1 febbraio 2009 mostrano che sul Facebook statunitense la fascia d’età da 26 a 65 anni è – se fai la somma – complessivamente il 45% (clic per ingrandire):

Gruppi di età su fb al 1 febbraio 2009

Queste percentuali danno una spallata potente alla discussione sui cosiddetti «nativi digitali», contro la quale ho già detto la mia QUI: le barriere nell’accesso agli strumenti informatici, e le differenze nel loro uso effettivo, sono sempre sociali, economiche e culturali, mai anagrafiche.

Inoltre, su Facebook US le donne superano gli uomini in tutte le fasce d’età (clic per ingrandire):

Utenti fb per età e genere 2 gennaio 2009

Infine, fra ottobre 2008 e gennaio 2009 il segmento demografico che è cresciuto con più rapidità (addirittura il 175,3% !) è quello delle donne fra 55 e 65 anni:

Crescita degli utenti fb da ottobre 2008-gennaio 2009

Al momento non ho ancora trovato dati italiani ed europei scorporati per genere ed età, ma credo gli Stati Uniti detteranno come sempre le nostre tendenze.