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Perché Filomena resta in Italia

Ho conosciuto Filomena, la Rete delle Donne, il 26 marzo scorso, perché mi avevano invitata a Roma per partecipare a uno dei loro incontri fondativi. Mi sono piaciute perché:

  1. non vengono solo dal femminismo storico, ma dalle più disparate esperienze, molte internazionali;
  2. sono transgenerazionali (io direi Trans-Age… 🙂 ): dalle adolescenti alle donne in pensione;
  3. sono aperte, e combattono i ghetti in cui alcuni discorsi sulle donne si autoconfinano da sempre;
  4. coinvolgono uomini eterosessuali e altri generi nelle loro iniziative;
  5. sono pratiche, concrete.

Ecco il loro Manifesto. Ed ecco perché si chiamano Filomena.

È perciò con vero piacere che segnalo il video che, sull’onda dell’«io vado, io resto» della trasmissione di Fazio (tutto fa brodo per le cause giuste), hanno appena messo in rete.

Ce la faranno, a resistere in Italia, con tutte le loro felici ambizioni?

In bocca al lupo, Filomena! 😀

La nuova Eva

Avevo promesso che avrei postato i pochi capitoli che meritano di Nouvelles Mythologies, aggiornamento corale (a cura di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore del Nouvel Observateur) di Mythologies di Roland Barthes.

Ecco – con grassetti miei e un’omissione – il capitolo di Pascal Bruckner, scrittore, filosofo dei «nouveaux philosophes», sessantottino deluso (così lo definisce la scheda biografica).

Sono d’accordo su tutta la prima parte. Sono però meno ottimista di Bruckner nelle conclusioni: per «giocare con i luoghi comuni», per manifestare la «singolarità interiore» che lui – nonostante tutto – attribuisce alla nuova Eva, per essere davvero libere insomma, occorrono una coscienza delle regole e una freddezza che forse si trovano nello star system. Forse.

Ma i milioni di ragazze che seguono quegli esempi? Controllano il gioco o ne sono controllate?

«Un tempo alla borghese e alla puttana si attribuivano ruoli ben definiti: alla prima correttezza e convenienza, all’altra volgarità e pacchianeria. Questa distinzione ormai non regge più; la scollacciata può essere raffinata e sobria, e l’elegante spendere una fortuna per vestirsi da “svergognata”. Vediamo quindi, ormai da anni, mogli inappuntabili, gran dame e brave ragazze che, da Rio a Mumbai, da Malaga a Stoccolma, mostrano il corpo, strizzano il seno e il sedere, fanno uscire le mutande dai pantaloni, insomma, ostentano un atteggiamento da pornostar con una naturalezza disarmante.

È il trionfo della troietta: con gli attributi esposti fino all’esagerazione, questa si impone nel momento in cui il macho, che mette in mostra i suoi simboli fallici, è in declino. La parola stessa, con le sue implicazioni peggiorative e vagamente scatologiche, testimonia della nostra ambivalenza al riguardo di questo fenomeno: come se un po’ della riprovazione tradizionalmente riservata alle prostitute si fosse trasferita sulle loro parodie mondane. Ce l’abbiamo con loro per il fatto di attrarci con tanta facilità, e tuttavia non riusciamo a staccare gli occhi dalle loro grazie in bella mostra.

È paradossale che le donne, dopo aver conquistato l’indipendenza, si autorappresentino così, come oggetti puramente erotici. Il diktat dell’esplicito comporta in primo luogo la fine dell’intimità: occorre mostrare il proprio pedigree libidinoso in pubblico. Come se oggi il peggior nemico non fosse il puritanesimo, ma l’anonimato, come se le persone fossero pronte a tutto pur di avere un’esistenza sociale: a spogliarsi moralmente in televisione, e realmente nella vita quotidiana. La sessualità non è stata tanto liberata, quanto piuttosto integrata tra le norme di valutazione degli individui. Perché per chi lo porta quell’abbigliamento significa soprattutto: sto al passo, per quanto riguarda le promesse erotiche non mi troverete impreparata.

La troietta mette insieme il modello dell’adolescente e dell’adescatrice: gioventù ed esperienza. Sottintende prodezze erotiche, illimitata distribuzione di piacere. Qualche anno fa un settimanale femminile titolava in copertina: «Sei una porca?». Lo stupore non veniva soltanto da questo titolo provocante, ma anche dalle risposte date dalle redattrici del giornale in questione: ognuna di loro rivendicava con fierezza quella definizione, si rappresentava come l’ultima delle prostitute, la regina delle bagasce, la vacca assoluta.

Dobbiamo ammetterlo: il sesso è diventato l’ultima forma di snobismo alla quale occorre cedere, pena l’esclusione sociale. L’internazionale delle troiette possiede le sue icone: Britney Spears, Paris Hilton, ragazzine scollacciate e portatrici di una sottocultura della femminilità aggressiva.

L’uniforme, evidentemente, inganna, ed è fonte di infiniti malintesi. Sbaglieremmo a pensare che le nostre compagne siano improvvisamente preda dei furori di una Messalina. Così come le donne di un tempo in crinolina, garza e corsetto non erano tanto oneste quanto parevano, quelle di oggi, accessoriate, insalsicciate, siliconate, non sono poi tanto infoiate quanto sembrano. L’impudicizia non sempre è sinonimo di ragazza facile, è un gioco con gli emblemi della volgarità.

Si tratta soprattutto di attirare l’attenzione del principe azzurro: ai suoi soliti attributi, Cenerentola aggiunge il tanga sul didietro, il reggiseno sporgente, la canottiera sopra l’ombelico e il pantalone aderentissimo. Rispetto a sua madre, deve offrire qualcosa di più: l’abilità amorosa, ovvero una infinita scienza del godimento.

[…]

Tuttavia, la troietta resta un enigma: è talmente ligia alle regole della moda, da essere sospettabile di trasgressione. Talmente offerta, abbandonata, da diventare inaccessibile. Comunica in modo troppo vistoso perché il messaggio non ne risulti oscurato. La sua ostentata provocazione somiglia a uno sbeffeggiamento dei pregiudizi, riproposti e fatti a pezzi nello stesso tempo. Come se si riappropriasse dello stereotipo della donna oggetto, dell’animale da letto, trasformandolo in un segno del potere, e non più di sottomissione.

«Volete ridurmi ai miei organi sessuali? Lo faccio da me, ma con una tale sovrabbondanza di accessori, di maschere, che vi sarà impossibile riconoscere in me le vostre fantasie.» Gioca con i luoghi comuni, e fa del suo corpo una sorta di teatro nel quale essi fioriscono e muoiono.

Più si adegua al conformismo generale, più manifesta una singolarità interiore. L’indecenza non è meno enigmatica della castità. Imbacuccata o nuda, la donna resta indecifrabile.

E se questa strategia dell’eccesso fosse una possibile strada verso la libertà, un modo per sovrapporre le maschere, per moltiplicare le identità?

Sotto il tanga della troietta, batte pur sempre un cuore.»

(«La nuova Eva» di Pascal Bruckner, in Nouvelles Mythologies, sous la diréction de J. Garcin, Seuil, Paris, 2007, trad. it. di Maria Cristina Maiocchi, Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart, ISBN Edizioni, 2008, pp. 40-43).

Ancora Obama, fra politica, business e cause sociali

Attentats è un marchio francese fondato da Jody Bouthillier (QUI una breve videopresentazione). L’azienda vende su Internet magliette e cappellini, con l’intento di diffondere consapevolezza sull’emergenza terrorismo in cui versa il pianeta e di manifestare solidarietà per le vittime di attentati nel mondo.

Il messaggio principale è condensato nel payoff: «Still Alive and Having Fun».

Così Jody Bouthillier spiega, sul sito, la sua filosofia:

«The Attentats (terrorist attacks) brand is not trying to justify terrorist attacks.
Wearing Attentats means breaking with a society that lives in fear and apprehension.
Wearing Attentats means asserting solidarity with all victims of terrorism.
Attentats  passes on part of the proceeds of sales to organisations WAR CHILD that assist the victims of terrorist attacks.
Nothing is stronger than an army of 6,500,000,000 survivors.
Peace.
Jody.»

Una comunicazione intelligente e spregiudicata, che punta sull’ennesima commistione fra business e temi politico-sociali e anticipa eventuali polemiche e dubbi etici dichiarando donazioni a War Child. Come fanno da anni le rockstar più “impegnate”, da Bono a Madonna.

Naturalmente, Attentats non si è lasciato sfuggire l’insediamento di Obama: il 20 gennaio ha distribuito un video su Internet, accompagnato da queste parole:

«Dear Obama,

CHANGE CAN HAPPEN. It is the slogan chosen with your team to celebrate the victory of the last elections in front of Mc Cain. And what a beautiful victory.

CHANGE CAN HAPPEN. A man of color leading the most powerful country in the world, which, helped who hardened councillors(advisers) gets ready to bring to a successful conclusion a lot of difficult task and fights .

CHANGE CAN HAPPEN. Your troops are going to withdraw according to Iraq (in spite of the new embassy which cost 565 million dollars) to go to inflate a little more the number of those already in place in Afghanistan.

CHANGE CAN HAPPEN. Then I would indeed be careful not to give you advices, however just one wish concerning your fight against the terrorism. Do not reproduce the same errors as your predecessor to avoid tens of thousand Afghan citizens to bear the same fate as tens of thousand Iraqi citizens. CHANGE HAS TO HAPPEN.

Jody Bouthillier.»

Il video è molto bello, l’uso dei media impeccabile. Come vedrai, tocca pure questioni di genere.

Scommettiamo che ti verrà voglia di comprare una maglietta?