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Studenti&Reporter 7 – Il tramonto di Bologna visto dagli studenti

Per l’inchiesta Studenti&Reporter, uscita oggi su Repubblica Bologna, abbiamo lavorato su una lamentazione ricorrente fra i bolognesi, per cui Bologna «non sarebbe più quella di una volta» (un po’ come le stagioni). Abbiamo chiesto agli studenti dell’ateneo cosa pensano del «tramonto di Bologna», come è stato chiamato dal cardinale Caffarra – l’ultimo ad aver ripreso, a modo suo, la questione.

Puoi scaricare il risultato dell’inchiesta, condotta da Daniele Dodaro, Laura Mazzanti e Marco Salimbeni, seguendo questo link: «La città è promossa, anche se mense e affitti non piacciono ai ragazzi» (dalla rassegna stampa di Unibo Magazine).

E QUI c’è il mio pezzo introduttivo:

Il giorno di Pasqua il cardinale Caffarra, durante l’omelia in San Pietro, ha definito Bologna una città destinata ad «avviarsi sul viale del tramonto». È un monito a cui la chiesa ci ha abituati da anni: da quando Biffi, nel 1985, lanciò la celebre definizione di Bologna «sazia e disperata», molti l’hanno ripresa, per ribadirla e adattarla ai tempi, o negarla polemicamente. Lo stesso Caffarra, ad esempio, l’ha menzionata più volte negli ultimi anni, parlando di Bologna ora «sfregiata e disperata», ora «non più sazia ma disperata».

A prescindere dalla chiesa cattolica, che vuole sempre sottolineare il proprio ruolo educatore e moralizzatore contro il materialismo e individualismo dei bolognesi, l’idea di una «Bologna in declino» o «al tramonto» torna spesso anche in altri ambiti, perché si sa: lamentarsi dei mali della città è uno dei passatempi preferiti dai bolognesi.

Siamo dunque di fronte al solito luogo comune? In parte sì, anche se non si può negare che, negli ultimi anni, il lamento si sia fatto più acuto e frequente, specie per quanto riguarda le politiche culturali e la sicurezza cittadina (si veda l’inchiesta di Studenti&Reporter il 17 febbraio 2010).

Inoltre, la crisi economica ha contribuito al malessere generale con numerosi e fondati motivi. Non a caso, subito dopo Pasqua, le parole di Caffarra sono state riprese persino dalla Fiom-Cgil, che le ha collegate ai problemi di migliaia di lavoratori del settore metalmeccanico, che sono in cassa integrazione e hanno prospettive assai incerte.

Insomma, l’impressione generale è che oggi lo stereotipo di Bologna «sul viale del tramonto» possa essere più fondato di una volta. È a partire da queste considerazioni, allora, che ci siamo chiesti: come la vedono i ventenni su questo punto? Credono anche loro che Bologna sia in declino? E cosa pensano gli studenti fuori sede che, avendo scelto di studiare a Bologna, forse ne avevano un’immagine positiva? Le loro aspettative sono state soddisfatte o deluse?

Come vedremo, la maggioranza dei giovani che abbiamo intervistato – residenti o meno – danno prova di grande concretezza: non lanciano anatemi contro la città in cui vivono e studiano, ma individuano chiaramente diversi problemi.

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Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

Etica e finanza: un dibattito del 1987

In questi giorni, mentre discutevamo di attualità varie, Alessandro ha citato una vecchia battuta del cardinal Biffi che più o meno suonava così: «Il denaro è lo sterco del diavolo, ma se serve a concimare i campi del Signore, allora va bene».

Poiché il mio amico non ricordava quando esattamente il cardinale avesse pronunciato queste parole, ho fatto una ricerca su Google, scoprendo un articolo di Mauro Alberto Mori su Repubblica, che risale addirittura al 3 aprile 1987. Dall’articolo si evince che Biffi avesse detto la frase durante un convegno su «Denaro e coscienza cristiana», che si sarebbe tenuto a Bologna in quei giorni.

Fra gli invitati Romano Prodi, allora presidente dell’IRI.

Al di là della posizione di Biffi – interessante versione cattolica del più generico «il fine giustifica i mezzi» – leggi bene tutto l’articolo: scoprirai che nel 1987 molte persone e problemi di oggi erano già tutti lì.

ENTRANO IN CHIESA TANTE BUONE AZIONI

di Mauro Alberto Mori, La Repubblica, 3 aprile 1987.

BOLOGNA. «Il denaro è lo sterco del diavolo», commenta, sorridente come sempre, Romano Prodi. «È vero» ribatte, con lo stesso tono, il cardinal Giacomo Biffi, «ma può servire a concimare i campi di Dio».

La Chiesa affronta il tema della vil pecunia, chiama fior di professori, industriali e sindacalisti a discutere di dollari e azioni e offre, in un salone austero della Curia di Bologna, questo stuzzicante antipasto. L’economista e il cardinale, faccia a faccia, a parlare di «Danaro e coscienza cristiana». Titolo un po’ spudorato per un convegno organizzato da noi, dice Biffi, il prelato arrivato tre anni fa nella rossa Bologna a portar il verbo di papa Wojtyla.

Ma argomento più che legittimo perché la fede e l’eucarestia entrano in tutti gli aspetti della vita dell’uomo: nell’amore, nel dolore, nella gioia, nella morte, nel lavoro, nell’economia e nella politica, spiega l’arcivescovo. E il messaggio di una Chiesa che vuol discutere di tutto, che vuol parlare non solo delle buone azioni, ma anche di quelle di Piazza Affari risuona alto.

Mentre Prodi, cattolico praticante e presidente dell’IRI, auspica un sussulto etico nel gran mondo della finanza, Biffi esorta il suo gregge a non considerare più il denaro come il demonio. Alle spalle di questo faccia a faccia, convocato per presentare il convegno «Danaro e coscienza cristiana» che si terrà a Bologna venerdì e sabato della prossima settimana, aleggiano il nome di Marcinkus, il viaggio in Cile del Papa, le dure parole dei vescovi emiliani per l’Emilia sazia e disperata.

Il cardinale, però, non divaga e rivendica il diritto-dovere dei cristiani di parlare anche dei soldi. Non più e non solo come obolo di San Pietro o come semplice necessità materiale per la sopravvivenza.

Interiore coerenza. La comunità cristiana ritiene, dunque, di avere il diritto, quello civile, incontestabile, che «la nostra costituzione riconosce a tutti i raggruppamenti, di riflettere, di valutare, di scegliere in tutti i campi in cui sia coinvolto l’uomo» sostiene con voce sottile e tono fermissimi Biffi, «compreso quello dell’economia e del lavoro. Ma questo è anche un nostro dovere come cristiani, un dovere di interiore coerenza».

Prodi, che sarà uno dei relatori al convegno insieme a Beniamino Andreatta, Guido Carli, Carlo D’Adda, Achille Ardigò, Franco Marini, Agostino Giovagnoli e al cardinale Carlo Maria Martini, annuisce alle parole dell’arcivescovo di Bologna. E aggiunge: «Da due o tre anni, dopo questa sbornia di sviluppo, in tutti gli ambienti economici e finanziari, e in particolare negli Stati Uniti, si fa un gran parlare di problemi etici. Tutti oggi si chiedono se è possibile un sistema economico mondiale senza una etica di base».

Prodi cita il Vangelo, la parabola di Matteo seduto al banco delle imposte e chiamato a seguire Gesù, il problema morale delle tasse e riconosce che la Chiesa, finora, ha avuto troppa diffidenza di fronte al problema danaro. Credo che ci si sia pensato troppo poco, ne parliamo nella vita quotidiana, sì, ma abbiamo quasi il pudore a farlo in modo schietto, esplicito, dice l’economista. Saluta come una cosa molto positiva questa ricerca di valori reali tra i cattolici e gli economisti.

Sarà il nodo centrale del convegno perché Biffi, ricordando San Paolo, dice che i cristiani devono esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Anche nel mondo dei soldi c’è il buono e il cattivo. Perché i soldi possono servire per l’elevazione della condizione dell’uomo o per la sua corruzione. «Bisogna saper scegliere», continua, sempre più deciso, il prelato che siede sul seggio che fu di Lercaro e Poma.

Abbandonata l’immagine del danaro che attenta alle virtù umane, anche la ricchezza della società d’oggi, per il cardinale, è un sintomo positivo. «Il consumismo è contro la dottrina cristiana. Il consumo no», ammonisce. Poi, quasi come in una predica dall’altare, tuona: «Non è detto che la ricchezza di per sé sia peccato».

Una battuta su Marcinkus. Di fronte a queste parole i ricordi del catechismo traballano. L’immagine del poverello d’Assisi sembra lontanissima. Ed è a questo punto che, al paragone di San Francesco tra denaro e sterco, riportato da Prodi, Biffi replica giustificando e rivendicando l’uso buono del denaro. Il match, molto più approfondito, verrà ripreso nella due giorni della Curia bolognese che celebra il congresso eucaristico diocesano. Ora c’è solo il tempo per una battuta su Marcinkus: «Aspettiamo a giudicare dice Biffi perché la magistratura italiana non ha sempre dato esempi di obiettività», e un veloce commento sulla crisi delle casse vaticane: «Quello della cattiva amministrazione dei nostri soldi è un luogo comune», dice il cardinale. «Io so solo che dopo duemila anni la chiesa non è ancora fallita».

Mauro Alberto Mori, La Repubblica, 3 aprile 1987.