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I giovani, una specie da proteggere?

L’ultima campagna 8 per 1000 della Chiesa Valdese è interessante perché mette a nudo ciò che in altri casi è meno smaccatamente chiaro: i problemi dei giovani, la «questione giovani» in Italia sono ormai diventati un passepartout, uno slogan facile-facile, buono per ottenere consensi, applausi e magari… soldi in tutte le occasioni.

Cosa vuol dire «sostenere iniziative che creino opportunità per i giovani»? Concorsi a premi? Distribuzione di paghette al sabato? E poi, quali «giovani»? Adolescenti? Neolaureati? Trentenni al quarto stage? Quarantenni licenziati?

Chiesa Valdese, Potere a chi non ha lavoro

Napolitano, i giovani e il coro

Che il discorso di fine anno del presidente della Repubblica sia fatto per mettere d’accordo tutti (sia bipartisan, come si dice) non è una novità: poiché deve rivolgersi a tutti gli italiani e le italiane, non può certo esprimere una parte.

Per questo, dal 1949 a oggi, i discorsi presidenziali di fine anno, pur differenziandosi per stile e contenuti – che dipendono un po’ dal presidente, un po’ dal contesto storico-politico – devono il più possibile dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Perciò di solito ottengono lodi e critiche equamente distribuite fra tutte le parti politiche, sociali, economiche.

Tuttavia, mentre l’anno scorso il bilancio delle lodi e delle critiche era in pareggio (vedi Il discorso presidenziale di fine anno: lodi e attacchi bipartisan), quest’anno Napolitano ha ottenuto solo consensi perché, pur affrontanto molti temi, ha usato la leva retorica che da noi va per la maggiore: i giovani.

Attenzione: non sto dicendo che Napolitano ha fatto il furbacchione per ottenere consensi. Credo che in questo momento il valore simbolico dell’attenzione ai giovani e ai problemi dell’università sia importante. Tanto, che pure il New York Times ha dedicato un articolo all’anomalia italiana: un paese che non solo invecchia («Fra un po’ non ci saranno più italiani né greci, spagnoli, portoghesi o russi – dice al NYT l’economista Laurence J. Kotlikoff – e immagino che i cinesi riempiranno il sud Europa»), ma costringe i pochi giovani che ha ad andarsene per trovare percorsi di lavoro decenti.

Il problema è il coro: tutti a ripetere che bisogna pensare ai giovani, da Berlusconi a Bersani, da Fini a Di Pietro. Tuttavia, come ho detto altre volte, in Italia bisogna sempre diffidare di chi blandisce i giovani: quando va bene, è vuota demagogia (lo dicono e non lo fanno), quando va male equivale a inserire nei partiti e nelle organizzazioni persone poco competenti e preparate, ma in compenso molto inquadrate, deboli e manipolabili dai dirigenti. Non a caso tutti i partiti fanno il coro del «largo ai giovani».

Ma la mancanza di prospettive, in Italia, non riguarda solo i giovani, ma tutte le generazioni. Ed è soprattutto un problema:

  1. del mercato di lavoro, più che del sistema educativo – pur avendo, questo, tutti i problemi che sappiamo;
  2. dell’incapacità, tutta italiana, di darsi regole per introdurre una vera e sana meritocrazia in tutti gli ambienti (aziende, università, scuole, pubblica amministrazione, politica, governo) e per tutte le generazioni.

Una persona va scelta per un certo ruolo (lavoro, carica, funzione) perché ha studiato per quel ruolo, perché è intelligente, creativa, preparata, perché in quel ruolo saprebbe fare questo e quello e lo farebbe con passione e onestà. Non perché ha 20, 30 o 40 anni. E nemmeno perché ne ha 70 o 80, naturalmente.

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Idee per una tesi (triennale o magistrale, a seconda del tipo e livello di approfondimento): analizzare dal punto di vista retorico-semiotico il discorso di Napolitano nel quadro dei messaggi presidenziali di fine anno dal 1949 a oggi (tesi magistrale), o dalla cosiddetta seconda repubblica a oggi (tesi triennale).

Trovi sul sito del Quirinale i testi di tutti i messaggi di fine anno degli ex presidenti italiani, fino all’attuale.

Generazioni a confronto

Non ho mai sopportato gli steccati generazionali. Per intenderci: il fatto che i ventenni frequentino solo ventenni, i bambini delle elementari solo amichetti della stessa età, i settantenni altri settantenni. Per me un ragazzino di dieci anni dovrebbe divertirsi col nonno, oltre che coi ragazzini della sua età. E giocare a zompagalletto col cugino ventenne e la vicina di casa quarantenne. Più ci si mescola, più si cresce. Da zero a cent’anni.

Perciò, puoi immaginare come ci sono rimasta bene quando ho ripescato questo brano di Pasolini, da un articolo che scrisse il 7 gennaio 1973 sul Corriere, che s’intitolava “Contro i capelli lunghi”:

«Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.

Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico.

Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri.

Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso.

Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre

(P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975, p. 10)

Carta vetrata sui conflitti generazionali di allora. E quelli d’oggi?