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«Se non ora quando» a Siena: tre cose che mi sono piaciute e tre no

Non ho potuto andare a Siena per «Se non ora quando» perché avevo già preso un impegno per il «Salone della parola» a Pesaro, ma da sabato pomeriggio ho seguito la manifestazione in streaming sul web.

Mi sono piaciute:

  1. La comunicazione: gli spot che sono andati in onda sabato, nel primo pomeriggio, mi sono sembrati semplici, incisivi, ottimisti. Peccato non siano ancora su YouTube. Spero ci arrivino in fretta, che vorrei rivederli e analizzarli.
  2. La plurivocità: oltre alle organizzatrici, alle donne con cariche istituzionali e politiche, alle celebrità, sono salite sul palco decine di donne provenienti da tutta Italia, per dire la propria in 3 minuti, anche senza rappresentare niente e nessuno, solo se stesse.
  3. La mille volte dichiarata volontà di fare rete, includere, unire, per superare le divisioni e i settarismi che contribuirono a far arenare, a suo tempo, il femminismo storico italiano. Spero che alle parole seguano i fatti.

Non mi è piaciuto:

  1. Che ci fossero pochi uomini. Alcuni c’erano, li ho visti bene. Ma erano troppo pochi per una che, come me, crede che sui problemi delle donne si dovrebbero mobilitare tutti i generi sessuali, non solo le donne. Sono problemi che riguardano tutta la società e l’economia italiana, dunque le donne non bastano.
  2. Che molti discorsi – troppi, per i miei gusti – contenessero tante dichiarazioni di principio, slogan, racconti personali e collettivi, ma tutto sommato poche proposte concrete, liste di cose da fare, obiettivi da raggiungere a breve, medio e lungo termine. Negli anni Settanta il movimento femminista italiano vinse – non da solo, assieme ai partiti e agli uomini – su obiettivi concreti come l’aborto e il divorzio. Poi svaporò. Per non fare la stessa fine ci vuole un’agenda di obiettivi precisi e concreti, subito.
  3. Che a rappresentare le donne di destra ci fossero solo Giulia Bongiorno e Flavia Perina. Quest’ultima, peraltro, si è beccata pure qualche fischio. Ma scherziamo? La questione femminile non è proprietà privata della sinistra, ma riguarda tutti i partiti, gli schieramenti e le ideologie.

Per questo concordo con Giulia Bongiorno quando dice: «Le donne non devono più votare singolarmente per destra, sinistra, centro, ma per quei partiti che mettono al centro della politica i temi femminili». E quali sono, questi partiti? incalza l’intervistatore. «Per ora nessuno – risponde lei – ecco perché ci vuole un grande cambiamento».

Giulia Bongiorno per Repubblica: