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Il bavaglio ai blog spiegato in 10 punti

Nel testo della legge sulle intercettazioni, pur emendato, è rimasta l’estensione ai blog dell’obbligo di rettifica entro 48 ore previsto per la stampa da una legge che risale al 1948, pena multe salate come se i blog fossero testate giornalistiche a tutti gli effetti. Della questione si sono occupati negli ultimi giorni molti blogger, e per protestare contro quello che è stato chiamato il «bavaglio ai blog» ci saranno, fra stasera e domani, diverse iniziative e manifestazioni davanti a Montecitorio.

Per chiarirti le idee sulla questione ti consiglio di leggere, fra gli altri, il blog Scene digitali di Vittorio Zambardino, dal post La rete non merita il bavaglio a oggi, e il post di Luca De Biase del 27 luglio Articolo 1, comma 29: non avere paura. Guardati anche il video di Guido Scorza Il punto: la rete sotto attacco.

Ma il compendio più stringato e completo l’ho trovato ieri sul blog Diritto&Internet dell’avvocato e collega Giusella Finocchiaro, docente di diritto di internet e diritto privato all’Università di Bologna. Giusella tiene questo blog dal luglio 2009 e ti consiglio di seguirlo per avere aggiornamenti giuridicamente ineccepibili, ma nello stesso tempo scritti in modo comprensibile ai non addetti ai lavori, in materia di diritto dell’informatica e di internet.

Ecco il compendio:

DIECI COSE CHE NON SI POSSONO NON SAPERE SULL’OBBLIGO DI RETTIFICA PER I BLOG

«Il ddl intercettazioni, ancora in fase di approvazione, come è ampiamente noto, minaccia di incidere anche su Internet.

Il comma 29, infatti, prevede alcune modifiche alla legge stampa, imponendo l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Le rettifiche dovranno essere pubblicate con analoghe caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ma nel caos che ha scatenato questa proposta di legge, è necessario fare un po’ di chiarezza e precisare in quale contesto giuridico si inserisce la proposta di modifica.

10 cose che non si possono non sapere quando si parla di diritto di rettifica….

1) Che cos’è il diritto di rettifica?

È il diritto di fare pubblicare gratuitamente dichiarazioni dei soggetti interessati dalla pubblicazione di immagini, dichiarazioni, notizie ritenute lesive della loro dignità o contrarie a verità.

In sostanza, è il diritto – riconosciuto a certe condizioni – di affermare la propria verità.

2) Dove o come è pubblicata la notizia, la dichiarazione o l’immagine?

Nei giornali o in televisione.

3) Quali sono oggi le norme di riferimento?

a) La legge sulla stampa (e precisamente l’art. 8 della l. n. 47 del 1948) che afferma: il diritto di rettifica è il diritto di fare inserire “gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale” .

b) Il T.U. dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (e precisamente l’art. 32 quinquies del d. lgs. n. 177 del 2005) che dispone: “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali (…) o materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere (…) che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali”.

4) Il diritto di rettifica elimina altri diritti?

Il diritto di rettifica si aggiunge, ma non elimina le azioni, cioè gli strumenti giuridici di tutela riconosciuti da altri diritti (querela per diffamazione, risarcimento del danno, ecc.).

5) Qual è il presupposto ad oggi per l’esercizio del diritto di rettifica?

Ad oggi, il diritto di rettifica è previsto per la stampa (quotidiani, periodici, agenzie di stampa) e per le radiotelevisioni, che trasmettono in via analogica o digitale.

Il presupposto è che la notizia o la dichiarazione siano state diffuse da un mezzo di informazione. Si presuppone che ci sia una struttura organizzativa creata allo scopo di produrre “informazione”, in altri termini, un’impresa a ciò finalizzata.

6) Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?

E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.

7) Il blog è un giornale?

No. Ci sono tanti tipi di blog, ma il blog tipicamente non ha i caratteri di periodicità di un giornale e non è registrato.

8) Il blogger è un imprenditore?

Non in quanto blogger.

9) Quali sono rischi maggiore derivante da questa norma del ddl intercettazioni?

Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911), oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).

10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?

No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.

La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.»

Sentenza Google Video: per chiarirti le idee

Molto si è detto è scritto sulla sentenza con cui la settimana scorsa il Tribunale di Milano ha condannato tre dipendenti di Google – David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes – per mancato rispetto del codice italiano della privacy. Cos’è successo?

Nel settembre 2006, alcuni studenti di una scuola di Torino si filmarono mentre maltrattavano un compagno di classe affetto da autismo e caricarono il video su Google Video (allora Google non aveva ancora acquisito YouTube), dove rimase on line per un paio di mesi, entrando persino nelle classifiche dei «video più divertenti». Il video fu rimosso il 7 novembre 2006, a distanza di poche ore dalla notifica della Polizia; la persona che lo aveva caricato fu identificata, e con lei altri compagni di classe coinvolti.

Tre link per chiarirti le idee, nei limiti del possibile, visto che gli atti della sentenza non sono ancora pubblici e non lo saranno, pare, per diversi mesi:

  1. La notizia sul blog di Google Italia il 24 febbraio scorso: «Una grave minaccia per il web».
  2. L’analisi che del caso ha fatto Giusella Finocchiaro, professore di diritto di Internet e diritto privato all’Università di Bologna. È una disamina giuridica, ma è chiarissima e illuminante, non puoi perdertela: «Caso Google: non dimentichiamo i principi di diritto».
  3. I principali commenti internazionali alla notiza, sempre dal blog di Giusella Finocchiaro: «Sentenza contro Google: reazioni internazionali in rete».