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L’affaire Strauss-Kahn: un confronto Francia-Italia

Sarà interessante vedere come si evolverà la vicenda del socialista Dominique Strauss-Kahn, managing director del Fondo Monetario Internazionale arrestato sabato a New York perché denunciato per stupro da una cameriera del lussuoso Sofitel di Times Square, dove aveva appena alloggiato.

Dominique Strauss-Kahn

Non è la prima volta che Strauss-Kahn è coinvolto in scandali sessuali, ma l’accusa di stupro è talmente grave che – ferma restando la presunzione di innocenza – molti considerano già bruciata la sua candidatura all’Eliseo contro Sarkozy, nelle elezioni del 2012, per la quale i sondaggi lo davano favorito.

Facendo una ricerca in rete, ho scoperto che l’ultima notizia sulla fissazione di Strauss-Kahn per le donne era apparsa sul Guardian proprio il giorno prima del suo arresto. In un articolo intitolato «French voters can separate scandal from politics», la giornalista francese Melissa Bounoua sosteneva infatti che l’elettorato francese – donne incluse – a differenza di quello anglo-americano è abituato al libertinisimo degli uomini politici francesi e nel voto non li penalizza per questo.

È vero che da sempre i media chiamano Strauss-Kahn «il grande seduttore», ma va ricordato – dice Bounoua – che pure Jacques Chirac era soprannominato «tre-minuti-doccia-inclusa» e che la fama di Sarkozy come «bad kisser» ha raggiunto anche la serie televisiva americana «Gossip Girl».

La Francia è piena di donnaioli, spiegava sempre sul Guardian Agnès Poirier il 25 febbraio 2009, in un articolo su Strauss-Kahn intitolato «Womaniser? He’s just French». E per mostrare come questo atteggiamento verso le donne sia radicato nella cultura francese, ricordava «L’homme qui aimait les femmes» (1977) di François Truffaut.

I politici francesi – a destra come a sinistra – sono dunque come quelli italiani? E la cultura francese è parente della nostra?

Piano con le analogie, perché non tutto torna. Se guardiamo infatti il Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum, scopriamo che nel 2010 la Francia, pur essendo calata (nel 2009 era al 18° posto, nel 2008 al 15°) è pur sempre al 46° posto. Meglio dell’Italia che – lo sappiamo – è al 74°.

Dei quattro fattori presi in considerazione dal World Economic Forum per stilare le sue classifiche sul Gender Gap (Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival, Political Empowerment) è solo in Political Empowerment che Francia e Italia sono similmente messe male. Sul resto, in Francia le donne stanno molto meglio di noi.

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Un brano da «L’uomo che amava le donne» di François Truffaut (1977) (doppiato in italiano):

Le italiane sono messe male e non lo sanno

A Ballarò spesso si proiettano i risultati dei sondaggi che il programma commissiona a Ipsos Italia. Quelli esposti nella puntata del 25 gennaio mostravano che lo scandalo Ruby sta tutto sommato riducendo di poco il gradimento e la fiducia che gli italiani riservano al premier e al PdL.

Stavo scorrendo svogliatamente le varie percentuali – non diverse da altre già viste in questi giorni – quando mi ha colpita questo cartello.

Alla domanda «a confronto con gli altri paesi, la figura femminile in Italia è…», gli italiani intervistati hanno risposto così:

L'immagine femminile in Italia

Detto in altre parole, l’Italia è al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 dal World Economic Forum in base a quattro parametri: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico.

Cioè veniamo dopo (prevedibilmente) Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia, che stanno ai primissimi posti, ma siamo più in basso anche di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera (anche questo, abbastanza prevedibile) e più in basso persino (meno prevedibile) di paesi come Thailandia, Filippine, Sud Africa, Mozambico, Argentina, Slovenia, Cile, Bulgaria, Cina (per i dettagli, vedi il Gender Gap Report 2010).

Insomma in Italia le donne sono messe male. Molto male. Eppure il 51% degli italiani si illude ancora che siano né più e né meno come negli altri paesi, dove per altri paesi – suppongo – intervistatori e intervistati avranno pensato a qualche vicino di casa.

Ma nessuno – neppure a Ballarò, dove pure si è proiettato il cartello – si è preoccupato, in questi giorni, di commentare questo sondaggio. Né di farne altri per approfondire l’argomento.

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.