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Impressioni (a caldo) sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti

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Provo a buttar giù qualche appunto per far ordine fra i pensieri che mi passano per la testa in queste prime ore dopo la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti:

  1. Sondaggi d’opinione: è sempre più chiaro che, nelle democrazie occidentali cosiddette “mature”, i sondaggi diffusi dai media nei mesi che precedono qualunque competizione elettorale, sbagliano. E di molto. Vedi l’Italia prima delle elezioni politiche del 2013 (sottostimavano il Movimento 5 Stelle), vedi il Regno Unito prima della Brexit (davano vincente il remain), vedi fino a ieri gli USA (davano vincente la Clinton). Questo però non vuol dire, secondo me, che i sondaggisti non sanno più fare il loro mestiere, né che l’arma del sondaggio è ormai spuntata. Oddio, un po’ vuol dire anche questo, ma non solo. Vuol dire soprattutto che i sondaggi Continua a leggere

Hillary Clinton, la malattia, il femminismo, il potere

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Ricevo da Michela Pusterla, laureanda alla magistrale di Italianistica all’Università di Bologna, che ha trascorso un anno negli Stati Uniti per motivi di studio, una interessante e articolata riflessione sulla questione dello stato di salute della candidata alle elezioni presidenziali americane Hillary Clinton, vista in relazione al suo essere donna, vale a dire ai pregiudizi di genere che la sua candidatura porta con sé. Scrive Michela:

«La storia personale dei Presidenti americani è anche una storia di malattie, più o meno nascoste: Wilson ebbe un ictus che lo semi-paralizzò, Roosevelt non aveva l’uso delle gambe dopo aver contratto la poliomielite; Eisenhower soffriva del morbo di Crohn ed ebbe un infarto e un ictus; Kennedy nascose a lungo il morbo di Addison e soffriva di mal di schiena fortissimi; Reagan venne operato alla prostata e per un cancro alla pelle e, verso la fine del suo mandato, già soffriva di Alzheimer; Bush senior aveva la malattia di Basedon-Graves.

Per Hillary Clinton sembra sussistere un regime diverso, secondo quello che negli Stati Uniti si direbbe un «double standard». Sembrerebbe che a Clinton, una candidata del tutto politicamente convenzionale, non possa essere concessa nemmeno una polmonite: Continua a leggere

Hillary e San Suu Kyi in prima pagina: solo vestiti e zuppe?

Abbiamo già discusso qualche giorno fa di un certo provincialismo dei media e della rete italiana. In questo periodo – va detto – è più giustificato che in altri, data la crisi economico-finanziaria e la centralità dell’Italia per la tenuta dell’euro.

Però mi disturba e deprime ugualmente il fatto che soltanto il Corriere, la Stampa e il Messaggero diano rilievo in prima pagina alla notizia dell’incontro storico a Rangoon, in Birmania, fra il segretario di Stato americano Hillary Clinton e il Nobel per la pace Aung San Suu Kyi: era dal 1955 che un segretario di Stato americano non andava in Birmania, la Clinton ha annunciato le condizioni per cancellare le sanzioni economiche occidentali al governo birmano e l’incontro dà il via a un riassestamento importante in area orientale, specie rispetto alla Cina. Mica poco.

E mi disturba e deprime due volte il fatto che l’incipit del pezzo di Marco Del Corona sul Corriere della sera (ciò che appare in prima pagina, appunto), parli dei vestiti e delle acconciature delle due signore: «Entrambe in blusa chiara, entrambe con i capelli raccolti», mentre il titolo della Stampa parli di «zuppa storica». Più adeguato è solo il Messaggero, che parla di «storico colloquio».

Lo so che poi negli articoli interni le cose vengono spiegate per benino, ma la prima pagina mostra le scelte valoriali di fondo, ciò che una testata seleziona «per vendere di più».

Perciò non mi resta che chiedermi: quando la finiranno, i principali quotidiani italiani, di trattare i lettori come mentecatti provinciali e pettegoli, che pensano le donne solo come apparenza estetica e cucina?

Il Corriere 2 dicembre 2011

La stampa 2 dicembre 2011

Il Messaggero 2 dicembre 2011

Lacrime per Hillary

Ti ricordi quando abbiamo fatto la lista dei film che fanno piangere? Aggiungerei questa scena, anche se non è tratta da un film, ma dalla comunicazione politica statunitense degli ultimi giorni.

Denver, 27 agosto 2008, ore 16.48 (ora locale), Pepsi Center. Alla Democratic National Convention si sta svolgendo il roll call, la procedura burocratica secondo la quale tutte le delegazioni statali vengono chiamate in ordine alfabetico per la conta dei voti al candidato presidente: Alabama, Alaska, American Samoa, Arizona…

Arriva il turno di New York e colpo di scena: dal caos del parterre emerge la senatrice di quello Stato Hillary Rodham Clinton. Le passano un microfono e lei chiede di sospendere i conteggi e nominare tutti assieme, per acclamazione, Barack Obama come candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Ingredienti per piangere:

(1) sappiamo che Hillary ha perso le primarie e le è costato molto;

(2) ci sentiamo come lei: tutti i giorni patiamo sconfitte e rinunce (non a caso Hillary emerge dal parterre, come agisse d’impulso, una fra tanti);

(3) ammiriamo il suo gesto di abnegazione, la capacità di superare la rivalità nei confronti di Obama in nome di un ideale superiore (“l’unità”, “il futuro a cui guardare con occhi fermi”, dice Hillary): non sempre siamo capaci di fare altrettanto;

(4) dopo esserci identificati nel nobile gesto e nei vissuti che lo sostengono, ci uniamo alla folla per acclamare Obama, sentendo di meritare anche noi, per tutto ciò che abbiamo fatto, l’ovazione del pubblico;

(5) non ci resta che piangere. D’altra parte, non capita tutti i giorni che una folla in delirio ci dedichi una standing ovation… 🙂

Per di più, in quella folla a cui ormai sentiamo di appartenere, c’è qualcuno che viene inquadrato mentre piange, il che dimostra che non solo è legittimo, ma esemplare farlo.

Un pezzo di grande cinema americano.

Dimentico qualcosa?

Barack against Hillary: a parody

Questo video di MadTV risale a un anno fa, ma è ancor più esilarante oggi, dopo che abbiamo assistito a decine di discorsi pubblici di Barack Obama e Hillary Clinton.

Ti ricordo che le parodie e le caricature – a parte il fatto che fanno ridere – sono utilissime per uno studioso o una studiosa di comunicazione, perché mettono a nudo alcuni punti di debolezza (o comunque discutibili) nell’immagine di un candidato (o di qualunque persona pubblica).

Idea per la tesi: lavorare sulle parodie dei candidati (partiti, coalizioni) delle ultime elezioni italiane, ancora reperibili su YouTube. Per i dettagli, vieni a ricevimento.

La sfera di cristallo

Gli spot televisivi del PD sembrano aver risolto perfettamente i problemi che abbiamo discusso nei giorni scorsi, confrontando lo spot de La Sinistra l’Arcobaleno con quelli di Hillary Clinton. Anche il PD mette in scena le persone comuni, ma evita di farle recitare (non ne sarebbero capaci) e usa il montaggio e la musica per costruire un messaggio adeguato al formato e agli spazi cui è destinato. Per di più, il trucco di alternare testi e foto riduce i costi al minimo, data l’assenza di riprese video.

Anche i testi sembrano intercettare i desideri e le aspirazioni degli elettori ideali del PD: tutti coloro che, scontenti della situazione italiana attuale, sperano in un futuro migliore. E lo sperano con un’intensità tale da sognarlo a occhi aperti, da vederlo come fosse già reale. Ecco le parole dello spot che vedrai fra poco:

“Vedo un paese che smette di sentirsi povero di petrolio/ e si scopre ricchissimo di sole./ Vedo la delinquenza diventare l’unico lavoro precario,/sempre più precario./ Vedo milioni di lavoratori/ uscire la mattina/ e tornare a casa la sera./ Sani e salvi./ Non è così./ Ma può cambiare./ Tutto/ può/ cambiare./ Oggi con il Partito Democratico/ Si può fare.”

L’idea è azzeccata, i testi non troppo generici, il commento musicale rassicurante.

Dal mio punto di vista, queste atmosfere sognanti avrebbero dovuto essere controbilanciate da altri spot che mettessero in evidenza la competenza pratica del leader, la sua concreta capacità di fare, il sapere tecnico. Perché la propensione di Veltroni a far sognare è ormai riconosciuta da tutti, ma la sua credibilità in termini di fare concreto è molto meno forte di quella di Berlusconi.

Peccato poi che lo spot si chiuda con la solita foto di Veltroni con lo sguardo fisso e il sorriso finto. Che certamente non aiuta a costruirlo come leader credibile.

Professionisti in erba

Lo ammetto, quando tre giorni fa mi chiedevo: “Siamo proprio sicuri che una laureata o un laureato (in Comunicazione o Dams), sufficientemente svegli e opportunamente guidati, non saprebbero confezionare un video che somigli (almeno un po’) a questi?” (mi riferivo ai video della campagna di Hillary Clinton), non avevo tutta la sicurezza che la mia domanda presupponeva.

Cioè: ho molta fiducia nelle capacità di alcuni giovani laureati che conosco, ma la professionalità si acquisisce nel tempo, e con fatica, e non è detto che un giovane, per quanto capace, riesca a raggiungere velocemente un livello professionale adeguato a una campagna di comunicazione politica.

Ma la lettera che mi ha mandato Matteo, 23 anni, laureato pochi mesi fa in Scienze della Comunicazione a Bologna, mi ha tolto ogni dubbio: ragazzi come lui potrebbero costruire prodotti molto migliori di quelli che stiamo vedendo nell’attuale campagna elettorale. Compensando la giovane età con l’ingegno, la mancanza di esperienza con l’osservazione e lo studio, la mancanza di mezzi con la rapidità nel trovare trucchi e soluzioni.

Se solo qualcuno desse loro la possibilità di provarci. Ma la politica italiana, anche quando dice “Si può fare”, in realtà guarda ai soliti noti, troppo vecchi per avere idee nuove, troppo compromessi per cambiare davvero le cose.

«Ciao Giovanna,

ho letto il post e ci ho ragionato un po’ sopra. La grossa differenza che vedo tra l’audiovisivo di comunicazione politica americano e il nostro è che, in un qualche modo, loro riescono sempre a realizzare prodotti coesi e dotati di un passo proprio. In altri termini i loro risultati sono ben confezionati, qua no. Alcune trovate estetiche ricordano altro (guarda come cade la luce nel video del Texas, soprattutto nelle prime inquadrature, e poi a seguire quel modo di trattare in maniera oggettuale il soggetto, mai centrale all’inquadratura e col fondo fuori fuoco… non è una maniera incredibilmente “Dove” di mostrare?), ma si tratta di patine e consistenze che sanno adattarsi a quel particolare discorso. In ogni caso questi video sanciscono subito il proprio essere differenti, senza strane logiche di emulazione rispetto altre tipologie di audiovisivo e messa in scena (come lo spot di Bertinotti, che sembra voler essere un racconto).

Il secondo video è squisitamente americano, col pianoforte che accompagna quegli ambienti così middle (class e west). Non sono molto convinto che la prima clip sia costruita attorno a vere persone comuni, ma chi può dirlo? In ogni caso il livello di manipolazione della realtà è molto più alto, almeno per quanto riguarda il profilmico.

La struttura di tutti e due i lavori è semplice, molto più semplice delle proposte italiane che hai pubblicato nei giorni precedenti. A mio vedere la loro forza sta proprio nell’essere così lineari e curati nei dettagli, sia fotograficamente che in termini di montaggio. Mi verrebbe da fare anche un lungo discorso sui formati, ma è un po’ confuso e te lo risparmio.

Quando facevo i laboratori ai ragazzi delle scuole medie non ho mai permesso di realizzare il fantomatico cortometraggio da dieci minuti, come fanno quasi tutti i laboratori. Imparare a scrivere richiede tempo e allenamento: figuriamoci un linguaggio così complesso come quello dell’audiovisivo, con un rapporto così delicato con l’effetto di realtà, ereditato dalla fotografia e dal cinema.

Last but not least, sono decisamente un tipo da cerchi e asticelle pure io. Per onestà e per far capire quanta fatica c’è dietro un lavoro, facevo elaborare in termini generici una trama da un quarto d’ora. Poi ragionavamo su come realizzare il trailer di quel film inesistente. Era un esercizio minimo, da sessanta secondi al massimo, in cui era però necessario confrontarsi con le logiche di un prodotto particolare e una serie di stati emotivi da trasmettere. Un esercizio minimo da due mezze mattinate di ripresa coi ragazzi e alcune sessioni notturne di montaggio.

Detto questo, spero e voglio credere che un manipolo di coraggiosi damsiani e comunicatori, purchè dotati di una concezione intensiva del lavoro, possa riuscire a realizzare un prodotto di questo tipo. Non girando in alta definizione ma con una compatta o poco più, senza un direttore della fotografia ma tenendo d’occhio il contrasto e sfruttando i filtri per la correzione fotografica… Qualcosa di questo tipo ed esteticamente più innocente è possibile, credo. Per scrivere una bella “a” servono gesto e personalità, assieme a un’intimità profonda coi cerchi e le asticelle.

È una risposta segmentata e un po’ appannata, spero non ti richieda un eccesso di principio di carità. Tu che ne dici? Anche su come lavoravo coi ragazzi, se ti sembra sensato.

A presto,

‘matteo»

Mi sembra molto più che sensato, caro Matteo: mi sembra professionale.