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Product Placement, my name is Product Placement

Ricevo da Cristian Testa (mio ex allievo di master) uno spunto interessante per una o più tesi di laurea.

Il product placement (PP) è una promozione pubblicitaria inserita in un film, un romanzo, una serie tv, un videogioco.

Uno dei primi esempi si trova ne Il giro del mondo in 80 giorni (1873), in cui Jules Verne inserì i nomi di compagnie di trasporto reali per soddisfare le richieste che gli arrivavano grazie al successo che il romanzo, pubblicato a puntate, stava riscuotendo. Al cinema, uno dei primi casi fu La vita è meravigliosa (1949) di Frank Capra, in cui a un certo punto compare una copia del National Geographic. Inoltre, abbiamo tutti in mente le apparizioni di diversi marchi nei film con James Bond.

Secondo le stime di PQMedia, oggi il mercato globale del PP vale oltre 10 miliardi di dollari ed è in forte crescita grazie ai nuovi media. Nel campo dei videogiochi, aziende come la californiana Massive Inc. (controllata da Microsoft) permettono non solo di inserire un brand nella piattaforma di un gioco, ma di metterlo in rete. Con la banda larga questa tendenza si è ulteriormente accentuata, data la crescente diffusione di video sul web. Per questo si sono affermate nuove figure professionali, come il movie placement copywriter, che ha il compito di trovare il modo migliore per collocare marchi nei film senza infastidire gli spettatori.

Di particolare interesse è il faux PP, con cui si inseriscono negli audiovisivi marchi inventati. C’è in Quentin Tarantino, che fa usare ai suoi personaggi le sigarette Red Apple; ma anche la Pixar inserisce nei film i ristoranti Pizza Planet, mai visti in realtà, e dagli anni ’50 la Warner Bros riempie i suoi cartoni di prodotti dell’inesistente ACME.

Dal faux PP nasce il reverse PP, che si ha quando un marchio fittizio diventa reale. In America esiste dal 1996 la catena di locali Bubba Gump Shrimp, nata dal sogno imprenditoriale di Forrest Gump, protagonista del film omonimo; sempre negli USA, la catena di grande distribuzione 7-eleven ha creato negozi sotto l’insegna Kwik-E-Mart, un brand fittizio che appartiene al mondo dei Simpson (è il negozio gestito dall’indiano Apu, che in Italia è diventato Jet Market). A questo proposito, gira voce che la Fox, che produce i Simpson, accarezzi da tempo l’idea di cedere il marchio Duff, la birra preferita da Homer, oggi tra le bevande più note al mondo anche se nessuno – che non sia giallo e non viva a Springfield – l’ha mai assaggiata.

Per ulteriori dettagli su come impostare la tesi, vieni a ricevimento. Mentre ci pensi, goditi un collage delle celebri scene in cui James Bond fa product placement del Martini. Sempre grazie a Cristian.

Come si vota negli USA

In questa notizia Apcom, una sintesi utilissima di come si vota negli USA.

Usa 2008/ Tutti i possibili incubi della notte elettorale

Il voto elettronico non lascia traccia su carta in 22 Stati

Usa 2008/ Tutti i possibili incubi della notte elettorale

New York, 30 ott. (Apcom) – A dirlo meglio di tutti è Homer Simpson, nella puntata del cartone animato cult che andrà in onda domenica prossima, e che è dedicata interamente alle elezioni presidenziali del 4 novembre. Di fronte allo schermo al tatto, in un seggio della fantomatica Springfield, Homer prova a votare per il democratico Barack Obama, ma il computer registra il suo voto per il repubblicano John McCain, non una, ma più volte, prima di inghiottirlo.

Il segmento dei Simpsons, diffuso in anticipo su YouTube, è stato visto da milioni di persone ed è diventato una sorta di manifesto degli incubi elettorali nella notte in cui gli americani sceglieranno il prossimo presidente. Anche perché l’incidente di Homer è accaduto per davvero, in alcuni stati è previsto il voto anticipato, e potrebbe succedere anche martedì prossimo.

I guai in vista sono numerosi, vanno dalle irregolarità nelle operazioni di voto con il possibile malfunzionamento delle ‘macchine elettorali’ ai problemi legati alle liste, alle code interminabili ai seggi. E poi naturalmente ci sono i timori di più banali brogli: voti invalidati, elettori che per qualche motivo saranno respinti dai seggi o se ne andranno perché stufi di aspettare il loro turno, magari sotto la pioggia.

La premessa è d’obbligo: negli Stati Uniti non si vota – salvo rare eccezioni – con una scheda elettorale e una matita indelebile, ma con sistemi meccanici o informatici spesso bizzarri, modernissimi o gli stessi di decenni fa. E neppure lo scrutinio assomiglia a quello cui sono abituati gli italiani: in molti i casi i voti sono contati dalle stesse macchine o con speciali scanner ottici. Non ci sono copie in carta del voto espresso e non esiste, in almeno 22 Stati americani, alcuna possibilità di controllare che le operazioni si siano svolte in maniera legittima. Di più: nove milioni di elettori, inclusi quelli di Florida e Ohio, useranno macchinari introdotti nel marzo scorso e mai sperimentati.

Anche dove il voto è espresso con carta e penna, o dove vengono utilizzati macchinari che timbrano o bucano le schede premendo pulsanti o muovendo leve, i rischi di irregolarità sono concreti.

Sembra impossibile, ma la realtà del voto assomiglia drammaticamente a quella di Homer Simpson. Ad esempio in West Virginia, Colorado, Tennessee e Texas dove alcuni elettori hanno premuto sullo schermo al tatto sul nome di un candidato notando che il voto veniva attribuito all’altro. Su YouTube ci sono i filmati che dimostrano questi problemi. I sistemi di voto sono previsti dagli Stati e non sono uniformi sull’intero territorio americano.

Il 55 per cento degli elettori voterà con sistemi elettronici a scanner ottici, il sei per cento in più rispetto alle politiche del 2006. Un terzo degli americani sceglie il candidato su un touch screen, che assomiglia a quello di un bancomat, ma spesso non rilascia la ricevuta. Lo stato di New York utilizza ancora un sistema meccanico a leve introdotto negli anni Sessanta. I terribili macchinari che bucano le schede quando l’elettore preme il pulsante relativo al proprio candidato, sono ancora in vigore in Idaho: si tratta degli stessi utilizzati in Florida nel 2000, nel contestatissimo duello tra George W. Bush e Al Gore, poi deciso dalla Corte Suprema. Solo alcune piccole contee di Maine e Vermont usano le schede di carta e le preferenze espresse dagli elettori vengono contate a mano.

Dopo lo scandalo della Florida (ci sono le prove di migliaia di voti non contati o attribuiti al candidato sbagliato) il governo federale ha investito milioni di dollari per rinnovare i sistemi di voto in molti stati. Sono state quindi introdotte le nuove macchine con schermo al tatto. La tecnologia non è garanzia di accuratezza. I voti vengono registrati su un chip di memoria, non su carta e la manomissione è un gioco da ragazzi: Cnn ha filmato il procedimento simulato da una associazione che si batte per garantire la regolarità del voto: basta togliere il vecchio chip, sostituirlo con uno nuovo.

I ‘bancomat’ elettorali sono semplici computer, in fin dei conti, e quello utilizzato per votare è un semplice software: basta poco per riprogrammarlo in maniera da aggiungere un 10% di voti a un candidato. Chi mai riuscirebbe ad accorgersene? La Florida insegna inoltre che il voto può essere influenzato ancora prima che i voti siano espressi: è sufficiente che i commissari responsabili dei seggi non consentano di votare ad alcuni elettori, per presunte irregolarità nelle liste elettorali.

È vero che il voto è segreto, ma fino a un certo punto poiché gli elettori sono registrati come democratici, repubblicani o indipendenti. E non è un segreto, ad esempio, che il 95 per cento degli afroamericani voti per Obama e che per il democratico votano la stragrande maggioranza degli americani di origine ispanica, due terzi di quelli che hanno un nome ebraico, quasi tutti i giovani sotto i 25 anni.

Apcom 19:43 – ESTERI – 30 OTT 2008

Ho trovato su un canale francese di YouTube l’anticipazione della puntata in cui Homer Simpson finisce maciullato dalla macchina per votare.

😦