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A quale corrente di pensiero ti iscrivi sul caso Marino?

Ignazio Marino

Filippo Cusumano (non lo conosco personalmente) ha condiviso sulla mia bacheca Facebook una riflessione che ben sintetizza la vicenda di Ignazio Marino a Roma. La riprendo così come lui l’ha scritta (ho fatto solo un po’ di editing) e rilancio la sua domanda: “A quale corrente di pensiero ti iscrivi sul caso Marino?”. Barrare la casella: Continua a leggere

L’opposizione con la Fiom a Roma: c’era e non c’era

Sabato scorso, alla manifestazione della Fiom in piazza San Giovanni a Roma il Pd c’era. Ma anche no. Non c’era. Ma anche sì.

Pier Luigi Bersani non c’era, però in serata ha detto: «L’unità del mondo del lavoro è un’energia indispensabile per costruire un’alternativa di governo che davvero metta al centro delle politiche economiche l’occupazione. (Tira il fiato e rileggi, altrimenti non sai più cos’ha detto.) La piazza pacifica di San Giovanni va ascoltata».

(È noto che le piazze si ascoltano.)

Rosy Bindi non c’era, ma ha rincalzato: «Costruire un’alternativa a Berlusconi senza questa piazza è illusorio».

(Dunque non c’era, ma avrebbe voluto?)

L’ex leader della CGIL Sergio Cofferati, invece, c’era. E si è offeso moltissimo quando Francesco Boccia, democratico vicino a Enrico Letta (nessuno dei due c’era), ha detto: «Sono nauseato dalle finzioni, il corteo è pieno di intellettuali milionari, ex deputati con vitalizio e politici che, dopo la passerella davanti alla tv, tornano a casa in auto blu. Una manifestazione va ascoltata, non utilizzata».

(Eccolo di nuovo, l’ascolto.)

Al che Cofferati ha risposto: «Non è accettabile, Boccia non insulti chi manifesta».

(Tiè.)

Ignazio Marino c’era. E ha dichiarato: «Mi chiedo perché il Pd non è in piazza».

(Se lo chiede.)

Usciamo allora dal Pd e vediamo chi altro c’era. Antonio Di Pietro in piazza ci va sempre, infatti c’era. E ha detto: «Con i lavoratori “senza se e senza ma”. Delinquente è chi non ascolta la piazza».

(Fortuna che Bersani ha detto che ascolta.) 🙂

E poi c’era Nichi Vendola, osannato e abbracciato dai manifestanti: «Qui, oggi, si è aperto il cantiere dell’antiberlusconismo. Il lavoro sia il tema centrale della politica. Il centrosinistra, per costruire una svolta, non può che confrontarsi con questa piazza».

Cioè Vendola in piazza c’era, ma ha detto un po’ le cose di Bersani e un po’ quelle di Rosy Bindi. Che però non c’erano. Forse perché Vendola vuole candidarsi a leader dell’opposizione. Chissà.

 

Sanremo e l’autoparodia del Pd

YouDem, la tv ufficiale del Pd ha deciso di trasmettere il dopofestival di Sanremo, al grido di «Gliele cantiamo noi» (grazie ad Angelo per la segnalazione). «Un partito popolare deve andare dove sta la gente», ha detto Pier Luigi Bersani per spiegare l’operazione.

Sacrosanto il principio. Non credibile il modo. E ridicolo in senso letterale: fa proprio ridere. Ma si ride del Pd, non dei suoi avversari politici. E non è autoironia. È autogol.

Quei brillantoni della comunicazione del Pd hanno infatti pensato di accoppiare a ogni uomo o donna di partito un cantante, chiedendo agli spettatori di YouDem e ai navigatori del sito di «votare la coppia».

La maggior parte delle coppie (con tanto di & commerciale) sono già risibili in sé: Melandri & Arisa, Marino & Povia, Veltroni & Malika Ayane, Finocchiaro & Valerio Scanu, Fassino & Fabrizio Moro, Vendola & Marco Mengoni, Franceschini & SonHora, Letta & Simone Cristicchi, Bonino & Nino D’Angelo, Marini & Toto Cutugno, D’Alema & Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici (l’elenco completo QUI).

Ma con la presentazione visiva la parodia è completa: facce degne di un tiro al segno del luna park, in una combinazione scontornata che ricorda certi ninnoli gommosi che i preadolescenti attaccano al cellulare, o certi magneti da frigorifero. Con tanto di fiorellino colorato.

Avevo già notato l’anno scorso l’inclinazione del Pd all’autoparodia: ricordi il celebre «I am Pd»? Ricordi il rap che alcuni sostenitori di Rosy Bindi le dedicarono a Pisa? (vedi Credevo fosse una parodia, Un’altra parodia che non lo è).

Ormai la tendenza è sistematica, istituzionale.

Melandri e Arisa

Marino e Povia

D'Alema e Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici

Veltroni e Malika Ayane

Vendola e Marco Mengoni

Idea per una tesi: le produzioni autoparodistiche del Pd da un paio d’anni a questa parte. Un’analisi retorico-semiotica dei dispositivi visivi, verbali e audiovisivi.

Non ti fidare se dicono «largo ai giovani»

Uno degli slogan che meno sopporto è «largo ai giovani», oggi di gran moda in politica, sia a destra che a sinistra. Per marcare il mio fastidio e distinguerli dai giovani in carne e ossa, li chiamo «gggiovani» con tre g.

Di «gggiovani» ama da sempre circondarsi Berlusconi, che li sceglie carini e telegenici e li mette in prima fila nei congressi.

Ma «largo ai gggiovani» l’hanno detto anche Dario Franceschini e Ignazio Marino quando erano candidati alle primarie, per contrapporsi a Bersani che su questo era più sobrio.

Però anche Bersani, una volta fatta la segreteria di partito, ci ha tenuto a sottolineare che è composta da gggiovani «sperimentati», precisando che hanno una età media di 41 anni, ma non aggiungendo quasi nulla sulle loro reali competenze e professionalità (leggi come ne ha dato notizia Repubblica, e per contrasto il commento di Mario Adinolfi).

Perché ce l’ho con questo slogan? Perché in Italia, quando va bene, è vuota demagogia (lo dicono e non lo fanno), quando va male equivale a inserire nei partiti e nelle organizzazioni persone poco competenti e preparate, ma in compenso molto inquadrate, deboli e manipolabili dai dirigenti.

Una persona va scelta per un certo ruolo (lavoro, carica, funzione) perché ha studiato per quel ruolo, perché è intelligente, creativa, concreta, perché in quel ruolo saprebbe fare questo e quello e lo farebbe con passione e onestà. Non perché ha 20, 30 o 40 anni. E nemmeno perché ne ha 70 o 80, naturalmente.

Per una breve riflessione sull’abuso della parola «giovane», in politica e non, ascolta la  «parola del giorno» (dura 4’30”) che ho curato venerdì 4 dicembre su Fahrenheit, Radio 3.

Quanto vale Ignazio Marino?

Il senatore Ignazio Marino si è candidato alle primarie del Pd. Sulla carta, ha il profilo giusto per proporsi come leader in tempi di crisi della politica. Nato a Genova nel 1955, non è un politico di professione, ma ha studiato e lavorato come medico negli Stati Uniti per 18 anni, entrando a Palazzo Madama solo nel 2006.

Pur cattolico, ha fatto della laicità uno dei tratti distintivi del suo impegno politico, sostenendo la legge sul testamento biologico quando il Senato discusse il caso Englaro e trovandosi per questo isolato nello stesso Pd.

I vertici del Pd già si chiedono quanto vale sua candidatura, e se toglierà più consensi a Franceschini o Bersani. Stretto fra i due, pare che Marino sia al momento valutato fra il 5 e 10% di voti.

Sono andata a vedermi i suoi discorsi più recenti. Non ho ancora un’opinione precisa, ma mi sembra che Ignazio Marino, pur non essendo un drago dell’oratoria, sia convincente quando parla dei «suoi» temi (il testamento biologico, la medicina, la ricerca scentifica), perché mostra competenza e spiega le cose in modo chiaro; ma è più noioso quando parla in generale, perché cede alla retorica del nuovo (perdendo subito novità) e a quella del neofita entusiasta, senza però averne la grinta.

Prenditi 15 minuti e confronta questi due video. Il primo è un discorso sui problemi della ricerca italiana, destinato a YouTube. Il secondo è il suo intervento al Lingotto il 27 giugno scorso (ne abbiamo già parlato QUI, a proposito di Debora Serracchiani).

Sulla ricerca scientifica in Italia

Al Lingotto il 27 giugno 2009