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Come al solito, Ikea si distingue…

… per la comunicazione, con uno spot che mette in scena più generi e più generazioni, tutti in relazione fra loro. Corpi e volti piacevoli ma normali, ripresi in situazioni di affettività quotidiana.

Ikea, Per cambiare, basta poco

È uno spot semplice e positivo, ma ha quel pizzico di fantasia in più rispetto alla media, per ottenere il quale, come dice Massimo Guastini (presidente dell’ADCI), «basta poco: essere umani e avere un pensiero». Lo spot usa fra l’altro un brano molto adatto alla pubblicità, che contribuisce a creare un’atmosfera serena e nello stesso tempo euforica: «To Build A Home» di The Cinematic Orchestra (l’abbiamo già sentito nel 2008 in Gravity Set Me Free della Freddy).

Agenzia: 1861united, Regista: Phil Brown.

Le aziende e i social network: (1) Ikea su Facebook

Sto facendo una ricognizione su come le aziende usano i social network nel mondo.

Il primo caso che ti propongo è Ikea.

L’agenzia Forsman & Bodenfors di Gothenburg ha trasformato Facebook in uno strumento per promuovere l’apertura del punto vendita Ikea di Malmö.

L’idea è semplice, ed è costata pochissimo: il manager del punto vendita Gordon Gustavsson ha aperto un profilo Facebook, si è fatto un po’ di «amici» e ha cominciato a caricare foto dei suoi showroom, invitando gli «amici» a taggare gli oggetti fotografati col proprio nome: il primo che taggava un oggetto lo aveva vinto, cioè poteva passare da Ikea e portarselo a casa.

Ben presto gli amici si sono moltiplicati, come le richieste di altri oggetti da taggare…

Te lo racconta questo video.

La doppia tristezza dello spot Calzedonia

È uscito dal qualche giorno l’ultimo spot di Calzedonia, che riscrive l’inno di Mameli al femminile: «Sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta…», per accompagnare una scenetta che va da una ragazza appena sveglia («Italia») a un’altra che indossa il casco («l’elmo»), per passare a una mamma che pettina «la chioma» della figlia e finire su una neonata davanti a un panorama romano («schiava di Roma»).

L’idea è – ovviamente – quella di cogliere al volo gli oggetti polemici più in voga del momento: l’inno nazionale e le donne.

È ufficiale, dunque: in Italia la questione femminile va di moda.

Peccato che, come sempre, anche in questo spot le donne se la passino male. E perché mai, stavolta? si chiederanno le numerose commentatrici che hanno manifestato entusiasmo in rete.

Innanzi tutto perché lo spot propone le solite bellezze standard. Se vuoi magnificare le donne, tanto da introdurle nell’inno nazionale, rappresentale in modo più vicino alla realtà: mettici donne anziane, giovani rotondette, adolescenti col piercing, bambine di colore. Concediamo pure che siano belle, dolci, smaglianti, ma diverse perché no?

In pubblicità gli stereotipi sono necessari, ma possono comunque essere moltiplicati.

In secondo luogo, le donne se la passano male perché è scoppiata la polemica. Qualcuno considera scandaloso «usare l’inno nazionale per vendere calze», è stato detto. In realtà, credo ritengano scandaloso che nell’inno nazionale siano entrate le donne. Proprio in questi giorni, infatti, anche la Costituzione è usata da Ikea per vendere mobili, ma nessuno dice niente: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul riposo».

Tristezza doppia, dunque. Non a caso, la marcetta dell’inno si è fatta nenia.