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La comunicazione patinata di «Il nostro tempo è adesso»

La rete «Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta» ha lanciato la campagna per la mobilitazione del 19 marzo, al grido di «In piazza contro la precarietà».

Ecco un altro esempio di quella che chiamo SpotPolitik: una comunicazione politica fatta più di immagini patinate e slogan generici che di contenuti concreti e proposte stringenti. È vero che, nel caso di un movimento di protesta, la pars construens è giocoforza meno rilevante della pars destruens. Ma in questo caso:

(1) La grafica coordinata (giallo, nero e tracce di rosso) stride con l’idea stessa di protesta. È come dire di essere poveri e andare in giro griffati: non importa se i pantaloni di marca te li hanno regalati o prestati, il risultato è comunque incoerente e come tale poco credibile (clic per ingrandire).

Precari con immagine coordinata

Striscione «Monotonia portami via»

(2) Le facce dei «nemici» Monti e Fornero sono rese in modo caricaturale (smorfie, rughe in evidenza, sguardi stralunati o luciferini), come si fa in ogni protesta che si rispetti. Ma stavolta la caricatura passa da fotografie in primo o primissimo piano, che inducono a concentrare l’attenzione più sui soggetti fotografati che sull’intervento di chi ha scelto (e/o fotoritoccato) quegli scatti. È come se i manifesti ci dicessero: «Guarda quanto sono brutti, combattiamoli per questo». In altre parole: una caricatura disegnata a mano mette in rilievo l’abilità del caricaturista, la sua capacità di mostrarci tratti del soggetto caricaturizzato a cui non avevamo pensato; una fotografia impietosa ci fa pensare alla bruttezza fisica del soggetto ritratto: chiunque, se fotografato nel momento storto, può apparire orrendo, ma che senso ha evidenziare – per protesta – le rughe, le macchie e il naso di un ministro o un presidente del consiglio? Non sarebbe meglio scegliere altre immagini per protestare contro questo e quel provvedimento, spiegando in tre parole perché? (Clic per ingrandire.)

Fornero reddito minimo garantito

Monti flessibilità

3) Ostentare rughe e macchie di qualcuno vuol dire sottolinearne anzitutto la vecchiaia: non a caso «Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta» si autodefinisce come una «rete di realtà giovanili» e la battaglia pare soprattutto generazionale, anche se si dicono pure dalla parte dei «padri» precari o senza lavoro.

Ho più volte spiegato, QUI e altrove, perché diffido oggi in Italia delle bandiere generazionali: se va bene sono vuota demagogia (si difendono i giovani solo a parole), se va male implicano scegliere le persone «in quanto giovani» e non in quanto preparate, serie, competenti, oneste; o dimenticare che i problemi del paese non riguardano solo i 15-24, gli under 30 o under 40 a seconda di chi si definisce «giovane», ma fasce di popolazione anagraficamente trasversali.

Inoltre, la coerenza di un uomo e una donna di governo vanno misurati sulle loro azioni, non sull’età che hanno, come suggerisce questa immagine (clic per ingrandire):

Monti 68 anni