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Politici e media: sempre più lontani dai problemi di massa

Rassegna stampa

Per capire quanto il dibattito politico-mediatico italiano sia ormai lontano (irrimediabilmente?) dalla quotidianità reale, dura, problematica delle masse di elettori e elettrici che dovrebbero votarli e seguirli – un sottoinsieme di loro sarebbero anche (non dimentichiamolo) lettori e lettrici di giornali, spettatori e spettatrici di programmi tv – basta dare un’occhiata alle prime pagine dei giornali. Utilissimo, a questo proposito, è il servizio de Il Post, che ogni giorno mette in sequenza le immagini delle prime pagine. Disoccupazione a livelli altissimi? Povertà in crescita? Conflitti sociali sempre più drammatici? Coppie senza figli perché non possono permetterseli? Welfare assente? Scuole e università disastrate? Nooo. I giornali e i politici se ne fregano. Continua a leggere

Ma l’ascolto radio è così diverso da quello tv?

Secondo un certo luogo comune, in Italia la radio sarebbe “migliore” della tv, più “di qualità”. Tipicamente infatti chi si lamenta della tv poi aggiunge qualcosa come: “Ma la radio… ah la radio, fortuna che c’è la radio”.

Dipende dalla radio naturalmente.

Da qualche giorno GfK Eurisko ha pubblicato l’anteprima del suo RadioMonitor, uno dei primi strumenti di rilevazione degli ascolti che gli investitori pubblicitari hanno a disposizione dopo che Audiradio è stata liquidata circa un anno e mezzo fa (ne ha dato notizia Daniele Lepido sul Sole 24 Ore, ripreso anche dal Post).

Secondo GfK Eurisko ogni giorno sono 34 milioni di italiani, pari al 65% della popolazione, che accendono la radio. Su base settimanale la percentuale degli ascoltatori sale all’84%, e cioè 44 milioni (l’indagine prende come campione le persone sopra i 14 anni).

Questa è la classifica delle radio più ascoltate nel giorno medio (clic per ingrandire):

GFK Eurisko classifica ascolti radio giornalieri

Dalla classifica una cosa è chiara: in cima agli ascolti stanno radio che potremmo definire di “intrattenimento generalista”: RTL 102.5 straccia tutte, togliendo il primato a Radio Deejay che scende al secondo posto, seguita da Radio 105 e RDS. Ma questo non somiglia a ciò che accade in televisione? Detto in altri termini: per guadagnare ascolti, e dunque introiti pubblicitari, una radio mi pare debba fare cose simili a quella che fa la televisione: molto intrattenimento, poco approfondimento e giuste dosi di notizie adattate (per contenuti e confezione) al target. Non è un caso, fra l’altro, che RTL sia “radiovisione”, combini cioè radio e televisione secondo un modello che anche altre emittenti stanno seguendo (da Radio Deejay a Radio 24) (leggi QUI la storia di RTL).

L’unica vera differenza – mi pare – sta nella quantità e varietà dell’offerta: gli ascoltatori radio hanno infatti molte più possibilità di scelta degli spettatori tv, anche limitando lo sguardo all’offerta generalista. L’offerta poi si amplia e frammenta ulteriormente nella miriade di radio locali, sicché ognuno può trovare la nicchia d’ascolto in cui più si riconosce, locale o nazionale che sia. Ed è stando al calduccio di quella nicchia che dice: “Ah, la radio, meno male che c’è la radio”.

Le inchieste de Il Post

Da un paio di settimane sto seguendo un divertente tumblr che si intitola «Le inchieste de Il Post». Parte da una specie di manifesto fondativo, che sta tutto nella citazione di una frase del blogger Giovanni Fontana: «Il Post è l’unico giornale – davvero l’unico, controllate – che ha il coraggio di non mettere quello che non serve».

E prosegue postando, per capovolgimento ironico, tutte e solo le notizie più irrilevanti e scioccherelle che la testata pubblica: da «Gli Obama si divertono», con foto di Obama che fa il piacione, a «Come sarà fatto l’iPad3?», con l’immagine di un tizio orientale che tiene l’iPad in fronte, a «Le foto di Bill Murray che gioca a golf».

Gli Obama si divertono

L’ironia funziona a maggior ragione per il titolo «Le inchieste de Il Post»: è chiaro che quelle riportate dal tumblr non sono inchieste, il che credo sia evidente anche ai giornalisti de Il Post.

È ancor più chiaro, però, che questo tipo di «notizia» (il termine è tanto inadeguato quanto «inchiesta») si trova – dove più, dove meno – in quasi tutte le testate giornalistiche on line: serve ad attrarre lettori, perché il gossip e lo sciocchezzaio sono fonte sicura di clic compulsivi e contagiosi. Inoltre, si sa: l’infotainment (la mescolanza di informazione e intrattenimento) non riguarda solo internet ma anche stampa e televisione, e non riguarda solo l’Italia, ma è diffuso in tutto il mondo.

Il punto, secondo me, sta nel «dove più, dove meno»: sarebbe interessante – oltre che divertente – fare lo stesso lavoro di selezione maliziosa su tutte le testate on line. Con un po’ sistematicità, si potrebbero definire differenze quantitative a cui molti lettori non fanno caso. O che molti hanno in mente solo a spanna.

Un altro punto interessante è capire come fanno a ottenere clic le testate che riducono al minimo lo sciocchezzaio. Ancor più importante, poi, sarebbe capire se le inchieste serie riescano davvero a fare concorrenza, in fatto di clic, al gossip. Ma per capirlo bisognerebbe sapere con certezza i numeri di visite che le varie notizie ottengono, e poterli confrontare anche da una testata all’altra. Il che non è possibile. Non dall’esterno.

Idea per una tesi: i primi due punti possono essere sviluppati in una tesi di laurea triennale. Per concordare impostazione e metodologia, iscriviti a ricevimento.

Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

Ancora sul maschilismo dei giornali on line

A proposito del maschilismo delle testate giornalistiche on line, di cui parlavamo lunedì, mi scrive Lucia:

«Al Post, anche se ci lavorano meno donne che uomini come notavi tu, non espongono box morbosi con tette e culi.

Ma mi sono molto sorpresa nel leggere che tessevi le lodi di Lettera 43, perché nella scelta dei contenuti e nella gerarchia delle notizie rispecchia esattamente gli standard del giornalismo cartaceo, e per fare page views ha sezioni come questa: http://www.lettera43.it/stili-vita, con donne seminude a volontà.

Poi possono avere tutte le donne che vuoi in redazione, ma finché la cultura di fondo resta quella, non credo che le cose possano cambiare di molto.»

Lettera 43D’accordo con Lucia, purtroppo. Nell’articolo di lunedì volevo solo far parlare alcuni numeri, perché ragionare su quelli a volte serve. Ma i numeri, ovviamente, mostrano alcune cose e ne trascurano, o addirittura nascondono, altre.

Perciò è vero che la redazione di Lettera 43 è composta da 16 persone, di cui 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. Ed è pur vero che le donne vi ricoprono ruoli di rilievo, fra cui quello di capo redattore e direttore editoriale. Ma le loro scelte sono anche queste (ho preso gli screenshot ieri sera, clic per ingrandire):

Lettera 43, Stili di vita 1

Lettera 43, Stili di vita 2

I nuovi giornali on line sono maschilisti?

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.

Poi nell’ottobre 2010 sono arrivati Lettera 43 di Paolo Madron, e a gennaio di quest’anno Linkiesta di Jacopo Tondelli, che pure loro a quanto pare stanno andando bene. Insomma, seppure in ritardo rispetto a molti altri paesi, per fortuna anche da noi il giornalismo on line sta decollando.

Non sono una giornalista e perciò lascio ad altri la discussione sui rapporti fra giornalismo tradizionale e on line, sull’affidabilità di entrambi, sulla crisi dei giornali cartacei e i successi di quelli on line. Cose di cui già molto si parla in rete.

Mi limito però a esprimere un disagio che ho sempre avvertito navigando questi ambienti: sono dominio nettamente maschile. Ne parlo solo oggi perché ho finalmente trovato il tempo di togliere vaghezza al mio disagio e fare un po’ di conti.

Il Fatto Quotidiano Cominciamo dal Fatto Quotidiano: stando a Wikipedia, oggi la redazione è composta da 45 persone (all’inizio erano 16), ma solo 11 sono donne, vale a dire circa il 24%; inoltre, su 262 blog (se ho fatto bene i conti) che afferiscono alla testata on line, solo 61 sono di donne, il che vuol dire circa il 23%.

Il PostIl Post: 1 direttore, una redazione composta da 2 maschi e 2 femmine, più 2 collaboratori maschi e 1 segretaria di redazione, il che significa 8 persone di cui 3 donne, cioè il 37,5% (vedi Chi siamo). Malino, non malissimo. Ma se contiamo le firme, le donne quasi svaniscono: su 46 autori solo 7 sono donne, cioè circa il 15%.

Lettera 43Per fortuna nella redazione di Lettera 43 le cose vanno molto meglio (vedi Staff): è vero che il direttore Paolo Madron è un uomo (come negli altri casi), ma il redattore capo Nadia Anzani è una donna (wow); inoltre, nella redazione di 16 persone, ben 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. E se è vero che la segretaria di redazione è come sempre una donna, è anche vero che il direttore editoriale lo è. Evviva.

LinkiestaL’ottimismo si spegne subito se frughiamo nella redazione di Linkiesta: 14 persone, di cui solo 1 donna. Suona forse meglio se diciamo che qui le donne sono poco più del 7%, ma sempre una sola è.

TIRANDO LE SOMME

Insomma, stando a questi numeri e tenendo conto che nel Parlamento italiano – di cui tutti lamentiamo il maschilismo – ci sono 191 donne su 945 parlamentari, e cioè solo il 20,2%, ebbene: in Italia il cosiddetto «nuovo giornalismo on line» – a parte Lettera 43 (sia lodata!)appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana.

Allora mi chiedo: perché? Non ci sono abbastanza giornaliste che abbiano interesse per la rete? Non ci sono abbastanza giornaliste in generale? O non ci sono abbastanza giornaliste che siano adatte alle nuove testate on line?

Insomma, dove lavorano le giornaliste italiane? Non voglio pensare siano relegate (o si siano auto relegate) alle testate femminili… o sì?

😦