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Nel bene o nel male, purché se ne parli. Come uscirne?

Il detto «Nel bene o nel male, purché se ne parli» (e simili) parafrasa un brano de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890): «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about».

Portrait of Oscar Wilde

Da anni è diventato il motto con cui si giustifica la comunicazione più volgare, aggressiva, sguaiata. In pubblicità come in politica, in televisione come sulla stampa e su internet.

È una frase stranota, al punto che vi fanno ricorso non solo i comunicatori di professione, ma tutti quelli che vogliono mostrarsi furbi e disincantati nell’interpretare la comunicazione, quelli che vogliono dar prova di saperla lunghissima: se qualcuno si lamenta di certi eccessi, il sapientone di turno è pronto a replicare: «Ma dove vivi? Non sai che la comunicazione funziona così? Parlino bene o male, purché parlino. Svegliati, baby».

In effetti il detto mette in evidenza qualcosa che somiglia ai paradossi pragmatici studiati dagli psicologi di Palo Alto: non è criticando una comunicazione che eviti la trappola, perché parlandone male ne stai comunque parlando, il che vuol dire che attiri l’attenzione su ciò che critichi e magari gli porti pure soldi.

Ma allora come se ne esce? Non c’è una regola generale e, posto che uscire da un paradosso è sempre molto difficile, il problema si risolve caso per caso.

A volte, com’è ovvio, una sana indifferenza permette di evitare la trappola. Purché non sia così ostentata da pesare come e più di un atto di parola. Ma se il polverone è già sollevato e tutti si accaniscono, nel bene o nel male, a parlarne, il silenzio può essere scambiato per qualunquismo o disimpegno irresponsabile. E allora si è obbligati a parlarne. Ma nel farlo sarà opportuno innanzi tutto metacomunicare, e cioè fare una bella premessa che metta a nudo la situazione paradossale in cui ci si trova. E poi trovare le parole, le sfumature e gli impliciti giusti, per evitare che chi ha piazzato la trappola se ne avvantaggi. Mica facile.

Resta una speranza: la trappola è ormai così nota che forse siamo arrivati quasi al punto che possa prevalere l’indifferenza generale. Se tutti – ma proprio tutti – stanno zitti, la trappola non scatta.

In questa situazione di transizione, il 21 novembre Annamaria Testa ha proposto su Nuovo e utile uno splendido esempio di come si può aggirare il problema. Si intitola «Purché se ne parli. O anche no» e comincia così:

«Questa homepage di NeU, al contrario del solito, non vi propone alcun link perché affronta un paradosso nel quale di sicuro vi siete già imbattuti. E, per affrontarlo sul serio, non deve e non può mandarvi a vedere ciò di cui parla.

Ecco il punto: in questi giorni escono un paio di campagne pubblicitarie (una per una marca di abbigliamento, l’altra per un’automobile) per motivi diversi discutibili. Sono accomunate dal fatto che non vantano direttamente alcuna caratteristica positiva, né tanto meno esclusiva, del prodotto o della marca che dovrebbero essere oggetto della comunicazione.

Straparlano d’altro.

Se le avete viste, bene. E se no, pazienza.» Continua a leggere…