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Elezioni 2013: il M5S è “interclassista”?

Da ormai quasi vent’anni il marketing più accorto ha smesso di basarsi solo su criteri socio-demografici per individuare il target di prodotti, servizi, marchi (età, provenienza geografica, livello di istruzione, tipo di lavoro, censo), per costruire criteri basati sui valori e i significati che le persone attribuiscono a prodotti, servizi, marchi, le emozioni che provano, gli stili di vita che conducono. Criteri trasversali e indipendenti rispetto a quelli socio-demografici. La stessa cosa fanno da tempo, negli Stati Uniti e in Europa, molti studi politologici. Da noi invece no. Da noi si tende ancora ad analizzare i comportamenti di voto in termini socio-demografici. (Clic per ingrandire.)

Il voto 2013 per categoria socio-professionale

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I giovani sono davvero così deprimenti come dicono le statistiche?

Dopo gli scivoloni del presidente Monti e della ministra Cancellieri sul «posto fisso» e sul fatto che i giovani preferiscano un lavoro vicino a mamma e papà, ieri sul Corriere Renato Mannheimer ha presentato i risultati di una ricerca del suo istituto, da cui emergerebbe un’immagine dei giovani fra 18 e 34 anni che conferma appieno i pregiudizi espressi dal governo.

Bamboccioni siete voi

Poiché la ricerca completa non è stata pubblicata, devo attenermi alla sintesi di Mannheimer:

«Alla richiesta di scegliere qual è l’aspetto più importante in una occupazione, più di uno su tre cita senza esitazione il “posto fisso” che risulta contare assai più dello stipendio e ancor più dell’interesse del tipo di lavoro. […]

Questi orientamenti sono confermati anche dalle risposte al quesito relativo alla preferenza tra un lavoro “sicuro anche se meno redditizio” e uno “meno sicuro con più prospettive di reddito”: quasi nove giovani su dieci (per l’esattezza l’84%) optano senza esitazione per la prima alternativa. […]

Di qui una netta (per il 75%, con una diminuzione, comunque, rispetto a due anni fa quando era l’84%) predilezione per un mercato del lavoro “meno flessibile, con meno possibilità di licenziamenti, anche a costo di stipendi più bassi” piuttosto che uno “più flessibile, ma che favorisce stipendi più elevati”. Invece solo poco più di metà (56%) dei giovani italiani dice sì all’idea di un posto di lavoro, anche se fisso, in un altro Paese europeo: l’apertura appare molto maggiore tra i giovanissimi fino a 24 anni, mentre si attenua, forse a causa di famiglie già formate, tra chi ha tra i 25 e i 34 anni. È curioso notare che la disponibilità a trasferirsi appare relativamente più elevata tra chi possiede un diploma di scuola media superiore. I laureati, invece, forti del loro titolo di studio, appaiono paradossalmente più restii a spostarsi.

Questa è, dunque, la cultura del lavoro prevalente nelle nuove (ma anche nelle vecchie) generazioni del nostro Paese. Se è vero, come molti autorevoli studiosi e osservatori hanno sottolineato in queste settimane, che la prospettiva del posto fisso a vita è ormai sulla via del tramonto, travolta in particolare dai processi di globalizzazione e dalla sfavorevole congiuntura economica, è vero anche che questo mutamento pare accolto con grande sfavore e ostilità dagli italiani (e non solo da questi ultimi).»

Ora, è chiaro che, in un momento in cui tutti soffiano sul fuoco dell’incertezza e della paura, se chiedi a qualcuno: preferisci un posto «sicuro anche se meno redditizio» o uno «meno sicuro con più prospettive di reddito», questo qualcuno è molto probabile che scelga la prima alternativa. Ma siamo sicuri che non otterremmo la stessa risposta anche in altre fasce d’età, ben oltre i 18-34 anni? Sicuri che non risponderebbero così tutti coloro che vedono a rischio il loro posto di lavoro, indipendentemente dall’età che hanno? Io non lo sono, e nemmeno Mannheimer lo è, visto che mette fra parentesi «ma anche nelle vecchie generazioni».

E aggiungo: in un quadro di incertezza globale sempre maggiore, non solo italiana, siamo sicuri che la scarsa propensione a muoversi che esprimono i 18-34enni che hanno riposto al questionario non sia frutto, invece che di mammoneria, di una valutazione razionale del fatto che, poiché anche all’estero le cose non vanno meglio, tanto vale restare in Italia?

Insomma sono perplessa, perché l’articolo sembra confermare troppo facilmente i pregiudizi sui «bamboccioni». Quasi volesse giustificare gli ultimi scivoloni del governo. Ovviamente, prima di giudicare, vorrei vedere la ricerca completa.

Ma nel frattempo mi chiedo: a chi e cosa serve confermare di continuo questa rappresentazione recessiva e deprimente dei giovani italiani? Sugli stessi toni, pur mitigati dal pentimento finale, è l’articolo di Ilvo Diamanti oggi su Repubblica. A cosa serve tutta questa insistenza, se non a frustrare ulteriormente i giovani, a convincerli che non valgono nulla? Perché si continua a farlo? Io per mestiere incontro tutti i giorni ventenni che contraddicono questo stereotipo. Vivo e lavoro in una bolla fortunata?

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

I rischi della (non) comunicazione di Mario Monti

Da quando Monti è Presidente del consiglio sono in molti a elogiare la sobrietà del suo stile di comunicazione: discorsi asciutti, nessuna concessione ai giornalisti, un tocco di ironia ogni tanto. Proprio quello che ci voleva per abbassare finalmente i toni, dopo anni di dichiarazioni sopra le righe, turpiloquio, gestacci e promesse vacue. Giusto.

Chi in questi anni si è fatto l’idea che la comunicazione politica coincida con le peggiori scene a cui i partiti ci hanno abituati non può che rallegrarsi, concludendo che Monti, per fortuna, non fa comunicazione: lavora duro, non ha tempo da perdere con i media e va dritto al sodo.

Allora ripeto una cosa che ho già detto altre volte: fare comunicazione politica non è quella robaccia, ma vuol dire entrare in relazione con i cittadini. E farlo tramite i media, vecchi o nuovi che siano.

Ora, per quanto il governo Monti si dica «tecnico», è inevitabilmente (e ovviamente) politico, almeno per tutte le ragioni che ha spiegato Ilvo Diamanti su Repubblica. Come tale, non potrà sottrarsi al gioco della comunicazione per più di qualche giorno ancora, a maggior ragione perché non è stato scelto dai cittadini, ma è nato in un momento di emergenza e dovrà prendere provvedimenti anche impopolari.

Per ora i sondaggi dicono che alla maggioranza degli italiani – oltre che ai partiti – questo governo «piace», come ribadiva Nando Pagnoncelli martedì sera a Ballarò:

Le piace il governo Monti?

Ma se Ipsos chiede allo stesso campione di valutare con qualche aggettivo in più i ministri del governo Monti, scopriamo che già adesso, a bocce ferme, solo il 42% si esprime nettamente a favore, dicendo che sono «competenti e affidabili». Un complessivo 43%, invece, esprime qualche perplessità:

I ministri del governo Monti sono...

Insomma, Monti prima o poi dovrà fare i conti con qualche suo problemino di comunicazione. Quale?

Be’, il public speaking non sembra finora il suo forte: sguardo basso, postura rigida, voce monotona e tendenzialmente inespressiva. Un insieme che lo rende freddo: pare non solo privo di emozioni, ma incapace di suscitarle. È ciò che ha colto immediatamente Maurizio Crozza, con il suo «Monti Robot».

Spero che il Presidente del consiglio se ne renda conto in fretta e faccia di tutto per scaldare la sua comunicazione quel tanto che basti. Non si può infatti rendere più sopportabile nessun sacrificio se non si fa leva su nessuna emozione, né propria né altrui. Né ci si può far perdonare eventuali errori. O forse pensiamo che Monti non sbaglierà mai?

Il «Monti Robot» di Maurizio Crozza:

Un brano del discorso di Monti per la fiducia al Senato il 17 novembre:

I migranti africani, fra cinema, paura e turismo

«L’immigré, vedette américaine de la Mostra de Venise» è il titolo di un pezzo che Jacques Mandelbaum e Philippe Ridet, inviati di Le Monde, hanno scritto sabato scorso, in cui mettevano in evidenza come il tema dell’immigrazione sia quasi diventato un genere cinematografico in Italia, che la mostra del cinema, quest’anno, ha consacrato.

Un fotogramma di Terraferma

I due fra l’altro non sapevano ancora che Terraferma, il film di Emanuele Crialese girato nelle Pelagie, che tratta le conseguenze che gli sbarchi dei cosiddetti «clandestini» hanno sulla vita dei pescatori di una piccola isola, avrebbe ricevuto il Premio della giuria. A maggior ragione oggi, dunque.

La diagnosi dei due giornalisti francesi su questa tendenza sta tutta in un aggettivo: «américaine». Finora ho visto solo Terraferma, e condivido la diagnosi: malgrado le buone intenzioni del regista – di cui ho amato sia Respiro sia Nuovomondo, ma che stavolta non mi ha convinta – la storia pare narrata soprattutto per portare il film in America. Con un’idea stereotipata (e per me sbagliata) di cosa piace agli americani, però.

Perché ne parlo? Perché, come osserva Ilvo Diamanti oggi in un bel pezzo su Repubblica (ho scoperto grazie a lui l’articolo su Le Monde), la tendenza ci racconta qualcosa sulle paure degli italiani per gli «invasori». E su come i registi cerchino, ognuno a modo suo, di contrastarle o esorcizzarle. Vedi: Quei film sugli immigrati nel paese di Terraferma.

Inoltre ho studiato per alcuni anni, nelle Pelagie, il difficile equilibrio fra l’immigrazione dal nord Africa, le comunità locali, le esigenze del turismo e quelle di salvaguardia dell’ambiente. Per cui ne so qualcosa. I risultati del mio lavoro sono confluiti in un articolo, uscito qualche mese fa in un libro collettivo, a cura di Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso: Effetto Med. Immagini, discorsi, luoghi, Lupetti Editore, 2011.

Ho chiuso l’articolo nel maggio 2010, quando il problema degli sbarchi a Lampedusa pareva «risolto» – si fa per dire – dagli accordi con la Libia. Poi è arrivata la guerra e il resto lo sappiamo.

Scrivevo nel maggio 2010:

Quanto ai timori che gli sbarchi dall’Africa potessero scoraggiare il turismo, è ormai chiaro che erano infondati. Per due ragioni. Innanzi tutto, i turisti hanno sempre incontrato così poco i migranti che, quando si imbattevano nelle loro tracce – vestiti, oggetti, pezzi di barche, relitti – tendevano a trasformarli in souvenir speciali, fotografandoli come qualcosa da mostrare ad amici e parenti al ritorno, qualcosa che conferiva «avventurosità», «emotività», «autenticità» alla loro vacanza.

In secondo luogo, il clamore mediatico sui migranti ha svolto per Lampedusa negli anni 2000 un ruolo analogo a quello che avevano svolto i missili libici dopo il 1986, attirando le masse invece di spaventarle. Non a caso, a partire dal 2003 l’industria del turismo fagocitò il fenomeno, organizzando ogni anno a settembre «O’ scia’» , una manifestazione canora ideata da Claudio Baglioni proprio per attirare attenzione, risorse, denaro pubblico e privato sia sulle Pelagie come luogo turistico, sia sull’accoglienza dei migranti, combinando esplicitamente le due aree semantiche. (p. 316)

Quest’anno, da quel che so, i nuovi sbarchi hanno in parte ridotto gli afflussi turistici su Lampedusa e Linosa. Ci penserà il film di Crialese, fra gli altri, a dargli nuovo impulso. Con l’aiuto del clamore mediatico.

Ma la mia domanda è: fino a che punto sarà un bene per quelle isole?

Se vuoi approfondire l’argomento, ecco il pdf del mio articolo: I contrasti delle Pelagie: fra turismo di massa, ambientalismo e migranti.

Perché non mi piace l’ironia del «Non studiate!» di Ilvo Diamanti

Ultimamente nella sua rubrica «Bussole» su Repubblica Ilvo Diamanti si sfoga. A Bologna si direbbe «gli è scesa la catena», laddove per catena si intende, metaforicamente, quella delle biciclette. L’ha fatto il 18 agosto, parlando dell’assurdità delle borse e del modo in cui incidono sulla nostra vita senza che ce ne rendiamo conto, con questi toni:

Ilvo Diamanti

«Insomma, tutto è chiaro e trasparente in questa economia globale. Possiamo stare tranquilli. Le democrazie non corrono rischi. E possono continuare ancora a lungo a colpi di taxation, senza problemi di representation. Come si sa, la credibilità del ceto politico e delle classi dirigenti, oggi, è saldissima. Le proteste “indignate”, le esplosioni violente dei giovani, il crescente peso dei populismi: un raffreddore per l’organismo sano della nostra Democrazia. Dove i cittadini, come nell’Atene di Pericle, si incontrano e discutono del presente, ma soprattutto del futuro, pardon: dei futures. Insieme, riuniti nell’Agorà. Cioè, nella Piazza. Affari.» (QUI tutto l’articolo.)

La tecnica retorica è ironia per capovolgimento di senso. Cioè: dice il contrario di quel che pensa lui e di ciò che accade nel mondo, per indurre un sorriso. Sorriso in questo caso amaro, perché la situazione implicata per ironia è negativa, preoccupante.

La stessa tecnica appare nel pezzo di oggi, che s’intitola «Non studiate!» (via Alessandra Farabegoli) e comincia così:

«CARI RAGAZZI, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria.

Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.» (QUI tutto l’articolo.)

Ma mentre nel primo pezzo il capovolgimento ironico includeva un’analisi della situazione, ci faceva riflettere sul fatto che le democrazie sono ostaggio della finanza internazionale e noi non ci capiamo nulla, nel caso di «Non studiate!» l’ironia capovolge una sfilza di luoghi comuni: leggendoli, non impariamo nulla di nuovo, è roba che sappiamo già.

Non solo: l’articolo rischia di essere preso alla lettera, come invito a mandare tutto in malora, perché quei luoghi comuni sono ciò che oggi pensano, in modo più o meno confessato, un bel po’ di italiani. Un invito che fra l’altro resta sotto traccia anche se lo si legge ironicamente. Insomma, mentre col primo articolo l’ironia di Diamanti ci dava qualcosa, col secondo non ci dà un bel nulla.

Con l’aggravante che non solo non dà, ma toglie pure qualcosa a quelli che vogliono comunque studiare: il buon umore.

Dunque a che serve? Sfogo per lui stesso. Ma mentre lui si sfoga, gli altri si beccano l’amarezza e il senso di distruzione.

Gad Lerner, Berlusconi e le donne

Ieri sera ho guardato L’infedele di Gad Lerner (se non l’hai vista, è sul sito della trasmissione). E mi sono abbacchiata. Per due motivi.

Uno. Il giochetto che fa Berlusconi è sempre lo stesso dal 1994: un po’ di show prima delle elezioni, e tutti abboccano. Avversari politici e media, per giorni e giorni, non fanno che parlare di lui. E ci cade anche chi, come Lerner, presume di essere più furbo degli altri, e fuori dal coro perché parla da un tv non controllata da Berlusconi. Sarà anche non controllata, ma se lui fa così è peggio che se lo fosse.

Mi annoio da sola a riparlarne, ma ricordo per l’ennesima volta la regola principale di Non pensare all’elefante! di George Lakoff:

«Ricordarsi di “non pensare all’elefante”. Se accettate il loro linguaggio e i loro frame [degli avversari] e vi limitate a controbattere, sarete sempre perdenti perché rafforzerete il loro punto di vista» (trovi le altre regole QUI).

Due. Mi avvilisce in modo crescente la nicchia che Lerner ha riservato alla questione femminile nel nostro paese (che ora lui chiama «donna tangente»). Intendiamoci: sulla tv italiana è l’unico che lo fa, da quando il 4 maggio 2009 invitò Lorella Zanardo a presentare Il corpo delle donne. All’inizio non dico che ci credevo (vedi il commento che feci QUI), ma stavo a vedere.

Ora non ce la faccio più: si vanta a ripetizione di essere l’unico uomo, in Italia, ad avere questa attenzione costante. Il che è vero, povere donne. Ma puntualmente le sue ospiti stanno lì come in una gabbietta per le scimmie.

Il tempo è sempre ridotto agli ultimi minuti di trasmissione, e vabbe’: non si può parlare sempre di quello. Ma il confine col fenomeno da baraccone è stato oltremodo superato, specie da quando è iniziata la carrellata di escort chiamate a spiegarci “perché lo fanno”.

Infine – cosa per me più grave – se invita donne a parlare di “cose da uomini”, il tempo e l’attenzione che riserva loro è sempre inferiore (molto) a quelli per gli uomini. Esempio di ieri: ha invitato la politologa Sofia Ventura a parlare di Berlusconi e bla bla bla, con il sociologo Ilvo Diamanti, lo storico Marco Revelli, il filosofo Marcello Veneziani e altri uomini. Era seduta in prima fila con Revelli e Veneziani (bene!), ma la camera saltava sempre da Diamanti (dietro) a questi due, mentre Ventura era meno interpellata e spesso interrotta. Non la conosco personalmente e non sempre condivido ciò che pensa, ma ieri diceva cose molto più interessanti, dal mio punto di vista, non dico di Diamanti, ma sicuramente degli altri due in prima fila.

Non ho avuto tempo né voglia di misurare col cronometro (se ti va, QUI c’è la trasmissione), ma la differenza era macroscopica.

Il blitz di Obama sui media

Newsweek ha inaugurato una nuova serie video, con cui mette in evidenza, ogni settimana, l’ossessione mediatica che l’ha contraddistinta.

Quella della settimana scorsa: Obama visibile, udibile e leggibile ovunque.

Vale la pena ricordare il principale rischio del presenzialismo mediatico, già messo in evidenza da Ilvo Diamanti su Repubblica, qualche giorno fa, a proposito di Berlusconi: il fastidio, la ripulsa del pubblico.

Per il video devi seguire il link, perché la rivista non permette l’embedding.

The Weekly Obsession: A Presidential Media Blitz