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I migranti africani, fra cinema, paura e turismo

«L’immigré, vedette américaine de la Mostra de Venise» è il titolo di un pezzo che Jacques Mandelbaum e Philippe Ridet, inviati di Le Monde, hanno scritto sabato scorso, in cui mettevano in evidenza come il tema dell’immigrazione sia quasi diventato un genere cinematografico in Italia, che la mostra del cinema, quest’anno, ha consacrato.

Un fotogramma di Terraferma

I due fra l’altro non sapevano ancora che Terraferma, il film di Emanuele Crialese girato nelle Pelagie, che tratta le conseguenze che gli sbarchi dei cosiddetti «clandestini» hanno sulla vita dei pescatori di una piccola isola, avrebbe ricevuto il Premio della giuria. A maggior ragione oggi, dunque.

La diagnosi dei due giornalisti francesi su questa tendenza sta tutta in un aggettivo: «américaine». Finora ho visto solo Terraferma, e condivido la diagnosi: malgrado le buone intenzioni del regista – di cui ho amato sia Respiro sia Nuovomondo, ma che stavolta non mi ha convinta – la storia pare narrata soprattutto per portare il film in America. Con un’idea stereotipata (e per me sbagliata) di cosa piace agli americani, però.

Perché ne parlo? Perché, come osserva Ilvo Diamanti oggi in un bel pezzo su Repubblica (ho scoperto grazie a lui l’articolo su Le Monde), la tendenza ci racconta qualcosa sulle paure degli italiani per gli «invasori». E su come i registi cerchino, ognuno a modo suo, di contrastarle o esorcizzarle. Vedi: Quei film sugli immigrati nel paese di Terraferma.

Inoltre ho studiato per alcuni anni, nelle Pelagie, il difficile equilibrio fra l’immigrazione dal nord Africa, le comunità locali, le esigenze del turismo e quelle di salvaguardia dell’ambiente. Per cui ne so qualcosa. I risultati del mio lavoro sono confluiti in un articolo, uscito qualche mese fa in un libro collettivo, a cura di Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso: Effetto Med. Immagini, discorsi, luoghi, Lupetti Editore, 2011.

Ho chiuso l’articolo nel maggio 2010, quando il problema degli sbarchi a Lampedusa pareva «risolto» – si fa per dire – dagli accordi con la Libia. Poi è arrivata la guerra e il resto lo sappiamo.

Scrivevo nel maggio 2010:

Quanto ai timori che gli sbarchi dall’Africa potessero scoraggiare il turismo, è ormai chiaro che erano infondati. Per due ragioni. Innanzi tutto, i turisti hanno sempre incontrato così poco i migranti che, quando si imbattevano nelle loro tracce – vestiti, oggetti, pezzi di barche, relitti – tendevano a trasformarli in souvenir speciali, fotografandoli come qualcosa da mostrare ad amici e parenti al ritorno, qualcosa che conferiva «avventurosità», «emotività», «autenticità» alla loro vacanza.

In secondo luogo, il clamore mediatico sui migranti ha svolto per Lampedusa negli anni 2000 un ruolo analogo a quello che avevano svolto i missili libici dopo il 1986, attirando le masse invece di spaventarle. Non a caso, a partire dal 2003 l’industria del turismo fagocitò il fenomeno, organizzando ogni anno a settembre «O’ scia’» , una manifestazione canora ideata da Claudio Baglioni proprio per attirare attenzione, risorse, denaro pubblico e privato sia sulle Pelagie come luogo turistico, sia sull’accoglienza dei migranti, combinando esplicitamente le due aree semantiche. (p. 316)

Quest’anno, da quel che so, i nuovi sbarchi hanno in parte ridotto gli afflussi turistici su Lampedusa e Linosa. Ci penserà il film di Crialese, fra gli altri, a dargli nuovo impulso. Con l’aiuto del clamore mediatico.

Ma la mia domanda è: fino a che punto sarà un bene per quelle isole?

Se vuoi approfondire l’argomento, ecco il pdf del mio articolo: I contrasti delle Pelagie: fra turismo di massa, ambientalismo e migranti.

Verona, immigrati e stereotipi

Da una ricerca condotta dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e dalla Bocconi fra settembre e novembre 2009 in otto città italiane (Alessandria, Bologna, Brescia, Lucca, Milano, Prato, Rimini e Verona), emerge che a Verona gli immigrati regolari, quasi 26 mila su 265 mila residenti, si sentono meno discriminati che nelle altre città esaminate, mentre si sentono più a disagio i clandestini, la cui percentuale massima (11%) è inferiore alla media nazionale (14%) e più bassa di altre città del nord Italia con forte presenza di immigrati.

I risultati dell’indagine, basata sulla distribuzione di 1037 questionari anonimi, sono stati presentati a Verona il 29 aprile dal sindaco Flavio Tosi e da Tito Boeri, docente della Bocconi e direttore della Fondazione Debenedetti. Dalla ricerca emerge inoltre che:

  1. a Verona gli immigrati regolari si sentono meno discriminati (16,9%) che nel resto d’Italia (20,3%);
  2. gli immigrati irregolari si sentono più discriminati a Verona (42,9%) che nel resto d’Italia (27,8%);
  3. la città è in grado di attrarre immigrati mediamente più istruiti;
  4. molti immigrati clandestini che hanno avuto problemi con la legge li avevano già prima di arrivare in Italia;
  5. i bambini immigrati sono ben accolti nelle scuole comunali dell’infanzia.

La sintesi della ricerca, che ho tratto da una notizia sul Gazzettino e da un’Ansa, mi è stata segnalata dal collega Fabrizio Bercelli, il quale ha aggiunto un commento che – essendo io siciliana di nascita ma avendo vissuto per anni a Verona – rispecchia anche la mia esperienza diretta. Lo riporto qui sotto, perché mi pare un interessante spunto di riflessione per tutti:

«Perché segnalo questa notizia? Sono veronese d’origine e, conoscendo abbastanza bene i veronesi, trovavo inverosimili le accuse di diffusa ostilità agli immigrati rivolte loro un po’ dappertutto: Verona simbolo del razzismo leghista, e il sindaco Tosi suo emblema vivente.

Poi mi capita di avere, dall’anno scorso, per ragioni d’affari, intensi rapporti con vari immigrati regolari in un paese della bassa veronese (Vigasio), e un’esperienza diretta dei loro rapporti quotidiani con la gente del posto.

Ne ho ricavato l’impressione di un’accoglienza estremamente rispettosa e perfino affettuosa da parte di vicini di casa, coinquilini, amministratori di condominio, negozianti, datori di lavoro, colleghi, nonché impiegati e funzionari del comune – gente che per lo più vota Lega, alcuni leghisti militanti.

Molta freddezza, invece, verso i clandestini, e nessuna indulgenza con i pochi immigrati anche regolari che violano regole fondamentali per (molti di) noi. Ad esempio (esempi reali), un marito arabo che maltratta la moglie in casa, un gruppo di maschi indiani conviventi che regolarmente buttano la spazzatura dal balcone, altri che sistematicamente non pagano l’affitto e vandalizzano il condominio in cui abitano. Comportamenti di questo genere non godono di nessuna tolleranza e suscitano dure proteste e sanzioni. Ma gli immigrati “che i fa pulito” (che si comportano bene) sono festeggiati e quasi coccolati – questa la mia personale impressione.

La mia ipotesi, prima di avere notizia dei risultati di questa ricerca, era che il modello veronese di accoglienza “a due facce” fosse eccellente, oltre che assai poco razzista. Un’ipotesi, certo, basata su esperienze limitate e su una certa conoscenza della cultura locale, niente di più.

Ora i risultati di questa ricerca suggeriscono che questa ipotesi (ovviamente non solo mia) sia meno assurda di come la qualificavano i miei amici emiliani “di sinistra” quando osavo dirla, venendo trattato da provocatore.

Se Verona e Nord-Est razzisti, oltre che leghisti, sono falsi stereotipi, alimentati da giornalisti inetti e politici interessati, di quanti altri stereotipi simili siamo vittime o complici?»