Archivi tag: inchiesta

Report: ma l’università italiana non è solo parentopoli

Domenica 15 maggio è andata in onda una puntata di Report con un’inchiesta di Sabrina Giannini dal titolo «Concorso in reato».

L’inchiesta si è soffermata, fra l’altro, su alcuni concorsi universitari, mostrando lo scambio di favori che permette di far vincere alcuni parenti di presidi e rettori. Sabrina Giannini ha trattato soprattutto il caso dell’università “La Sapienza”, che vede tra i professori ordinari della facoltà di Medicina ben cinque parenti dell’attuale rettore Luigi Frati.

Pur stimando Milena Gabanelli (anche se ho apprezzato meno alcune inchieste degli ultimi mesi), no anzi, proprio perché la stimo, l’inchiesta mi ha delusa molto.

Difesa corporativa da parte di una docente universitaria? Niente affatto, e cerco di spiegare perché.

Benissimo che si affondi il coltello nei mali dell’università italiana. Meno bene, però, che si riducano questi mali, come sempre ultimamente i media fanno, alla cosiddetta parentopoli. Ancor meno bene che si citino sempre i soliti esempi: il caso “La Sapienza” è stato più volte già trattato.

La mancanza di meritocrazia, per esempio, non riguarda solo l’assunzione di figli e parenti, ma soprattutto la più generale scarsa inclinazione dei cosiddetti «baroni» a promuovere persone non allineate con il loro pensiero, ma comunque – e in alcuni casi proprio per questo – più originali, acute, innovative. Un tema troppo difficile per un’inchiesta giornalistica? Forse, però credevo che lo staff di Milena Gabanelli potesse farcela.

Il punto è che parlare di parentopoli è più facile non solo perché è più facile snidare i figli e le mogli – basta incrociare i database comunali con quelli universitari – ma perché conferma ciò che i telespettatori hanno già in testa e dunque ottiene più audience, commenti più favorevoli alla trasmissione (si gradisce sentirsi ripetere ciò che già si sa) e suscita ancor più facile scandalismo contro l’università italiana.

E allora subentrano, dal mio punto di vista, considerazioni simbolico-culturali. E forse anche etiche, perché mi domando: è giusto rinfocolare i soliti stereotipi contro l’università italiana in un momento in cui gli investimenti nel sistema educativo e nella ricerca nazionale sono ai minimi storici?

O non sarebbe più giusto controbilanciare questi stereotipi negativi con inchieste su tutti i bravissimi non solo ricercatori (che di questi ultimamente si è parlato), ma anche docenti e sì, finanche «baroni», che tutti i giorni fanno il loro dovere e lo fanno bene, nella ricerca come nella didattica, nell’amministrazione come nella cura degli studenti, con stipendi che sono in media la metà di quelli dei loro colleghi in Europa e negli Stati Uniti?

Perché questi bravissimi docenti e «baroni» ci sono, eccome. Se solo qualche giornalista si prendesse la briga di farli parlare.

(Vale la pena precisare, per chi non lo sapesse, che un ricercatore universitario viene assunto oggi, a un’età media di 38 anni e cioè dopo almeno 15 anni di studio e ricerca post-laurea, con uno stipendio netto di 1000 euro al mese più qualche spicciolo. E un professiore associato con 5 anni di anzianità, che in media ha circa 50 anni, prende poco più di 2000 euro netti al mese, lavorando, se fa bene il suo mestiere, dieci ore al giorno e spesso anche al weekend e nelle feste comandate.)

Lo stralcio della puntata di Report del 15 maggio in cui si parla di università:

Studenti&Reporter 9 – Il futuro degli studenti

Oggi l’inchiesta di Studenti&Reporter, uscita su Repubblica Bologna, riguarda le difficoltà di inserimento dei neolaureati nel mercato del lavoro italiano, le cui condizioni di depressione cronica si sono ulteriormente aggravate con la crisi economica.

E infatti, un buon numero degli studenti che abbiamo intervistato già immaginano di fuggire all’estero.

Qui c’è l’inchiesta, condotta da Daniele Dodaro, Laura Mazzanti, Gloria Neri, Marco Salimbeni, Aura Tiralongo:

Lasciare l’Italia è il modo migliore

E questo è il mio pezzo introduttivo (Laureati e lavoro al tempo della crisi), che per comodità riporto anche qui:

Negli ultimi mesi a Bologna e in Emilia-Romagna si sono moltiplicate le iniziative di riflessione e dibattito sul rapporto fra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, in svariate direzioni.

C’è il problema dell’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro: quanti sono i laureati che trovano subito lavoro? E che tipo di lavoro trovano? Quanto pagato?

C’è il problema della meritocrazia: per lavorare contano più il merito e la preparazione o le raccomandazioni?

C’è infine il problema della ricerca: Bologna è fra i primi 200 atenei finanziati dall’Unione Europea e nel 2008 era al secondo posto, in Italia, nell’ottenimento di finanziamenti nazionali PRIN, uno solo in meno della Sapienza di Roma, al primo posto.

Ma la situazione della ricerca italiana è allarmante: l’Italia spende solo l’1,1% del Pil in ricerca (dati OCSE), la metà dei paesi del G7 (2,2%) e ben al di sotto della media di investimenti dell’Europa allargata a 27 paesi (1,76%).

Nel contesto italiano l’Università di Bologna sta meglio di altre: i dati 2009 dell’osservatorio Alma Laurea dicono che il 50% dei nostri neolaureati, a distanza di un anno dalla laurea, ha già trovato lavoro, mentre una percentuale rilevante di quelli che non lavorano (il 28,6%) sono impegnati in ulteriori corsi di formazione o periodi di praticantato, e solo il 16,7% cercano e non trovano.

Ma a ben guardare i giovani trovano più contratti atipici (49,9%) e meno lavori stabili (32,1%), con un guadagno medio netto di 1.138 euro al mese per gli uomini e 913 per le donne, che non è molto.  Non sono tutte rose e fiori nemmeno a Bologna, insomma.

Non stupisce allora che il dibattito prenda sempre più spesso in considerazione il problema dei “cervelli in fuga”: giovani che decidono di abbandonare il paese per trovare lavoro o fare ricerca all’estero, dove si aspettano – e spesso trovano – stipendi d’ingresso più alti e carriere più rapide e meritocratiche. Data la situazione, abbiamo deciso allora di chiedere agli studenti come immaginano il loro futuro: pensano di lavorare in Italia o sono già pronti a fuggire all’estero?

—————

Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 8 – Bologna e i suoi giovani, fra graffiti e hip hop, 13 maggio 2010

Studenti&Reporter 7 – Il tramonto di Bologna visto dagli studenti, 21 aprile 2010

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine, 31 marzo 2010

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra, 17 marzo 2010

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

Studenti&Reporter 7 – Il tramonto di Bologna visto dagli studenti

Per l’inchiesta Studenti&Reporter, uscita oggi su Repubblica Bologna, abbiamo lavorato su una lamentazione ricorrente fra i bolognesi, per cui Bologna «non sarebbe più quella di una volta» (un po’ come le stagioni). Abbiamo chiesto agli studenti dell’ateneo cosa pensano del «tramonto di Bologna», come è stato chiamato dal cardinale Caffarra – l’ultimo ad aver ripreso, a modo suo, la questione.

Puoi scaricare il risultato dell’inchiesta, condotta da Daniele Dodaro, Laura Mazzanti e Marco Salimbeni, seguendo questo link: «La città è promossa, anche se mense e affitti non piacciono ai ragazzi» (dalla rassegna stampa di Unibo Magazine).

E QUI c’è il mio pezzo introduttivo:

Il giorno di Pasqua il cardinale Caffarra, durante l’omelia in San Pietro, ha definito Bologna una città destinata ad «avviarsi sul viale del tramonto». È un monito a cui la chiesa ci ha abituati da anni: da quando Biffi, nel 1985, lanciò la celebre definizione di Bologna «sazia e disperata», molti l’hanno ripresa, per ribadirla e adattarla ai tempi, o negarla polemicamente. Lo stesso Caffarra, ad esempio, l’ha menzionata più volte negli ultimi anni, parlando di Bologna ora «sfregiata e disperata», ora «non più sazia ma disperata».

A prescindere dalla chiesa cattolica, che vuole sempre sottolineare il proprio ruolo educatore e moralizzatore contro il materialismo e individualismo dei bolognesi, l’idea di una «Bologna in declino» o «al tramonto» torna spesso anche in altri ambiti, perché si sa: lamentarsi dei mali della città è uno dei passatempi preferiti dai bolognesi.

Siamo dunque di fronte al solito luogo comune? In parte sì, anche se non si può negare che, negli ultimi anni, il lamento si sia fatto più acuto e frequente, specie per quanto riguarda le politiche culturali e la sicurezza cittadina (si veda l’inchiesta di Studenti&Reporter il 17 febbraio 2010).

Inoltre, la crisi economica ha contribuito al malessere generale con numerosi e fondati motivi. Non a caso, subito dopo Pasqua, le parole di Caffarra sono state riprese persino dalla Fiom-Cgil, che le ha collegate ai problemi di migliaia di lavoratori del settore metalmeccanico, che sono in cassa integrazione e hanno prospettive assai incerte.

Insomma, l’impressione generale è che oggi lo stereotipo di Bologna «sul viale del tramonto» possa essere più fondato di una volta. È a partire da queste considerazioni, allora, che ci siamo chiesti: come la vedono i ventenni su questo punto? Credono anche loro che Bologna sia in declino? E cosa pensano gli studenti fuori sede che, avendo scelto di studiare a Bologna, forse ne avevano un’immagine positiva? Le loro aspettative sono state soddisfatte o deluse?

Come vedremo, la maggioranza dei giovani che abbiamo intervistato – residenti o meno – danno prova di grande concretezza: non lanciano anatemi contro la città in cui vivono e studiano, ma individuano chiaramente diversi problemi.

—————

Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine

Oggi l’inchiesta di Studenti&Reporter su Repubblica Bologna parla di ragazze che vendono la propria immagine per guadagnarsi da vivere.

Questo è il mio pezzo introduttivo, seguito da due interviste:

In un mondo in cui l’ingresso nel lavoro è sempre più difficile, precario e sottopagato soprattutto per le donne, molte ragazze usano la loro immagine per guadagnare qualcosa: hostess, ragazze immagine, cubiste sono alcuni dei ruoli più noti.

Non tutte sognano di entrare nello spettacolo: molte si pagano gli studi in attesa di altre occupazioni.

Abbiamo fatto una ricognizione sulle agenzie bolognesi che lavorano nel settore. La maggior parte offrono, più in generale, servizi locali di organizzazione eventi; pochissime sono sede locale di realtà nazionali e internazionali che operano nello spettacolo. Non tutte le ragazze si rivolgono alle agenzie, molte si mettono in proprio. Ecco le principali mansioni.

La promoter indossa magliette sponsorizzate e distribuisce volantini e gadget per circa 50 euro al giorno. La hostess, in rigoroso tailleur, offre accoglienza clienti e servizi di traduzione durante convegni, fiere, eventi, per circa 80 euro a giornata di 8 ore.

Delle promoter e hostess, il 70% sono studentesse fra 18 e 26 anni.

Poi ci sono i veri e propri ruoli “di immagine”, in cui la bellezza fisica ha il ruolo più importante.

La ragazza immagine, per minimo 150/200 euro a servizio, semplicemente sta ferma in abito elegante o in costume durante fiere, eventi o feste, prestandosi a foto con prodotti, clienti e ospiti; in caso di necessità, si rifiuta di fare qualsiasi cosa. La driver, in pantalone nero e camicia bianca, si fa offrire da bere dai clienti di un locale, per un compenso di circa 80 euro a serata di un paio d’ore. La cubista balla sui cubi in discoteca, pagata minimo 100 euro per 3 o 4 ore di lavoro. L’accompagnatrice, infine, fa da partner a clienti importanti in cene e summit di lavoro, anche fuori sede e all’estero; completamente spesata, prende un minimo di 1000 euro a servizio, più una diaria variabile.

INTERVISTA 1: «Allevavo e istruivo Top Class: me le portavano i genitori», di Aura Tiralongo

INTERVISTA 2: «In discoteca mi guardavano tutti: l’ho fatto diventare il mio lavoro», di Aura Tiralongo

——————

Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010