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Un video con Wisława Szymborska

Ho trovato sul sito del Collegio Superiore dell’Università di Bologna i video tratti dall’incontro con Wisława Szymborska del 27 marzo scorso (i dettagli QUI).

Per la gioia di coloro che amano Wisława (ma quel giorno non c’erano), ho scelto quello in cui lei appare più a lungo. Realizzato da TVBook, dura circa 15′. (Trovi gli altri QUI.)

Wisława prende la parola più o meno al minuto 8’40”. La traduzione consecutiva è di Jarosław Mikołajewski, direttore dell’Istituto Polacco di Roma.

Avrei preferito un montaggio più centrato su di lei, ma tant’è. Molti aspetti della sua personalità e dell’atmosfera di quel pomeriggio emergono lo stesso.

Perciò goditi l’eleganza di questa grande donna, dei suoi movimenti e delle sue parole.

PS: dopo che avevo scritto l’articolo, Federica del Server Donne di Bologna ha segnalato che anche loro hanno ripreso l’evento. Non lo sapevo, grazie. 🙂 Ecco QUI la prima parte e QUI la seconda (dove in effetti la poetessa appare molto più a lungo, con lettura di poesie. Grande! 😀 ).


Oggi non scrivo…

… perché parlo qui.

Approfondendo un’idea che avevo avuto qui.

A lunedì.

🙂

Con la faccia di cera

Con la faccia di cera è l’ultimo libro di Girolamo De Michele (scrittore già noto per la trilogia Tre uomini paradossali, Scirocco e La visione del cieco). È un romanzo breve (o racconto lungo, come preferisci) avvincente e ben scritto. Ma non lo segnalo solo per questo. È anche un atto di denuncia. Di comunicazione ambientale. È un gesto politico.

Oggi alle 17.00 De Michele ne parla con Wu Ming 5 presso la sede di Legambiente, Piazza XX settembre 7, 40121 Bologna (tel. 051-241076).

Ecco uno stralcio di «Inventori di favole», un’intervista all’autore di Emiliano Angelelli (Punto Sostenibile, la newsletter di Edizioni Ambiente, numero 9 – 09/2008):

Con la faccia di cera è il dodicesimo volume della collana VerdeNero di Edizioni Ambiente. Un romanzo ambientato interamente a Ferrara, la città in cui vivi. Presentiamolo ai lettori.

Con la faccia di cera è una ghost-story con evidenti debiti verso Il segno del comando, ma anche verso Blow-up e Lost. Inseguendo le apparizioni di una misteriosa ragazza, un giovane fotografo scopre un archivio sulla Solvay raccolto da un anziano ex-operaio ora in pensione, gonfaloniere della neonata Contrada della Vergine Maria. La storia si svolge l’ultima settimana del Palio di Ferrara, mentre tra le vie della città compaiono personaggi venuti dal passato. Un ulteriore elemento è il condominio in cui il fotografo vive: un agglomerato in preda alle peggiori passioni, avvitatosi in una spirale di autodistruzione che sembra avere le stesse dinamiche di un corpo invaso dagli agenti patogeni derivanti dalla produzione del PVC.

Nel tuo racconto si parla di tumori provocati dal CVM (cloruro di vinile monomero), un composto organico estremamente tossico che la città di Ferrara conosce bene, visto che rientrava nei processi di lavorazione della Solvay. Questa parte del racconto nasce da un’esperienza da te realmente vissuta?

No. Io patisco disturbi respiratori che mi rendono ipersensibile all’inquinamento atmosferico – e Ferrara è una delle città più inquinate d’Europa. E vengo da una famiglia che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma di quelli che una volta si chiamavano omicidi bianchi, e che oggi sono stati declassati a morti sul lavoro. L’insalubrità dell’aria e gli omicidi bianchi sono due elementi che potrebbero unire la mia città di nascita e la mia città d’elezione, Taranto e Ferrara, in un macabro gemellaggio. Questo mi rende particolarmente attento ai temi della nocività, sia diretta che indiretta, del lavoro.

Ferrara che «non ama la chimica, ma ama i posti di lavoro» è un po’ il paradigma del Nord – in particolare il Nordest – che lavora, che produce, che cresce economicamente, ma a quale prezzo?

Ferrara ha molti elementi per essere eletta come un’allegoria del paese in cui viviamo, sia in positivo che in negativo. È la città di Bassani, nella quale i turisti vanno a cercare la famosa finestra sopra la farmacia, quella della notte del ’43. E magari non sanno che un ragazzo è morto dopo mezz’ora di agonia, alle 4 del mattino, circondato dagli agenti di polizia che aveva avuto la sventura di incrociare, senza che nessuno – meglio: nessun ferrarese, perché l’unica testimone è un’immigrata con permesso temporaneo – si affacciasse alla finestra. Come in molti altri luoghi cresciuti sul profitto di processi industriali sporchi, dei quali in apparenza nessuno sospettava la pericolosità. In questo assomiglia certamente al Nordest. E oggi che la Solvay non c’è più, si può parlare del pedaggio di morte che Ferrara ha dovuto versare, dal momento che nessuno pagherà per questo. Si parla meno, e se si può si tace, della condizione dell’aria e dell’acqua, come se il CVM si fosse dissolto nel nulla. Si preferisce non parlarne perché altri veleni vengono or ora aggiunti ai vecchi, si preferisce fingere di non sapere che le nanopolveri non vengono rilevate, ma esistono. Ci si volta dall’altra parte, ci si nasconde dietro la persiana della finestra: come fa il Nordest quando commercia e si arricchisce con la camorra che apre outlet e porta via i rifiuti.

[…]

Continua QUI.

«Io sono fortunata»

Una mia ex studentessa, laureata con me in Scienze della Comunicazione nel 2004, oggi vive e lavora a Milano.

Stamattina ho trovato questa sua mail su Roberto Saviano, a seguito del post di ieri. È una di quelle cose che, quando capitano, bastano da sole a riempirmi la giornata. Ho deciso di pubblicarla, perché mi piace pensare che qualcun altro, oltre a me, possa riempirsi la giornata con le parole di questa ragazza.

«Io sono fortunata, perché Roberto Saviano l’ho incontrato un paio di volte con la scorta.

La prima è stata nella mia azienda, deserta perché nessuno era ad attenderlo, perché nessuno sapeva che sarebbe arrivato: aveva comunicato un’altra data per non creare l’occasione per essere beccato. Nessun Capo, nessun Nome era ad attenderlo all’ascensore, anzi: c’era una riunione di quelle che si fanno ogni tre mesi, quelle strategiche, per cui nessuno al di sopra di un precario era disponibile e si era accorto di lui.

Guardava fuori, da solo, attorniato dalla scorta che gli dava le spalle per osservare che non sopraggiungesse nessuno. Guardava fuori dal finestrone vicino alla macchina del caffè, macchina spesso affollata; ci sono degli orari, io li conosco, in cui può essere solo tua. Uno è le 12 meno un quarto. Io prendo spesso il caffè alle 12 meno un quarto.

Ero in azienda da due mesi, non m’aspettavo di vederlo lì, io che Gomorra l’avevo comprato nel 2006, appena uscito. Lui si è girato, l’ho visto tra una spalla e l’altra, tra due omoni in scuro; lui si è girato, scostato dai suoi pensieri per un mio colpo di tosse.
Mi fermai e guardai loro. Dissi di dover prendere un caffè, giustificandomi, e Roberto spuntò fra quelle spalle con la faccia allegra e la sua sciarpa da rivoluzionario, dicendo: “Certo e come no!”.

Lo riconobbi subito, ma l’unica cosa stupida che mi venne in mente fu “Mannaggia, non ce l’ho il tuo libro qua!” E lui disse solo: “Me lo offri un caffè? I soldi non li prende”, e io ingenuamente gli volevo offrire un caffè al bar e lui con naturalezza mi disse: “Non posso, ma qua fa lo stesso”.

Rimasi lì con lui, assieme a una collega, per mezz’ora, finchè i Capi non riemersero dalle loro strategie.

Mi colpì la spontaneità delle sue domande: il lavoro, Milano per me che sono del Sud, il laghetto artificiale e le oche, il caffè, l’Università e Bologna.

Poi se lo portarono via i Capi, e lui mi fece solo un cenno con la mano e abbozzò un sorriso che non era ancora così triste come quello di oggi. Era ancora incosciente. Era forse più speranzoso.

La seconda volta è stata a Mantova, qualche settimana fa, in mezzo a un teatro gremito che lo acclamava e che gli ha dedicato un applauso come a un eroe triste della tragedia greca.

Io sono fortunata, perché sono riuscita a leggergli in faccia un sorriso napoletano, un accento verace e una forza necessaria e naturale che è difficile avere, perché per noi pare persa nella quotidianità.

Che fare? Non so. Però è bello distribuire quell’articolo.

Ciao Giovanna.»

Carmen sulla creatività

In attesa di ricevere il video professionale, ho trovato su YouTube alcune riprese amatoriali dell’evento di martedì scorso con Carmen Consoli alla Scuola Superiore di Catania.

Ecco come Carmen ha risposto alla mia prima domanda. Buona domenica!

🙂

Carmen e i “ggiovani d’oggi”

Riflettevo ieri, dopo la chiacchierata con Carmen Consoli alla Scuola Superiore di Catania, quanto sia difficile, nelle società di massa occidentali, evitare i pregiudizi sull’età. Quelli per cui basta che passino 3 o 4 anni, e già ci si sente “di un’altra generazione”; basta che si superino i 25, e già ci si sente alle soglie dei 30; basta aver passato anche quelli, e subito ci prende l’angoscia, perché avremmo, sì, voluto fare tante cose, ma ci mancava il necessario per farle (soldi, lavoro, mezzi) e allora abbiamo fatto poco, pochissimo, forse nulla.

Immagina poi che foschi pensieri assillano gli over 40, 50, 60: disperazione, buio, morte. Non a caso, da una certa età in poi, ci si affanna a negare l’età: se ogni anno in più porta indicibili sventure, non resta che ringiovanirsi, con gli svariati mezzi che conosciamo, dalla menzogna al trucco alla chirurgia.

Ieri ho assistito, non senza stupore, a questa contraddizione. Da un lato la cantantessa, dopo aver dichiarato i suoi 33 anni come fossero una colpa, si è affannata a sottolineare come ormai non possa più dire – ohilei – di essere giovane, quanto avrebbe preferito avere l’età dei ragazzi presenti (da 18 a 25 anni), quanto avrebbe voluto sedersi in mezzo a loro e non in cattedra con noi, e via dicendo. D’altra parte, un istante dopo, ha cominciato a scaldarsi perché – ohilei – i “ggiovani d’oggi” sono cambiati, sono molto più superficiali e consumisti di quando lei aveva 18 anni, non ascoltano più la musica alternativa e intelligente che ascoltava lei, preferiscono passare dall’istinto all’azione, così, d’un botto, senza porre in mezzo pensieri, producendo (ovviamente) danni di tutti i tipi.

Al che ho commentato, anche per rincuorare i 18-25enni che avevamo di fronte, che i consumisti-superficiali-senza cervello ci sono sempre, a tutte le età, e che se il mondo gira storto forse è colpa di chi li ha preceduti, “i ggiovani d’oggi”, non colpa loro. Non ancora, almeno. Mi ha guardata stranita, si è fermata un momento (forse chiedendosi come poteva, una non-giovane come me, tenere questa parte) e ha proseguito indenne.

Ma la cosa che mi ha più colpita è che tutti i ragazzi presenti assentivano estasiati: chiaramente non si riconoscevano nei terribili “ggiovani” con cui Carmen se la prendeva, ma altrettanto chiaramente non dubitavano neanche un po’ della legittimità dei suoi pregiudizi.

Mah?

Io, Carmen e la Scuola

Stamattina ho fatto una cosa bella e divertente: ho moderato un incontro fra Carmen Consoli e oltre 100 studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie, provenienti da tutte le città della Sicilia e da molte del sud Italia. Oltre a loro, una manciata di insegnanti, una spolverata di docenti universitari, una spruzzatina di autorità locali. Più tutti gli studenti della Scuola Superiore di Catania, che è una scuola di eccellenza universitaria (come la Normale di Pisa, per intenderci), che esiste dal 1998 e ha aperto i festeggiamenti del suo decennale con questo evento.

Assieme a uno staff di fidatissimi ex studenti (ora professionisti rampanti), sto lavorando alla strategia di comunicazione e all’immagine coordinata della Scuola Superiore di Catania da settembre scorso. Quella di stamattina era la prima uscita pubblica, e sono molto contenta. Altre ne faremo.

Titolo dell’incontro: “Studiare con passione, vivere con creatività”.

Argomenti di cui abbiamo conversato: studio e creatività, regole ed eccezioni, passione e innovazione, scuola, università, ricerca, mafia siciliana, mafia italiana, tolleranza, contaminazioni etniche, religiose, linguistiche, relativismo, razzismo e antirazzismo. E poi: studiare all’estero o studiare in Italia? Lavorare in Italia o lavorare all’estero? E molto altro ancora, con tanto di schitarrata conclusiva, da parte dei ragazzi, nel tentativo di far cantare Carmen, che magari avrebbe voluto, ma il suo manager ha fatto gli occhi storti e allora lei si è limitata a intonare uno stralcio di “Mai come ieri” e poi, per intero, un canto siciliano.

Quando avrò a disposizione il video dell’evento, ne posterò un pezzetto, giuro. Nel frattempo, un pensiero e un ringraziamento particolare vanno a Giacomo Scillia e Ilaria Novi, i mie due collaboratori più preziosi, che purtroppo non erano con me a Catania: senza di loro, tutto ciò non avrei potuto.