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Il discorso di Obama sull’uccisione di Bin Laden

Il discorso che Barack Obama ha pronunciato due notti fa per annunciare l’uccisione di Osama Bin Laden è perfetto nella sua semplicità, perché applica alcune regole elementari per la costruzione di storie che stanno alla base di molte fiabe antiche, regole che la semiotica e la narratologia esplicitarono fin dalla metà del secolo scorso. Sono le stesse, per intenderci, che si ritrovano in molti best seller e film statunitensi di successo. In questo tipo di narrativa il giovane Jon Favreau, direttore dello staff di speechwriting della White House, dà sempre il meglio di sé. Cercherò di evidenziare in breve la struttura fondamentale del discorso.

C’era una volta una mancanza, che cominciò in un luminoso – ma subito buio – giorno di settembre:

«It was nearly 10 years ago that a bright September day was darkened by the worst attack on the American people in our history.»

Una mancanza che si percepisce in alcune immagini potenti: un posto vuoto a tavola, l’assenza di una madre o un padre, il mancato abbraccio di un bambino:

«And yet we know that the worst images are those that were unseen to the world. The empty seat at the dinner table. Children who were forced to grow up without their mother or their father. Parents who would never know the feeling of their child’s embrace. Nearly 3,000 citizens taken from us, leaving a gaping hole in our hearts.»

Arriva un eroe, che però non è un singolo, ma la collettività, addirittura la «famiglia» degli «American people»:

«On September 11, 2001, in our time of grief, the American people came together. We offered our neighbors a hand, and we offered the wounded our blood. We reaffirmed our ties to each other, and our love of community and country. On that day, no matter where we came from, what God we prayed to, or what race or ethnicity we were, we were united as one American family

L’eroe cerca il nemico che ha causato la mancanza, scopre chi è, gli fa guerra:

«We quickly learned that the 9/11 attacks were carried out by al-Qaida – an organization headed by Osama bin Laden, which had openly declared war on the United States and was committed to killing innocents in our country and around the globe. And so we went to war against al-Qaida to protect our citizens, our friends, and our allies.»

Una guerra lunga dieci anni e dolorosa, una guerra in cui però la famiglia americana non è mai stata sola, perché ha avuto al suo fianco diversi aiutanti, «instancabili ed eroici»: innanzi tutto i militari e i professionisti del controterrorismo, e poi, nel mondo, diversi «amici» e «alleati»:

«Over the last 10 years, thanks to the tireless and heroic work of our military and our counterterrorism professionals, we’ve made great strides in that effort. […] And around the globe, we worked with our friends and allies to capture or kill scores of al-Qaida terrorists, including several who were a part of the 9/11 plot.»

Finalmente, nell’agosto 2010, i primi segnali di una possibile vittoria. Dopo tanta fatica, quasi Obama non ci crede:

«Then, last August, after years of painstaking work by our intelligence community, I was briefed on a possible lead to bin Laden. It was far from certain, and it took many months to run this thread to ground.»

Invece è vero, e Obama autorizza l’azione:

«And finally, last week, I determined that we had enough intelligence to take action, and authorized an operation to get Osama bin Laden and bring him to justice.»

Un’azione necessaria perché Osama Bin Laden era un leader e un simbolo:

«For over two decades, bin Laden has been al-Qaida’s leader and symbol, and has continued to plot attacks against our country and our friends and allies. The death of bin Laden marks the most significant achievement to date in our nation’s effort to defeat al-Qaeda.»

Ma non era il simbolo dell’Islam – precisa Obama – non un leader musulmano, ma un «assassino di massa di musulmani»:

«As we do, we must also reaffirm that the United States is not – and never will be – at war with Islam. I’ve made clear, just as President Bush did shortly after 9/11, that our war is not against Islam. Bin Laden was not a Muslim leader; he was a mass murderer of Muslims. Indeed, al-Qaida has slaughtered scores of Muslims in many countries, including our own. So his demise should be welcomed by all who believe in peace and human dignity.»

E si badi bene: gli americani non hanno mai voluto la guerra, anzi, l’hanno sofferta e ne conoscono i costi, gli enormi sacrifici:

«The American people did not choose this fight. It came to our shores, and started with the senseless slaughter of our citizens. After nearly 10 years of service, struggle, and sacrifice, we know well the costs of war

Dunque stanotte abbiamo vinto, dice Obama. Certo, l’obiettivo di rendere il nostro paese e il mondo più sicuri non è ancora del tutto raggiunto e dobbiamo stare all’erta.

Ma abbiamo vinto perché «l’11 settembre prevalse il senso di unità». E ciò testimonia la «grandezza del nostro paese e la determinazione degli americani»:

«And tonight, let us think back to the sense of unity that prevailed on 9/11. I know that it has, at times, frayed. Yet today’s achievement is a testament to the greatness of our country and the determination of the American people.»

Non solo: questa vittoria testimonia che «l’America può fare qualunque cosa ci mettiamo in mente di fare», che sia cercare la prosperità e l’uguaglianza per la nostra gente, o esportare i nostri valori e rendere il mondo più sicuro:

«The cause of securing our country is not complete. But tonight, we are once again reminded that America can do whatever we set our mind to. That is the story of our history, whether it’s the pursuit of prosperity for our people, or the struggle for equality for all our citizens; our commitment to stand up for our values abroad, and our sacrifices to make the world a safer place.»

Infine ricordiamolo: «Possiamo fare tutte queste cose non perché siamo ricchi o potenti, ma semplicemente per quello che siamo: una nazione, benedetta da Dio (e intende il Dio di qualunque religione), una e indivisibile, con libertà e giustizia per tutti»:

«Let us remember that we can do these things not just because of wealth or power, but because of who we are: one nation, under God, indivisible, with liberty and justice for all. Thank you. May God bless you. And may God bless the United States of America.»

Dio benedica l’America, dunque. E anche Jon Favreau.

Anything is possible in America

Oggi è il grande giorno: Barack Obama sta per entrare alla Casa Bianca. In attesa del discorso di insediamento, prenditi 7’26” di pausa per goderti – se non lo hai ancora fatto – il discorso che Obama ha tenuto due giorni fa sul palco del Lincoln Memorial.

Ricordo che i migliori discorsi di Obama nascono da una collaborazione fra lo stesso Obama, il consulente politico David Axelrod e Jon Favreau che, a soli 27 anni, è il più giovane speechwriter che sia mai entrato alla Casa Bianca.

«Anything is possible in America», dice a un certo punto Obama. Anche la collaborazione fra generazioni, per esempio.