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OsservatorioTivvù: il live-tweeting su Kalispéra

In attesa di finire il lavoro di selezione dei numerosi cv arrivati (a proposito, grazie!) e di avviare la raccolta dati per OsservatorioTivvù, Dino Amenduni, che fa già parte del gruppo, ha fatto due esperimenti (il 16 e 23 dicembre) di live-tweeting su Kalispéra, la trasmissione condotta da Alfonso Signorini che va in onda su Canale 5 al venerdì sera in prima serata.

Kalispéra

Il live-tweeting non è tanto rilevante per la raccolta dati – giusto per spiegarlo ai molti che ce l’hanno chiesto – quanto per comunicare, strada facendo, che stiamo lavorando. Non è un metodo di osservazione né di ricerca, insomma, ma un pezzo della sua comunicazione.

Però osservare (io con Arianna Ciccone e altri giornalisti e blogger di Valigia Blu) il live-tweeting di Dino Amenduni, in diretta mentre la trasmissione andava, mi ha indotta a fare alcune considerazioni che possono essere utili anche alla ricerca.

La principale è che vedere una programma tv mentre si segue il live-tweeting di qualcuno, induce un distanziamento da ciò che si vede in televisione e dunque una sorta di raffreddamento emotivo. Il che può essere utile per favorire l’obiettività dello sguardo, ma può anche far perdere qualche effetto: lasciarsi andare alle emozioni che un programma televisivo vuol suscitare in noi serve fra l’altro a registrarne l’efficacia. Sapendola gestire, ovviamente.

In pratica:

  1. Leggere tweet come «Signorini: “Stasera ci aspetta il cenone di Natale”. La casa e il Natale, due simboli alla portata di tutti» e «Signorini: “La mia famiglia è smembrata, ma vorrei rivivere quell’atmosfera con voi [pubblico]” (altra scena familiare)», mentre si osserva la versione natalizia del salotto di Kalispéra, spezza l’atmosfera di intimità che la scenografia vorrebbe indurre.
  2. Leggere «Parole chiave dell’intervista di Signorini a Garko: Natale, periferia, racconto. L’inclusione sociale in tv», «Portare ‘gli esclusi’ sulla scena è un classico dell’infotainment. Permette al pubblico di immedesimarsi» e «Gabriel Garko ha portato il suo cane sulla scena. La ricerca dell’atmosfera casalinga è veramente totale», proprio durante l’intervista di Signorini a Gabriel Garko, non ci permette più di sentire quella vicinanza fra noi, Signorini, Garko e «gli esclusi» che l’intervista voleva farci sentire.
  3. Idem durante le canzoni: leggere un tweet come «E Albano va con il suo superclassico leggermente riarrangiato: quandooo il soooole sorgeràààà» proprio mentre Albano canta è distanziante rispetto alle associazioni mentali, ai ricordi e al coinvolgimento emotivo (positivo o negativo), che la canzone (come qualunque canzone pop, che la ami o la detesti non importa) può destare.

Un secondo punto, non meno rilevante, è il ruolo che il live-tweeting di OsservatorioTivvù può svolgere rispetto al fatto che Kalispéra (come altre trasmissioni) comunica in diretta cosa dicono e fanno i suoi fan su Twitter e Facebook. In pratica, può esercitare una funzione di controllo sull’attendibilità di ciò che in televisione si dice sui social media.

Esempi di tweet che Dino ha mandato con questa funzione:

  1. «Primo feedback della giornalista di Libero da Facebook e Twitter. Come sempre, va tutto benissimo.»
  2. «I feedback da Twitter sul programma sono minori e meno favorevoli di quelli su facebook.»
  3. «Dopo un’ora e mezza di programma, il web avrà occupato al massimo 45 secondi di diretta. Niente interazione social?»
  4. «Kalispera non è trending topic su Twitter, venerdì scorso lo era. Vedremo se il dato Auditel sarà coerente.»

Notevole che, proprio qualche minuto dopo il tweet in cui Dino osservava che Kalispéra non fosse ancora Trending Topic (TT) (mentre lo era stata la settimana prima), è magicamente apparso il TT. Casualità? Non so. È ovvio, in ogni caso, lo scollamento fra ciò che accade in rete e i dati Auditel, visto che i numeri di fan su Twitter e Facebook sono irrisori rispetto a quelli dei telespettatori: Kalispéra è stata finora un flop di audience, indipendentemente dalla messa in scena della sua vitalità nei social media.

Un’ultima considerazione. Potrà capitare – prevedo – che le nostre attività di live-tweeting siano menzionate nelle trasmissioni. Dovremo stare attenti a non farle strumentalizzare: né come segnale di consenso («Persino il Fatto quotidiano, di solito critico, ci apprezza e ci segue!», visto che Dino ha un blog lì), né come segnale di interesse da parte nostra nei confronti della trasmissione («Ci studiano!»).

Ma noi non siamo interessati a nessuna trasmissione in particolare: terremo sotto osservazione tutto l’infotainment delle reti generaliste e non solo qualche programma sporadico, per capire se, come e quando lì dentro accadano cose rilevanti per la comunicazione politica italiana.

PS: questo articolo oggi è apparso anche su Valigia Blu.

La nuova tv di Santoro sul web: dove sta la differenza?

Ci siamo: da qualche giorno è on line Serviziopubblico.it, che lancia la nuova trasmissione di Michele Santoro «Comizi d’amore» (a proposito: cosa dice Vendola del fatto che gli ha soffiato il titolo? Immagino poi che Pasolini si rigiri nella tomba). Il programma andrà in onda dal 3 novembre fra siti internet, Sky e tv locali, ed è prodotto da una società che include anche Il Fatto Quotidiano.

In rete già infuriano le polemiche fra chi ama Santoro e chi lo detesta. Pochissimi i commenti razionali e ragionevoli: come sempre, quando si tratta di Santoro, purtroppo gli insulti e le invettive prevalgono. Mi piacerebbe invece che in questo spazio riuscissimo a ragionare in modo pacato. Di solito – per fortuna ma non per caso – ci riusciamo.

Due sono gli spunti che propongo. Che senso ha, per un uomo di televisione navigato come Santoro, uno che si muove da decenni nel mercato dei media e della politica, uno a cui il potere e i soldi non mancano, assimilare se stesso al giovane tunisino Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco, dopo che la polizia gli ha confiscato le merci?

Io quando ho sentito ‘sta roba ci sono rimasta male. Molto:

«Mi sento come quel tunisino da cui è nata la rivolta nel Maghreb. Che andava a vendere la frutta e la verdura al mercato e che, visto che lo Stato metteva tasse e gabelle insostenibili, si è dato fuoco. Anche noi siamo con il carrettino a cercar di vendere la nostra frutta e la nostra verdura su Internet, sulle tv a diffusione regionale, su Sky e potrebbero esserci pressioni governative per limitarci o per impedirci di andare in onda. Solo che noi non ci daremo fuoco e faremo il nostro programma lo stesso.»

Ieri mattina ho fatto l’errore di postare frettolosamente su Facebook un pezzo scritto da ilNichilista, che chiudeva dicendo:

«Io non so se Santoro si renda conto dell’incredibile mancanza di rispetto del suo paragone verso chi è davvero oppresso, verso chi è disposto a rinunciare alla propria vita (e non a una trasmissione in prima serata) per denunciare la sua mancanza di libertà.»

Anch’io mi chiedo la stessa cosa. Ma ieri mattina sulla mia bacheca è scoppiato il finimondo. Proviamo a ragionarci con calma?

Ho anche un’altra domanda però. La prima (ehm) inchiesta di «Comizi d’amore» è un’intervista di Francesca Fagnani a Imane Fadil, testimone nel processo Ruby.

La ragazza difende Berlusconi: parla di Ruby come di «una ragazza che avrebbe potuto creare problemi», «in grado di ricattarlo», dice che erano le ragazze a voler stare con Berlusconi, non viceversa. Dice che lo voterebbe eccetera.

E allora mi chiedo: che differenza passa fra questa intervista e quella che fece Alfonso Signorini a Ruby su Mediaset, da tutti additata come un atto di cortigianeria?

Io da un programma che sbarca sul web per essere «libero» e da una tv che si propone come nuova e alternativa non mi aspetterei mai, per cominciare, l’ennesima intervista a una escort (penso anche a quella che «Annozero» fece a Patrizia D’Addario il 1 ottobre 2009).

Ma Santoro, che vuole sollevare subito un bel polverone, ovvio che lo fa. E allora?

Francesca Fagnani intervista Imane:

Signorini intervista Ruby (da un servizio del Tg1, perché non trovo più l’originale):

Prima parte dell’intervista a Patrizia D’Addario, «Annozero» 1 ottobre 2009: