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La luna è girata strana

Durante il weekend ho letto La luna è girata strana (Zandegù Editore, 2008), romanzo di viaggio del giovane esordiente Simone Rossi. Conosco da tempo Simone (doppiamente laureatosi con me: alla triennale in Comunicazione e alla specialistica in Discipline Semiotiche, giusto due anni fa) e ho sempre apprezzato la sua scrittura: fantasiosa e lieve, ironica ma affettuosa, mai compiaciuta. Qui Simone racconta l’incanto e la durezza dell’Etiopia che ha vissuto per un mese, fra febbraio e marzo 2007.

Ho scelto questo brano perché – oltre a darti un’idea del romanzo – ti fa riflettere sull’ambiguità di qualunque viaggio in Africa che non si trasformi in una scelta radicale: vai per vedere e capire, magari aiutare, ma resti imbrigliato fra cliché turistici, sensi di colpa e coscienza della propria inutilità.

«Il cortiletto dei bambini disabili mi leva il respiro, e ci metto tre secondi a perdere la mia schizzinoseria: ne prendo in braccio uno che è una specie di fontana di bava, ha tre denti in bocca ed è capace solo di ripetere Hello! Hello! Hello! Lo sollevo in aria e lo lancio, come faceva con me il mio papà: eeee oppalalà! Non l’avessi mai fatto: fanno la fila. Passo dieci minuti a sollevare bambini al cielo, sentendomi contemporaneamente San Francesco e un gran coglione perché io poi da qui ci uscirò, e dieci minuti di volavola non sono un granché rispetto al culo che si fanno Angelo e le suore.

Ecco, arriva la prima lezione: la povertà, le malattie, la miseria, d’accordo, tutte cose orribili che bisogna vedere per rendersi conto di quanto siamo fortunati eccetera. Ma quello che ti mena allo stomaco è il lavoro di Angelo e delle suore, al confronto dei quali è facilissimo sentirsi piccoli e poco produttivi. È la radicalità di una scelta, la potenza irrazionale di una fede, l’abbandono totale nelle mani di Qualcosa di gigantesco che ci fa capaci dell’impossibile: io non so se ne sarei capace. Mi voglio troppo bene.

Poi mi ricordo di un mio amico che prima di partire mi diceva che bisogna innanzitutto amare se stessi se si vuole dare amore agli altri, e un po’ mi sento giustificato, ma poi mi dico che è solo una giustificazione, e in definitiva non so da che parte stare. Angelo, le suore, padre Bernardo, mi sembrano strumenti muti, troppo muti. Risuonatori, casse armoniche: loro ci mettono il loro vuoto, il loro niente. Non suonano, si fanno suonare. Però fanno una musica della Madonna. Ma non sono interpreti di quella musica, non ci mettono stile: esiste un modo, per fare del bene, una misura dei gesti che è tutto sommato standard, come il giro di accordi del blues o la distanza degli armonici su una corda tesa. E loro ci si uniformano.

Nel bene e nel male, certa gente è tutta uguale. Non è semplicismo, è la presa di coscienza dell’esistenza di un popolo, di un gregge: i missionari si somigliano tutti, come si somigliano tutti i violini, oh Signore fa’ di me uno strumento della tua pace. Strumento. Ci rinunciano proprio a proclamarsi esecutori, non è quello il loro mestiere. Gli applausi se li prende il violinista, mica il violino, che torna buono buono nella custodia.

Non so, è un discorso complicato. Durante il viaggio di ritorno ho un magone che mai, e pensieri che non condivido come diceva non mi ricordo chi. Sbattocchio la testa contro il finestrino per colpa della buche, e mi gratto il pizzetto in continuazione.»

(Simone Rossi, La luna è girata strana, Zandegù Editore, Torino, 2008, pp. 32-33).