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L’Unità, vista da dietro

Il 25 ottobre, lo stesso giorno della manifestazione del Partito Democratico al Circo Massimo di Roma, è uscita in edicola la nuova Unità. La campagna di lancio è stata affidata a Oliviero Toscani.

Come ha dichiarato l’amministratore delegato Giorgio Poidomani, il lancio è costato 400mila euro e riguarda soprattutto le regioni del centronord, con puntate nelle stazioni ferroviarie di tutta Italia e sui bus di Roma, Bologna e Milano. Obiettivo della campagna è il «rinnovamento nel solco della tradizione», mentre il target sono «i giovani e quella metà del Paese che ‘non ci sta’».

Che? Stai pensando a gruppi di giovani che discutono, facce sorridenti, ambienti metropolitani, motorini e libri? Ma no… è Toscani, baby.

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14 aggettivi che galleggiano sul fondoschiena di una ragazza, che dovrebbe essere «intelligente», «rivoluzionaria», «coraggiosa», «impegnata» eccetera (il «rinnovamento»?), solo perché indossa la solita minigonna, sulle solite gambe perfette ed è, come al solito, fotografata da dietro (il «solco della tradizione»?).

Ma… legge anche l’Unità, per caso? Bah, da quel che vedo si limita a tenerla in tasca, giusto per mostrare che il nuovo formato è davvero «mini» (uh, che doppio senso!). Come dire: un fatto di tendenza, non di contenuti. D’altra parte la ragazza è ritratta, come al solito, senza testa.

Insomma, ero già arrabbiata a vedere la foto, figuriamoci a leggere il duetto che Concita De Gregorio, da agosto direttore dell’Unità, e Oliviero Toscani, direttore della campagna, hanno inscenato per la stampa (dal Corriere del 23 ottobre 2008).

Concita: «Anche Gramsci lo avrebbe fatto. L’immagine scelta non deve destare scandalo. Il corpo di una donna questa volta viene usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale. Mi sembra pertinente. È molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un’auto oppure un detersivo per i piatti.»

Oliviero: «Non ho mai pensato a un’Unità femmina perché ha sempre avuto una connotazione maschile. Dobbiamo partire dal concetto di mini, ma anche della donna che questa volta non è in una posizione di sottomissione ma in un atteggiamento forte, non viene strumentalizzata, ma strumentalizza in una posizione di comando.»

Forse qualcuno potrebbe accusarmi di moralismo, perbenismo e finanche oscurantismo. Come se fossi scandalizzata. Lo ammetto, sono stanca di vedere usato il corpo delle donne (peggio ancora se a pezzi) per vendere qualcosa. (Fosse per me, introdurrei un divieto, mica per censura… nooo, solo per mettere alla prova la fantasia dei pubblicitari e dei loro committenti). E comincio a essere stanca di vedere a pezzi anche il corpo maschile.

Ma il punto non è lo scandalo. Usare il fondoschiena di una ragazza in pubblicità non fa scandalo da almeno trent’anni. (E non lo fa neppure se interviene un censore, beninteso.)

Il problema è la noia.

Il problema è che non si sia trovata neppure un’ideuzza nuova (bastava «mini», no?), per pubblicizzare una presunta novità.

Ma un problema ancor più grande è il modo in cui l’Unità, con questa campagna, ha immaginato i suoi lettori: talmente sciocchi da lasciarsi abbindolare da 14 parole scontate e una minigonna dall’aria perbene. Talmente vacui da comprare il giornale per ostentarlo come un telefonino, un borsa griffata, un gadget di tendenza.

È a questi (e)lettori che si rivolge la nuova sinistra?