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Altre buone ragioni per chiedere il rimborso spese quando si fa uno stage

Torno ancora una volta sul tema del rimborso spese per gli stage. Odio ripetermi ma, dall’ingenuità che tutti i giorni osservo nei ragazzi, inferisco che ce ne sia bisogno: la battaglia per diffondere fra i ventenni la consapevolezza di ciò che il proprio tempo vale e per dare loro il coraggio di negoziare la propria posizione con le aziende è ancora lunga.

Ragazze, ragazzi: quando prendete accordi con un’azienda (privata o pubblica che sia) per uno stage (curricolare o extracurricolare che sia), chiedete sempre il gettone di rimborso spese! Certo, siete lì per imparare e dovete dimostrare (e sentire) tutta l’umiltà del caso. Ma il vostro lavoro – per quanto guidato e inesperto – è prezioso per l’azienda. Lo sarebbe anche se vi limitaste a bassissima manovalanza.

Gratis non è lavoro

Riprendo una nota che Eleonora Voltolina, della Repubblica degli stagisti, ha pubblicato sul suo profilo Facebook il 1 gennaio 2012:

«Basta con l’ipocrisia della “formazione”: il tempo e l’impegno vanno sempre pagati.

Chi osteggia il cambiamento obietta: ma così ci saranno meno posti di stage, meno posti di lavoro. Forse è vero. Ma si può continuare a barattare la qualità con la quantità? Vogliamo dieci stage gratuiti o tre stage ben pagati? Vogliamo dieci contratti a progetto da 600 euro al mese, o quattro pagati 1.500?

Io ho scelto, la Repubblica degli stagisti ha scelto. Nella convinzione che poi non sia nemmeno sicuro che i posti diminuirebbero in maniera così evidente: perchè prima o poi tutti capirebbero che farsi concorrenza sul costo del lavoro è una scelta strategicamente perdente.

Solo con dignitose retribuzioni fermeremo l’emorragia di cervelli, attiveremo un sano e ormai imprescindibile ricambio generazionale, rispetteremo la Costituzione. E daremo un futuro alle nuove generazioni».

(Dall’articolo «Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato». Anche la foto è tratta dal sito La Repubblica degli stagisti.)

Leggi anche Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage.

Stage non pagati, stage pagati, e infine un lavoro: imparare dall’esperienza altrui

Chiedo spesso a ex studenti e ex studentesse di Scienze della comunicazione di raccontare il loro percorso dopo la laurea: leggere le esperienze altrui può essere utile a chi si deve ancora laureare o l’ha appena fatto, e non sa che pesci pigliare.

Se poi la storia finisce bene, meglio ancora: dato il momento di crisi, vedere qualche lucina in fondo al tunnel non è male.

L’esperienza di Letizia è interessante a due livelli: sia perché oggi lavora al Forum Europeo della Gioventù, che molto sta facendo per regolamentare gli stage in Europa; sia perché pure lei è passata sotto le forche caudine dello stage non pagato… ma è finita bene.

European Youth Forum, For Youth Rights

Scrive Letizia:

«Carissima Giovanna, seguo il tuo blog da lontano, da Bruxelles dove lavoro per il Forum Europeo della Gioventù (European Youth Forum). Il Forum è la piattaforma delle organizzazioni giovanili in Europa e forse l’unica organizzazione che fa lobby per gli interessi dei giovani a livello europeo. Il tema degli stage ci sta molto a cuore, come puoi immaginare. Lo riteniamo chiave nel quadro (sconsolante) della situazione delle politiche per l’impiego giovanile nel nostro continente.

Per questo motivo, il Forum sta promuovendo una Carta Europea per degli Stage di Qualità, in cooperazione con Membri del Parlamento Europeo (Emilie Turunen, MEP danese di 27 anni), La Repubblica degli Stagisti e altre organizzazioni attive a livello europeo, come Génération Précaire in France and Interns Anonymous in the UK. La Carta Europea contiene degli standard di qualità per gli stage e vuole essere un contributo concreto per rendere gli stage uno strumento formativo di qualità per tutti i giovani europei e non un’altra forma di lavoro precario formalizzato.

Il testo integrale della Carta è disponibile su: http://www.qualityinternships.eu. Per sostenere il progetto, abbiamo anche creato una pagina Facebook.

Qui sotto, vorrei condividere con te e con i tuoi lettori anche la mia esperienza per quanto riguarda gli stage.

Mi sono laureata nel 2008 all’Università di Bologna, in Scienze della Comunicazione Pubblica, Politica e Sociale. Ho prima ottenuto la laurea triennale a Siena, nel 2005 in Scienze della Comunicazione. Entrambi i corsi di laurea prevedevano degli stage curriculari come requisito necessario per ottenere il titolo.

Nell’estate 2005, poco prima di laurearmi (in pari, esattamente 36 mesi dopo la mia immatricolazione), ero alla disperata ricerca di questo benedetto stage. Dopo diverse ricerche, ero indecisa se arrendermi a uno stage economico e “sotto casa”, ma vuoto di contenuti o se buttarmi a capofitto in uno stage interessante e formativo ma fuori casa (io di Firenze, residente a Siena per gli anni dell’Università, lo stage a Rovereto, provincia di Trento).

Entrambi, non solo non retribuiti, ma senza neanche l’ombra di un rimborso spese. Ho scelto il secondo, chiesto un prestito alla mia famiglia e sono partita per un’estate a fondovalle nel profondo nord Alpino. Volevo fare la giornalista e mi sono detta: entro nella redazione di Osservatorio Balcani e scriverò la mia tesi sulla guerra in Bosnia e il ruolo dei media nel favorire l’intervento della NATO nel 1992.

Altro giro, altra corsa, altra laurea. You gotta love the Bologna Process. A inizio 2007, ero a Bologna, con un solo esame ancora da dare (ostico, Giglioli: volevo 30…) e nessuna idea di che argomento di tesi volessi studiare. Pendeva su di me una maledizione: i 10 crediti ECTS equivalenti allo stage.

Ancora una volta: dilemma. Ancora una volta una ricerca estenuante dello stage “con rimborso spese”. Ancora una volta, impossibile da trovare. Vorrei fare uno stage in un organismo europeo, per respirare aria nuova, per capire se (come penso) potrò lavorare sulle strategie di comunicazione dell’Europa rivolte ai giovani, con un’ipotesi su come la comunicazione europea sia (possa essere) veicolo di educazione alla cittadinanza attiva. Il mio corso di Laurea si focalizza sulla Comunicazione Pubblica, mando mail alle rappresentanze in Italia della Commissione Europea e del Parlamento Europeo (a Roma e a Milano).

Settimane di attesa, e poi: da Milano mi rispondono che sono molto interessati e mi fissano un colloquio per la settimana successiva. Senza rimborso spese, mi ritrovo sul primo Eurostar della mattina, leggendo Comunicazioni europee e Libri bianchi sulla gioventù.

Il colloquio è cordiale, ma ci dispiace, non possiamo offrirle nessun rimborso. «Ma tutti gli stage europei sono pagati (è sul vostro sito)» e provo timidamente ad avanzare qualche richiesta, seppur parziale di rimborso. «Lo stage per noi è atipico», si giustificano, «prendere o lasciare». Milano, vi assicuro, è carissima. L’Eurostar per tornare a casa a Firenze ogni weekend pure. Ho guadagnato più punti Trenitalia in quei 3 mesi… Ma, it’s the European Union, baby! E tanti stage sono non pagati, almeno questo è “prestigioso”, ho pensato, poteva andarmi peggio!

Nonostante tutto, probabilmente grazie a uno stiramento al legamento al ginocchio che mi tiene bloccata a casa ad inizio 2008, mi laureo.

Per fortuna, dopo queste esperienze “gratuite” mi sono detta, BASTA. Dopo la laurea, mai più stage non pagati.

Non è facile, le aziende non ti offrono niente, neanche i buoni pasto. Le istituzioni neanche, sono tutti stage atipici, se non sei tra i pochi fortunati che riescono a spuntarla e sono selezionati per i programmi di stage alla Commissione Europea o al Parlamento tra migliaia di colleghi stranieri che hanno molta più esperienza di te. Le ONG? Non hanno i soldi, e poi: è per una buona causa.

Alla fine mi viene incontro l’UE. Il Fondo Sociale Europeo, prima, grazie al mio Comune, Firenze, vengo sovvenzionata per uno stage sul territorio con 900 EUR per 3 mesi di stage. È poco, ma alla fine, sono “sotto casa” e mi copre le spese vive senza dover chiedere ancora soldi alla mia famiglia. Durante lo stage partecipo a progetti europei, entro in contatto con organizzazioni con cui lavoro ancora oggi, viaggio in tutta Europa.

Il programma Leonardo, poi, grazie all’Università di Bologna. Avevo fatto, in tempi non sospetti (cioè ottobre 2007), domanda per una borsa per uno stage di 5 mesi all’estero. Opzione 1: Valencia, Spagna – in una web tv per giovani europei. Opzione 2: Bruxelles, Belgio – in un’organizzazione giovanile che organizza un evento in cooperazione col Parlamento Europeo. Vinco la Borsa per il Belgio, per un valore totale di 4000 EUR, 800 EUR al mese, calibrata sulle spese del paese ospitante. European Youth Press, l’organizzazione che mi ha offerto lo stage, mi offre l’alloggio come benefit del contratto, un risparmio non indifferente.

Grazie a quest’esperienza entro in contatto con lo European Youth Forum, e pochi mesi dopo, faccio domanda per la posizione di Media and External Relations Coordinator. Vengo selezionata, sostengo un colloquio e una prova pratica e inizio a lavorare allo Youth Forum 2 giorni dopo la fine del mio stage Leonardo.

Here I am.

Tutto questo per dire che… Stage senza rimborso e stage rimborsati (o meglio retribuiti) sono stati equalmente importanti per arrivare alla mia posizione lavorativa attuale (stabile – ho un contratto di 5 anni e ben retribuita). Con due note a margine:

1. Sono stata abbastanza fortunata nell’aver incontrato, nella maggioranza dei casi, degli stage formativi di qualità. In cui sono stata effettivamente in grado di imparare qualcosa e di sperimentare in modo pratico le mie conoscenze accademiche.

Qualità prima di tutto, con obiettivi formativi concordati con l’azienda/istituzione, con un tutor di stage competente che sia in grado di seguire lo stagista nel percorso formativo, con una valutazione finale che permetta allo stagista di individuare le competenze acquisite.

2. Per me, il punto di non ritorno, è stata la laurea magistrale. Ed è una differenza non da poco. C’è un baratro di differenza tra l’essere studenti e l’essere laureati e tra effettuare stage prima o dopo la laurea.

Gli stage formativi curriculari sono inseriti in un periodo di studi ed è nell’interesse dello studente che essi siano facilmente individuabili e perseguibili. Essi dovrebbero essere sostenuti dall’università e da altre istituzioni pubbliche per quanto riguarda borse di studio. In questa direzione vanno il programma Leonardo e Erasmus Placement dell’UE e altre borse a livello regionale, voucher formativi e quant’altro.

Gli stage extra curriculari, svolti dai giovani laureati, sono assolutamente differenti. Dovrebbero essere trattati come contratti di lavoro veri e propri, con l’unica caratteristica che è la formatività degli stessi a determinarne lo specifico carattere di apprendimento rispetto ad un contratto d’impiego temporaneo.

La mia esperienza non è certamente universalmente valida, ma credo che rispecchi (con qualche fortuna!) l’esperienza di molti giovani come me, non solo in Italia, ma in Europa. Per gli stagisti d’Europa, è il momento di rendersi conto dei loro diritti e di rivendicarli nel momento in cui accettano uno stage. Rimborso, formazione, valutazione, contratto. Sono diritti.»

Stagisti pagati, rimborsati o sfruttati?

Dopo il post di ieri, in cui ho pubblicato un’offerta di stage da parte di Spreaker, ho avuto uno scambio di mail con Giulia, una lettrice di questo blog (non una mia studentessa) che ha lasciato l’Italia. Ho già toccato diverse volte questo tema, ma tornarci non guasta. Anzi, non basta.

Tu che ne pensi? Leggi qua:

Cara Giovanna, sono una ricercatrice in fisica. Mi interessa la comunicazione – della scienza, in particolare – e seguo il tuo blog da Helsinki, dove lavoro. Ti scrivo a proposito del tuo ultimo post su Spreaker, che credo meriti qualche riflessione. Non conosco Spreaker e ti prego di interpretare quel che segue in senso più generale.

Un tirocinio da 8 ore al giorno pagato (o rimborsato, se preferiamo) 200 euro al mese, per uno studente iscritto a un corso di laurea e tanto più per un laureato, fa parte della categoria delle proposte inaccettabili. Addestramento e sfruttamento non sono sinonimi.

Questo non è un tirocinio: è volontariato, e chi il volontariato lo fa davvero sa che difficilmente ci si può permettere di farlo a tempo pieno.

Qui in Finlandia gli studenti dei corsi di laurea in fisica – bachelor o master – sono abituati a lavorare in un gruppo di ricerca 3 mesi all’anno a tempo pieno, e per il resto dell’anno qualche ora a settimana. Il loro stipendio nei mesi estivi è come quello di un ricercatore universitario italiano appena assunto: 1300 euro netti. Il loro potrebbe tranquillamente essere definito un tirocinio: non hanno alcuna esperienza di ricerca, ma sono inseriti in un gruppo in cui prendono contatto, per la prima volta, con questo lavoro. Al loro contributo, tuttavia, è dato il giusto valore, e questo cresce di pari passo con le loro responsabilità.

L’Italia non è la Finlandia, e si va ripetendo che non abbiamo scelta. Ma sia l’Italia che il mondo sono grandi, e la scelta spesso c’è. Non si può lavorare a tutte le condizioni, è svilente e controproducente. Il che vale per tutti – datore di lavoro compreso, vedi il tuo post Precari e microimprese: guerra fra poveri?, dove pure le cifre in ballo erano diverse. Se una piccola impresa non può sopravvivere senza ragazzi che lavorano gratis 8 ore al giorno, be’, dovrebbe chiudere.

Dietro alla mia durezza ci sono scelte dolorose, come quella di lasciare il mio paese. E di non sapere, ancora, se mai mi rivorrà. Ma dire di no alle proposte indecenti, questo i ragazzi italiani lo devono imparare: 200 euro o niente, al mese, non faranno la differenza. E occasioni di formazione ce ne saranno altre.

Dove sbaglio? Mentre scrivo mi sento troppo severa, ma non trovo altre vie d’uscita. Grazie e a presto, Giulia»

Così le ho risposto:

Cara Giulia, grazie per la tua mail. Hai toccato un punto nevralgico, su cui combatto tutti i giorni.

Ero incerta se pubblicare l’annuncio di Spreaker, sai, perché immaginavo che mi sarebbero arrivate mail come la tua. Non tante, pensavo, ma forse qualcuno dirà qualcosa sul rimborso basso.

Faccio parte della commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna e come tale firmo tirocini quasi tutti i giorni. Mi sgolo nel ripetere ai ragazzi che devono chiedere un rimborso spese, ma – ti garantisco – la maggior parte di loro (cioè quasi il 100%) non solo non chiedono ma danno per scontato che sia normale e giusto accettare tirocini gratuiti.

Sul blog pubblico solo annunci che prevedano un rimborso spese. E ogni volta che entro in contatto con qualche impresa, piccola o grande che sia, rompo le scatole dicendo loro che devono dare un rimborso spese. L’ideale sarebbe che la mia università non convenzionasse aziende che non danno rimborsi, ma la legge italiana non prevede l’obbligo del rimborso spese, e dunque per un’università è difficile mettersi in questa posizione.

Ebbene, lo so: 200 euro non sono decorose, però almeno ci sono. Inoltre so che Spreaker è una realtà in crescita, in cui la stagista imparerà davvero cose interessanti sui social media: su questa base, ho deciso di pubblicare.

E l’ho fatto, in cuor mio, anche per vedere se ci sarebbero state mail come la tua. Per vedere se ci sarebbe stata discussione.

Finora la tua mail è l’unica. Perché vedi, cara Giulia, io immagino benissimo cosa ha pensato la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze che hanno letto l’annuncio: «Che figata! Peccato che non so bene l’inglese…».

Per questo tacciono, sai. Non per altro. Cioè da Spreaker andrebbero anche gratis, mi spiego? Ma non sanno l’inglese, mi spiego? Poiché segui il blog, conosci di sicuro la battaglia che sto facendo assieme a Eleonora Voltolina, la giornalista che gestisce La Repubblica degli Stagisti.

È una battaglia che va proprio nella direzione che dici tu, ma qui in Italia è dura. Ti mando un po’ di link – nel caso ti fossero sfuggiti – giusto per ricordarti che la penso come te. Ma è il mercato che detta le regole. E io da sola, assieme a poche altre persone, facciamo ancora fatica a cambiarlo. 🙂 Ma non molliamo, fidati. Ciao! E grazie ancora, Giovanna.

Ecco i link:

La Repubblica degli Stagisti

Non tutti gli stage vengono per nuocere

Quando l’aspirante stagista alza la testa

Quando l’aspirante insegnante alza la testa

Precari e microimprese: guerra fra poveri?

Quando l’aspirante stagista alza la testa

Ho ricevuto da Carolina una mail di quelle capaci di svoltarmi l’umore della giornata. Perché danno senso al mio lavoro quotidiano con gli studenti. Di assistenza, consigli e bla bla.

Di quelle che danno senso al lavoro che Eleonora Voltolina fa da tre anni con il sito della Repubblica degli Stagisti. Sito che da luglio è anche un libro, come avevo annunciato in questo post.

Carolina mi ha autorizzata a pubblicare la mail (togliendo nomi e riferimenti), perché «se mai può essere utile a qualcuno…». Eccola:

«Dopo aver letto il libro della Voltolina sugli stagisti e avendo seguito i suoi consigli, ho abbandonato l’idea di svolgere il tirocinio presso la Grande Impresa di moda XY e la Media Impresa WZ. Alla prima, mi avevano chiesto addirittura di lavorare i week-end e fino alle 23 tutti i giorni: una vera follia. Il colloquio è stato a dir poco ridicolo, il redattore mi intimava di sapere i nomi di tutte le modelle e di non sbagliare uno spazio perché se no sarebbe successo il finimondo.

Alla mia domanda su retribuzione e prospettive hanno risposto tutti che “c’è molta crisi”. In seguito, però, alla Grande Azienda XY, ho saputo, da più di un dipendente, che il Direttore si vanta di non pagare fotografi e stylist, visto che tutti vogliono lavorare per loro, anche gratis.

Successivamente ho mandato molti altri cv, tra cui uno alla Piccola Impresa ABC di Bologna che stava cercando uno stagista per l’ufficio web. La settimana scorsa ho fatto il colloquio, premettendo che, avendo già lavorato un po’, cercavo uno stage che desse qualche prospettiva di assunzione. [è qui che Carolina ha alzato la testa!]

Loro mi hanno detto che hanno da poco aperto un ufficio web interno, che si occupa del blog, dei social network, del sito aziendale e dell’e-commerce che sta per nascere. All’interno ci sono solo due dipendenti di cui una sta per andarsene. Io dovrei occuparmi un po’ di tutto, dal blog ai contenuti del nuovo e-commerce, insomma supportare tutte le attività di questo ufficio nuovo. Nei tre mesi di stage, potrei trovare una posizione mia in questo ufficio, che sia quella della ragazza che sta per andarsene o un’altra, visto che il reparto non è ancora ben strutturato.

Dopo il colloquio, loro erano già convinti di prendermi e io di accettare, perché mi è sembrato abbastanza promettente. Ho contattato la Segreteria Studenti per far convenzionare l’azienda e in questi giorni stanno sbrigando le pratiche. Una volta che queste saranno concluse, posso chiedere a lei la conferma del Programma di Tirocinio?»

NB: la prima volta che Carolina è venuta a chiedermi consigli sul tirocinio, era incerta fra la Grande Impresa XY e la Media Impresa WZ, solo perché avevano nomi altisonanti. Insomma, anche lei era pronta ad accettare qualunque cosa gratuitamente…

Non tutti gli stage vengono per nuocere

Si diceva qualche giorno fa, commentando l’uscita del libro di Eleonora Voltolina La Repubblica degli Stagisti, che oggi in Italia meno di un tirocinio su dieci si trasforma in un contratto.

Quando succede, però, è una festa.

A Gaia, per esempio, è andata bene. Magari non sarà il lavoro della sua vita, ma è un primo vero lavoro.

Perciò le ho chiesto di riassumere la sua esperienza su questo blog, con l’idea di incoraggiare i ragazzi che, a furia di sentir parlare di crisi e stage finiti male, rischiano di perdere le speranze.

Ecco cosa ci racconta:

Ogni mattina ci svegliamo, qualcuno legge i giornali, altri guardano i telegiornali, altri ancora ascoltano le news alla radio. I più pigri buttano l’occhio in un negozio vuoto, e tutti arriviamo alle stesse conclusioni: che la vita è difficile e c’è la crisi.

Mi domando allora: come possiamo, oggi, studiare e avere fiducia in un futuro lavorativo senza avere paura?

Per fortuna mi ha aiutata quella che io chiamo una sana incoscienza che arriva al momento giusto…

Ho deciso di fare lo stage facoltativo offerto dal triennio di Scienze della comunicazione per fare un’esperienza, per capire quello che avrei potuto, voluto e dovuto fare un domani. È facile smarrirsi durante le ricerche, ma ho capito che bisogna perseverare con grinta perché ne vale sempre la pena: siamo noi e il nostro futuro a essere in ballo.

Dopo tanti no e tantissimi silenzi ero avvilita, ma ho continuato senza demordere, con sempre più determinazione. Finalmente un’agenzia di marketing e comunicazione mi ha aperto uno spiraglio.

Inizialmente perplessa, mi sono affacciata a un mondo che mi ha riservato molte sorprese. Ogni giorno andavo al lavoro, contenta o triste non ha importanza, ma tutto quello che facevo lo facevo con passione, e quella passione forte per le cose in cui credo e per le mie idee la trasmettevo con tutta me stessa.

Alla fine, quella che doveva essere un’esperienza di pochi mesi è diventata un contratto di lavoro. Sono entrata a far parte di un’agenzia che si occupa di comunicazione a tutto tondo: seguo il cliente dalla creazione di un piano di comunicazione costruito su di lui (posizionamento, target, strategia, media planning) fino alla realizzazione della grafica e dei testi per pagine pubblicitarie, cataloghi, siti internet.

In particolare preparo powerpoint, in cui analizzo e presento ogni cliente in base al suo target ideale, ai suoi competitor, ai suoi punti di forza. Sto facendo anche le prime esperienze come account junior: al seguito del mio titolare incontro i clienti e raccolgo i brief relativi alle loro esigenze. Aiuto inoltre la mia collega che segue l’ufficio stampa nella redazione di comunicati, nei recall dei giornalisti, nella presenza alle fiere internazionali. Contribuisco infine – nel mio piccolo – allo spirito di squadra, sdrammatizzando con qualche battuta al momento giusto. 🙂

Quindi ragazzi, non mollate: ci vuole fortuna, sì, ma bisogna soprattutto avere costanza, credere in ciò che si sta dicendo e facendo, credere in noi stessi, ammettendo i nostri limiti e riconoscendo le nostre peculiarità, ma soprattutto mettere passione in ciò che si fa, provare emozioni forti e essere in grado di trasmetterle.

Avere paura dell’incerto è la cosa più normale che possa accadere, di questi tempi, ma se ce l’ho fatta io non vedo perché non dovreste farcela anche voi!

La Repubblica degli Stagisti

Dall’eccellente lavoro di inchiesta fatto negli ultimi tre anni attorno al blog, prima, e attorno al sito, poi, della Repubblica degli Stagisti, la giornalista Eleonora Voltolina ha tratto il libro La Repubblica degli Stagisti. Come non farsi sfruttare, appena uscito da Laterza.

Cover La Repubblica degli Stagisti

In Italia ci sono 400 mila, forse addirittura 500 mila stagisti ogni anno e il numero cresce anno dopo anno con percentuali a due cifre. I ragazzi fanno stage (o tirocini, come si chiamano quelli previsti per obbligo nei curricoli universitari) in multinazionali o microimprese, ditte private o enti pubblici, spesso a titolo gratuito, senza prendere nemmeno un rimborso spese, sperando che lo stage sia una porta d’ingresso per entrare mondo del lavoro.

Ma la speranza è spesso frustrata, perché si calcola che oggi meno di un tirocinio su dieci si trasformi in un contratto.

Tutte fregature? Assolutamente no.

A questo proposito Michel Martone, docente di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss Guido Carli di Roma – citato da Eleonora – distingue tra «stage fisiologici» e «patologici», mettendo nella prima categoria «gli stage utili, fatti durante l’università o appena dopo la laurea: un primo contatto per studenti e neolaureati con il mondo del lavoro» e nella seconda invece «quelli inutili, in cui le aziende prendono giovani uno via l’altro perché hanno bisogno di manovalanza a basso livello, per esempio per fare fotocopie o eseguire compiti semplici e ripetitivi, senza nessuna reale intenzione di formare né di assumere» (La Repubblica degli Stagisti. Come non farsi sfruttare, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 38).

Anche la questione del rimborso spese è relativa: se hai 20 anni, stai frequentando una laurea triennale, sei al primo stage e ti propongono un percorso formativo interessante con sole 250 euro di rimborso al mese, va bene. Se invece hai già preso una laurea specialistica, hai quasi 30 anni, sei al terzo o quarto stage e ancora ti propongono stage gratuiti o rimborsi spese inferiori alle 500 euro mensili, devi dire no.

Per chiarirti le idee – oltre a chiedere informazioni al tuo tutor universitario, per esempio me 🙂 – ti consiglio di leggere il libro di Eleonora: è un eccellente incrocio tra saggio, inchiesta giornalistica e guida, è scritto in modo scorrevole e mai noioso – nonostante il tema non sia dei più divertenti – e dice tutto quel che c’è da sapere sullo stage, raccogliendo anche le voci di tanti stagisti e ex stagisti che raccontano la loro storia.

Quando lo stage funziona

Sullo stage (o tirocinio) come strumento per inserire i giovani nel mondo del lavoro si dice tutto e il contrario di tutto.

Una cosa è certa: occorre che i ragazzi stiano in guardia, perché spesso le aziende ne fanno occasione di sfruttamento gratuito, più che di inserimento.

Per evitare guai, ho già più volte rimandato – e colgo l’occasione per rifarlo – al preziosissimo lavoro di monitoraggio e consulenza che Eleonora Voltolina fa con la Repubblica degli stagisti.

Tuttavia, dagli studenti ricevo in media più notizie positive che negative: di stage che diventano rapporti di lavoro, più o meno stabili, me ne vengono riferiti tanti e, quando non accade, di solito i ragazzi si dicono contenti lo stesso, perché considerano utile l’esperienza che hanno acquisito durante lo stage.

Non sto parlando di dati, ovviamente, ma di una mia impressione complessiva sui resoconti che ogni giorno gli studenti mi restituiscono.

Poiché faccio parte della Commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione e, come tale, di storie ne sento davvero tantissime, una mattina mi è venuto in mente che potrei chiedere ai ragazzi che ne hanno voglia di scrivere due parole sulla loro esperienza.

Non so se l’esperimento funzionerà e dove porterà: non ci ho ancora riflettuto bene. Ma intanto mi è arrivata la prima storia, che mi ha mostrato uno scarto che non mi aspettavo: a parole Valentina era entusiasta (giuro!), per iscritto ci è andata più cauta. Leggi qua:

Ho scelto questo corso di laurea perchè al terzo anno, nel piano di studi, era previsto un tirocinio obbligatorio e quindi una prima esperienza nel mondo del lavoro.

Giunto il momento, ho iniziato a chiedere pareri ad alcuni miei colleghi che avevano già fatto il tirocinio: mi sono ritrovata davanti a pareri estremamente negativi, racconti di perdite di tempo a fare fotocopie e portare caffè, alcuni mi hanno consigliato di acquisire i 10 crediti facendo due laboratori formativi perchè sarebbero stati meno dispersivi e più concreti.

Io ho deciso di fare un laboratorio e un tirocinio curriculare più breve (125h) proprio per fare quest’esperienza cercando di non perdere troppo tempo. Ho contattato, attraverso il sito dell’università, l’Ufficio Risorse Umane di un’azienda di S. Lazzaro di Savena che si occupa di animazione, progettazione di eventi, ricerca di modelle e hostess per fiere.

Il primo giorno mi è stata assegnata una mia scrivania, con un computer, un telefono e tutto ciò che serve a un lavoratore per svolgere al meglio i suoi compiti, e questo mi è sembrato subito un buon segno: non essere in costante subordinazione a una collega. Mi è stato spiegato a grandi linee di cosa si occupava l’azienda, com’erano suddivisi i compiti, di quale campo mi sarei occupata io e quali sono gli strumenti (materiali e umani) fondamentali in un ufficio che si occupa di relazioni con le persone e selezione delle stesse.

A inizio marzo il reparto Animazione era in piena attività con la ricerca di animatori e capi-villaggio per le strutture estive con cui collaborano in Italia e in Spagna. Io mi sono occupata principalmente della ricerca delle persone e dello smistamento dei curricula che ci arrivavano ogni giorno, per poi fissare un colloquio con la mia collega che avrebbe giudicato i ragazzi idonei o meno a questo tipo di esperienza.

Non ho fatto io personalmente i colloqui, ma ho assistito a molti di essi e ho imparato un nuovo modo di porsi, più professionale e specifico. Ho dovuto imparare a usare Microsoft Excel senza che nessuno me l’avesse mai spiegato, e poi ho dovuto utilizzare programmi di archiviazione dei contratti interni all’ufficio di cui non avevo mai sentito parlare e per i quali ho improvvisato una conoscenza.

Mi sono stati dati anche compiti noiosissimi, ho fatto mailing list per intere giornate, e fatto scatoloni con materiale da spedire alle strutture turistiche ma non ho portato caffè a nessuno se non ad alcune mie colleghe durante la pausa di metà mattina, e non ho fatto fotocopie per più di 5 minuti ogni giorno.

Bisogna essere una spugna, raccogliere quanti più segnali possibili dall’ambiente in cui si vive 8 ore al giorno, capire i meccanismi e gli equilibri (spesso precari) che regolano i rapporti di lavoro tra colleghi, ma anche tra titolari e dipendenti.

È stata un’esperienza nel complesso positiva, per quanto riguarda l’ambiente ma anche per il lavoro in sé. Ci vuole un po’ di fattore C, per vivere il tirocinio in maniera davvero formativa, ma anche capacità di adattamento e attenzione a qualsiasi cosa ti venga detta.

Da tirocinante ora sono diventata una collaboratrice con lettere di incarico mensili, ho scelto un part time per non lasciare indietro l’università e mi pagano una miseria. Ma lamentarsi non è la soluzione: io volevo imparare a lavorare, a rapportarmi con dei superiori e con dei colleghi.

In bocca al lupo a tutti e siate positivi!

Valentina