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Media: attenzione, la crisi avvantaggia la tv

Leggo su Repubblica oggi che il 2012 si è chiuso con un record storico per gli ascolti televisivi: la notte di San Silvestro 17 milioni 289 mila 474 italiani hanno tenuto accesa la tv tra le 21 e l’1 di notte (ascolto totale). Il che vuol dire + 5% rispetto al 2011, ma + 17% rispetto al 2005 (quando ancora non c’era la crisi). Con un incremento – aggiunge la società Barometro – del 13% rispetto all’anno scorso nella fascia anagrafica dei ragazzi e ragazzini sotto i 18 anni. E un incremento rispetto all’anno scorso del 20% nel Sud e nelle isole (dice sempre Barometro). Ecco lo schema elaborato da Repubblica (clic per ingrandire):

Auditel 31 dicembre 2012

È chiaro il nesso con la crisi: hai meno soldi, non puoi permetterti il ristorante, il locale di grido e nemmeno il cinema, perciò te ne stai a casa e festeggi – quando va bene – con la famiglia o gli amici. In ogni caso la televisione funge da sottofondo. Nei casi peggiori è l’unica compagnia.

È fondamentale, in tempi di campagna elettorale, meditare sul ruolo che le trasmissioni di intrattenimento hanno sempre svolto negli ultimi vent’anni e tornano a svolgere con centralità ancora maggiore in questo momento di crisi in Italia. Anche se le persone non seguono i talk show, anche se i giovani preferiscono internet alla televisione, non bisogna mai dimenticare che i messaggi e valori politici entrano nelle case anche – e soprattutto – assieme a una canzone strappacuore, a un balletto, un jingle in sottofondo. Ma possono annidarsi nella battuta di un presentatore o una presentatrice, essere imboccati al bambino di turno nella gara canora di turno, nascondersi nelle interazioni non verbali e negli impliciti fra conduttori e ospiti: è da qui che passano gerarchie di valori, allusioni, stereotipi, pregiudizi, persino discriminazioni.

Di implicito in implicito, di allusione in allusione, si costruiscono umori, preferenze, mode, insofferenze. Specie se le persone si trovano in un momento di grande confusione politica, come testimonia il gran numero di incerti (anche se in calo, sono sempre sopra il 40%) che ai sondaggi politici rispondono che non sanno chi votare e forse non voteranno. Paranoia mediatica? No, realismo: questi condizionamenti ci sono nelle conversazioni fra amici, perché ostinarsi a sottovalutare – come ancora fanno in molti, specie a sinistra – quelli che entrano in tutte le case attraverso la tv?

Questo articolo è apparso oggi anche sul Fatto Quotidiano.

La destra grigio fumo di Mariano Rajoy

In Spagna si è chiusa ieri l’epoca Zapatero con la vittoria schiacciante del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy, che ha ottenuto il 44,55% dei voti e 186 seggi su 350 nel Congresso dei deputati. Una bella rivincita per questo signore, di cui tutti da sempre sottolineano le scarse doti.

Molti commentatori internazionali simpatizzanti a sinistra hanno sottolineato nei giorni scorsi la mediocrità del personaggio e il vuoto di molti suoi discorsi durante la campagna. El País per esempio lo ha ritratto come uomo incline a rifugiarsi nel «depende». The Guardian come «master of ambiguity». E Le Monde ha messo in fila le tautologie di cui Rajoy ha infarcito la campagna: «Il cambiamento vuol dire che bisogna cambiare», «La migliore politica sociale è creare occupazione e gestire bene l’economia», «Creare occupazione è cosa buona per chi è disoccupato», «Faremo le riforme che impone il senso comune». Le riprendeva ieri su Repubblica Omero Ciai, ricordando che Rajoy «venne scelto da Aznar come successore perché sembrava il meno brillante e il più manovrabile tra i suoi delfini» («Ecco Mariano Rajoy, il tenace»).

Altri commentatori, meno duri, si sono limitati a sottolineare come in Spagna le elezioni non le abbia in realtà vinte nessun partito, ma la crisi economica.

Sta di fatto che, a sentire Rajoy negli ultimi giorni, la sua oratoria appare perfettamente adeguata ai tempi di crisi: mai nessuna esagerazione né promessa di troppo, ma in compenso:

  1. continui appelli all’unità di tutte le forze politiche e sociali;
  2. continua attenzione alle difficoltà di chi non trova lavoro e di chi l’ha perso;
  3. continui richiami all’orgoglio nazionale, al fatto che gli spagnoli sono migliori di chi li ha governati, alla volontà di riportare la Spagna in testa all’Europa;
  4. continui riferimenti al proprio coinvolgimento emotivo (si porta spesso la mano sul cuore), al fatto di mettercela tutta e infine, ieri, alla grande, grandissima felicità e gratitudine per la vittoria. Una felicità che dura solo una notte, ha precisato però Rajoy, perché «lunedì mattina sarò subito al lavoro».

Insomma, quando i tempi sono grigi, il grigio sta bene col grigio. Un po’ perché il fumo confonde tutto e chiunque può intenderlo come preferisce. Un po’ perché i toni dell’understatement sono più consoni alla serietà che la crisi impone.

Ma attenzione: in tempi di crisi il grigio funziona a destra come a sinistra. Anzi dirò di più: nel grigio anche i confini fra destra e sinistra si perdono. Ascolta infatti questi passaggi e domandati: non avrebbe potuto dire le stesse cose anche un leader di centrosinistra? Che differenza c’è?

«Chiediamo il voto agli spagnoli per il cambiamento, per la speranza, per rompere il pessimismo…»:

«Cambiamo la Spagna tutti uniti»:

Alcuni stralci del discorso di ieri, dopo la vittoria:

A New Kind of Beauty

È questo il titolo che il fotografo Philip Toledano – londinese di nascita con studio a Manhattan – ha dato alla sua ultima esposizione. Queste le parole con cui la presenta sul sito:

I’m interested in what we define as beauty, when we choose to create it ourselves. Beauty has always been a currency, and now that we finally have the technological means to mint our own, what choices do we make?

Is beauty informed by contemporary culture? By history? Or is it defined by the surgeon’s hand? Can we identify physical trends that vary from decade to decade, or is beauty timeless? When we re-make ourselves, are we revealing our true character, or are we stripping away our very identity?

Perhaps we are creating a new kind of beauty. An amalgam of surgery, art, and popular culture? And if so, are the results the vanguard of human induced evolution?

Ma la ricerca estetica di cui parla Toledano sconfina con l’esposizione di fenomeni da baraccone. Perfettamente coerente con lo stile di questo fotografo, abituato a simulare chissà quali riflessioni estetiche intorno a quelle che mi paiono solo provocazioni furbe (vedi anche Hope and Fear), patinate e non originali.

Sulla non originalità: è dall’inizio degli anni 90 che Orlan espone il suo corpo chirurgicamente modificato come un’opera d’arte.

Il problema è che la comunicazione di massa abbocca e rilancia. Non a caso il servizio era sull’ultimo numero di D di Repubblica (n. 684, p. 140). In questo senso è utile aggiungere la riflessione su queste immagini alla quella di Lorella Zanardo su Il corpo delle donne (e degli uomini, e del transgender), perché mi pare l’ennesimo “sdoganamento” della chirurgia plastica, presentata – stavolta – come arte e ricerca estetica.

Ecco alcune foto (clic per ingrandire). Trovi le altre QUI.

Gina

Justin

Justin

Yvette

Yvette

Steve

Steve

Le veline dell’Ateneo, «Domenica in» e l’identità

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale:

«Prof, cosa pensa dell’università a “Domenica in?”», mi chiedono gli studenti in questi giorni. Magari non hanno visto la puntata di domenica scorsa (non rientrano nel target), ma gliel’hanno raccontata i nonni. E ci sono rimasti male, nonni e nipoti. Così me la sono fatta mandare e l’ho analizzata: in effetti c’era di che turbarsi.

Non avrei mai voluto tornare sulle cosiddette «veline della Romagna», le quattro ragazze in tutina da superwoman e guanti di gomma con cui, nel luglio scorso, il Polo romagnolo ha pubblicizzato le sedi di Ravenna, Cesena, Forlì e Rimini, entrando in conflitto con il rettore e sollevando polemiche dentro e fuori dall’ateneo. Uno scivolone che speravo fosse dimenticato: non si deve mai usare il corpo (femminile, ma neppure maschile) per pubblicizzare l’università, ma bisogna puntare sull’eccellenza della didattica e della ricerca, e sugli sbocchi professionali.

La mente e non il corpo, insomma: un errore talmente grossolano che l’unica soluzione era dimenticarlo in fretta e guardare avanti.

Invece l’ateneo ci è caduto di nuovo, mandando due suoi rappresentanti nell’“Arena” di Massimo Giletti, una sezione di “Domenica in” di cui basterebbe il nome a capire che bisogna starne lontani. A favore della campagna c’era Giannantonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna e membro del cda universitario; contraria era Paola Monari, prorettore agli studenti. Nulla da dire sui loro interventi: certo volevano il bene dell’ateneo, ognuno con le sue ragioni, e hanno fatto il loro meglio.

Ma il contenitore televisivo se li è ingoiati in un boccone. Tralascio i dettagli della fossa in cui sono scesi. Basta dire che tutti, tranne loro, hanno vinto: dall’agenzia che ha ideato la campagna, per la quale vige il «si parli bene o male, purché si parli», alla studentessa che ha posato in foto perché «vuole fare la modella» e spera nella notorietà televisiva, finanche al conduttore che si è proposto come «assistente» universitario.

Tutti hanno vinto qualcosa, tranne l’ateneo e, più in generale, l’università italiana, che la rissa ha dipinto – per amor di polemica e audience – come poco qualificata, minata da conflitti interni, sessista e pronta a strumentalizzare il corpo delle donne.

Ma non sono tornata a parlare di «veline» per mettere il dito nella piaga. Ci sono tornata perché, se un errore simile è stato non solo fatto ma ribadito, vuol dire che ciò che per me è ovvio per altri non lo è. L’ovvietà è questa: chi trascura la comunicazione trascura la propria identità, che senza una comunicazione efficace rimane nascosta o fraintesa. Inoltre, se sei bravo ma non sai dirlo a nessuno, chi capirà che lo sei?

Per due ragioni, allora, la comunicazione dell’ateneo bolognese va curata nei minimi dettagli: perché è complessa, e dunque facile da sbagliare; e perché in ateneo ci sono molte eccellenze – a dispetto di “Domenica in” – e bisogna farle conoscere.

Ma curare la comunicazione non vuol dire affidarla a questa o quell’agenzia, magari abituata alla pubblicità commerciale ma incompetente su temi universitari. Né si possono mandare allo sbaraglio persone che, per quanto preparate nel loro campo, poco o nulla sanno di media e tv. Occorre invece affidare la comunicazione a persone che, dall’interno dell’ateneo, non solo ne condividano storia, valori e obiettivi, ma abbiano le competenze per comunicarli in modo intelligente e mirato, e siano dotati dell’autorità sufficiente perché nulla sfugga alle loro decisioni.

Inclusa quella di non mandare nessuno in tv, se non è il caso.

Repubblica Bologna 23 ottobre 2009.


Il premier in stile Andy Warhol, di Ilvo Diamanti

In questi giorni sono blindata in un corso di formazione, per cui parlo otto ore di seguito 😮 (Non si uccidono così anche i cavalli? è il film che mi viene sempre in mente in questi tour de force). Pochissimo tempo per il blog.

Ho letto ieri su Repubblica questo splendido articolo di Ilvo Diamanti, con cui mi trovo spesso d’accordo. Anche in questo caso lo sono (i grassetti sono miei):

«È arduo separare Berlusconi dalla sua immagine. E quindi dai media. In particolare, dalla televisione. Imprenditore, attore politico e mediatico al tempo stesso. “Il” protagonista della scena nazionale.

Tuttavia, non ci è mai capitato di vederlo tanto spesso come negli ultimi mesi. Usare argomenti e toni così violenti, con altrettanta continuità. Deciso a rispondere colpo su colpo ai “nemici”. Ai farabutti che si annidano nei giornali di partito e soprattutto nei giornali-partito. Per difendersi da questa “Repubblica dei veleni”. L’unica opposizione che egli tema. Perché ne minaccia l’immagine. Non l’abbiamo mai visto così presente in tivù. In modo diretto ma anche indiretto: nei discorsi degli altri. Amici e nemici.

Non abbiamo dati empirici, al proposito. Ma siamo certi che chi ne dispone confermerebbe le nostre impressioni. D’altronde, nell’era della comunicazione e della personalizzazione, Berlusconi, come ha osservato Giuliano Ferrara sul Foglio (echeggiando David Brooks, columnist del New York Times), interpreta e incarna l’idealtipo dell’individualismo espressivo. E – aggiungeremmo noi – aggressivo. Ne è “il più grande e clamoroso campione in Europa e forse nel mondo”. Iperpresente. Anche perché agisce in Italia, dove dispone dei mezzi – meglio: media – che servono al fine. In primissimo luogo le televisioni. Leadership del governo e del partito di maggioranza. Il Partito Mediale di Massa.

Si tratta di un mutamento sostanziale rispetto alle precedenti vite vissute da Berlusconi, nel corso della seconda Repubblica. Segnate da alti (gli anni della discesa in campo) e bassi (il periodo del limbo, fra il 1996 e il 1998, quando molti, compresi gli amici, lo davano per finito). Sempre attento a marcare le distanze dal mondo. Dai nemici e ancor più dagli amici. Anche durante la precedente esperienza di governo, dal 2001 al 2006. Quando a discutere in tivù con l’opposizione delle piccole cose del nostro piccolo paesino mandava i suoi consiglieri,avvocati, consulenti. I leader alleati. Mentre Lui volava alto. Tra i grandi della terra a cui dava e dà del tu.

Per 10 anni: nessun confronto aperto in televisione. Sino al 2005, quando decide – a sorpresa – di recarsi a Ballarò, nella tana del nemico, dopo il disastroso risultato delle elezioni regionali. E prosegue nella campagna elettorale del 2006. Presenza fissa della tivù. Dovunque. A sfidare tutti e soprattutto Prodi, vincitore annunciato. Per rovesciare le previsioni. Per dimostrare che Lui non ha paura.

Da allora non ha più smesso. Si è trasferito stabilmente sugli schermi. Nella breve stagione del governo Prodi: per ripetere che era abusivo. Infine, dopo la vittoria elettorale del 2008, ha deciso di impersonare governo e maggioranza. Da solo. E negli ultimi mesi la sua presenza è divenuta ancora più frequente. La sua retorica: ancora più aggressiva. È un uomo solo, il premier. Solo contro tutti. O almeno come tale agisce.

Per almeno tre ragioni.
1) Gli scandali sollevati intorno alle sue frequentazioni femminili lo irritano e gli creano disagio. Quasi più delle polemiche sul conflitto di interessi e dei problemi con la giustizia. Perché – appunto – ne incrinano l’immagine pubblica-privata. All’estero, ma anche in Italia. Come è emerso alle elezioni europee. Il cui risultato, rispetto alle premesse e alle (sue) promesse, è apparso deludente.

2) La sua maggioranza è divisa da rivalità politiche, personali e territoriali. Inoltre, Gianfranco Fini non perde occasione per sfidarne la leadership. Non solo in ambito istituzionale. Anche nel centrodestra e nel Pdl.

3) L’opposizione politica: chi l’ha vista? La sinistra radicale è quasi svanita. Di Pietro e l’Idv sono stranamente scomparsi dai media. Il Pd si è preso una vacanza congressuale ed esercita la propria opposizione al proprio interno piuttosto che contro il governo.

L’unica vera opposizione che disturbi il premier, per questo, giunge dai media. I pochi media che lo incalzano. Scavano nella sua vita pubblica e privata. Che poi è lo stesso. Così la presenza mediatica del premier si è dilatata all’infinito. Egli è dovunque. Nelle occasioni pubbliche. Anche – e soprattutto – le più dolorose. I luoghi del terremoto e le esequie dei militari caduti in Afghanistan. Quando fra gli italiani prevale lo spirito unitario.

Conta sull’effetto seriale. L’assuefazione a un format che si ripete, puntuale, un giorno dopo l’altro. Ma, al tempo stesso, asseconda il suo – personale – “individualismo espressivo” (e aggressivo). Che, tuttavia, comporta anche qualche conseguenza non voluta:

a) In primo luogo: il fastidio, la ripulsa. Perché quando è troppo è troppo. E allora quando si presenta a Porta a Porta, in un palinsesto rivoluzionato a sua misura, molti cambiano canale. Meglio la fiction vera. Meglio (molto meglio) la Juve. Oppure fanno qualcos’altro.

b) In secondo luogo: la patologia del rumore. In mezzo a polemiche tanto violente per farsi sentire occorre urlare più forte. Sparare cannonate. Minacciare di nuovo la secessione. Gridare al golpe. Alla sinistra parassita che vada morire ammazzata. Con il rischio che, presto, tutti divengano sordi. Che, molto presto, evocare la secessione e la morte solo a parole – per stupire – non basterà più.

Ma il rischio maggiore di questa strategia iperrealista – che identifica la realtà con la sua immagine – è la dissociazione. Fra realtà mediale e reale. Scoprire che la vita – politica e sociale – è diversa dalla sua narrazione mediatica. Che la crisi, espulsa dagli schermi e dal linguaggio mediatico perché disfattista, in effetti: esiste. Che la disoccupazione: esiste. Che l’insicurezza, bandita dai tiggì: esiste. Che il paese, unito a reti unificate: è diviso. Che l’immagine del premier, riprodotta e moltiplicata, in molti, diversi colori, come un’opera di Andy Warhol: non basta.

La realtà italiana è troppo complessa per venire rappresentata da un monoscopio.»

Ilvo Diamanti, Repubblica, 21 settembre 2009

Etica e finanza: un dibattito del 1987

In questi giorni, mentre discutevamo di attualità varie, Alessandro ha citato una vecchia battuta del cardinal Biffi che più o meno suonava così: «Il denaro è lo sterco del diavolo, ma se serve a concimare i campi del Signore, allora va bene».

Poiché il mio amico non ricordava quando esattamente il cardinale avesse pronunciato queste parole, ho fatto una ricerca su Google, scoprendo un articolo di Mauro Alberto Mori su Repubblica, che risale addirittura al 3 aprile 1987. Dall’articolo si evince che Biffi avesse detto la frase durante un convegno su «Denaro e coscienza cristiana», che si sarebbe tenuto a Bologna in quei giorni.

Fra gli invitati Romano Prodi, allora presidente dell’IRI.

Al di là della posizione di Biffi – interessante versione cattolica del più generico «il fine giustifica i mezzi» – leggi bene tutto l’articolo: scoprirai che nel 1987 molte persone e problemi di oggi erano già tutti lì.

ENTRANO IN CHIESA TANTE BUONE AZIONI

di Mauro Alberto Mori, La Repubblica, 3 aprile 1987.

BOLOGNA. «Il denaro è lo sterco del diavolo», commenta, sorridente come sempre, Romano Prodi. «È vero» ribatte, con lo stesso tono, il cardinal Giacomo Biffi, «ma può servire a concimare i campi di Dio».

La Chiesa affronta il tema della vil pecunia, chiama fior di professori, industriali e sindacalisti a discutere di dollari e azioni e offre, in un salone austero della Curia di Bologna, questo stuzzicante antipasto. L’economista e il cardinale, faccia a faccia, a parlare di «Danaro e coscienza cristiana». Titolo un po’ spudorato per un convegno organizzato da noi, dice Biffi, il prelato arrivato tre anni fa nella rossa Bologna a portar il verbo di papa Wojtyla.

Ma argomento più che legittimo perché la fede e l’eucarestia entrano in tutti gli aspetti della vita dell’uomo: nell’amore, nel dolore, nella gioia, nella morte, nel lavoro, nell’economia e nella politica, spiega l’arcivescovo. E il messaggio di una Chiesa che vuol discutere di tutto, che vuol parlare non solo delle buone azioni, ma anche di quelle di Piazza Affari risuona alto.

Mentre Prodi, cattolico praticante e presidente dell’IRI, auspica un sussulto etico nel gran mondo della finanza, Biffi esorta il suo gregge a non considerare più il denaro come il demonio. Alle spalle di questo faccia a faccia, convocato per presentare il convegno «Danaro e coscienza cristiana» che si terrà a Bologna venerdì e sabato della prossima settimana, aleggiano il nome di Marcinkus, il viaggio in Cile del Papa, le dure parole dei vescovi emiliani per l’Emilia sazia e disperata.

Il cardinale, però, non divaga e rivendica il diritto-dovere dei cristiani di parlare anche dei soldi. Non più e non solo come obolo di San Pietro o come semplice necessità materiale per la sopravvivenza.

Interiore coerenza. La comunità cristiana ritiene, dunque, di avere il diritto, quello civile, incontestabile, che «la nostra costituzione riconosce a tutti i raggruppamenti, di riflettere, di valutare, di scegliere in tutti i campi in cui sia coinvolto l’uomo» sostiene con voce sottile e tono fermissimi Biffi, «compreso quello dell’economia e del lavoro. Ma questo è anche un nostro dovere come cristiani, un dovere di interiore coerenza».

Prodi, che sarà uno dei relatori al convegno insieme a Beniamino Andreatta, Guido Carli, Carlo D’Adda, Achille Ardigò, Franco Marini, Agostino Giovagnoli e al cardinale Carlo Maria Martini, annuisce alle parole dell’arcivescovo di Bologna. E aggiunge: «Da due o tre anni, dopo questa sbornia di sviluppo, in tutti gli ambienti economici e finanziari, e in particolare negli Stati Uniti, si fa un gran parlare di problemi etici. Tutti oggi si chiedono se è possibile un sistema economico mondiale senza una etica di base».

Prodi cita il Vangelo, la parabola di Matteo seduto al banco delle imposte e chiamato a seguire Gesù, il problema morale delle tasse e riconosce che la Chiesa, finora, ha avuto troppa diffidenza di fronte al problema danaro. Credo che ci si sia pensato troppo poco, ne parliamo nella vita quotidiana, sì, ma abbiamo quasi il pudore a farlo in modo schietto, esplicito, dice l’economista. Saluta come una cosa molto positiva questa ricerca di valori reali tra i cattolici e gli economisti.

Sarà il nodo centrale del convegno perché Biffi, ricordando San Paolo, dice che i cristiani devono esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Anche nel mondo dei soldi c’è il buono e il cattivo. Perché i soldi possono servire per l’elevazione della condizione dell’uomo o per la sua corruzione. «Bisogna saper scegliere», continua, sempre più deciso, il prelato che siede sul seggio che fu di Lercaro e Poma.

Abbandonata l’immagine del danaro che attenta alle virtù umane, anche la ricchezza della società d’oggi, per il cardinale, è un sintomo positivo. «Il consumismo è contro la dottrina cristiana. Il consumo no», ammonisce. Poi, quasi come in una predica dall’altare, tuona: «Non è detto che la ricchezza di per sé sia peccato».

Una battuta su Marcinkus. Di fronte a queste parole i ricordi del catechismo traballano. L’immagine del poverello d’Assisi sembra lontanissima. Ed è a questo punto che, al paragone di San Francesco tra denaro e sterco, riportato da Prodi, Biffi replica giustificando e rivendicando l’uso buono del denaro. Il match, molto più approfondito, verrà ripreso nella due giorni della Curia bolognese che celebra il congresso eucaristico diocesano. Ora c’è solo il tempo per una battuta su Marcinkus: «Aspettiamo a giudicare dice Biffi perché la magistratura italiana non ha sempre dato esempi di obiettività», e un veloce commento sulla crisi delle casse vaticane: «Quello della cattiva amministrazione dei nostri soldi è un luogo comune», dice il cardinale. «Io so solo che dopo duemila anni la chiesa non è ancora fallita».

Mauro Alberto Mori, La Repubblica, 3 aprile 1987.

Le battute di Berlusconi

Dal 1994 Berlusconi è il leader politico che comunica meglio in Italia.

Vale la pena ricordarlo, a poche ore di distanza dalla sua uscita di ieri, quando in conferenza stampa da Mosca ha detto che Obama ha tutto per andare d’accordo col presidente Medvedev, perché «è giovane, bello e anche abbronzato».

Non è la prima volta che Berlusconi fa gesti sconvenienti o cosiddette «gaffe»: nel 2002 fece le corna dietro il ministro degli esteri spagnolo; nel 2003 diede del kapò all’eurodeputato della SPD Martin Schulz, che lo aveva criticato; lo stesso vale per le barzellette, la bandana esibita, le revisioni storiografiche all’acqua di rose.

Malgrado la sistematicità di questi episodi, molti si ostinano a considerarli sviste, errori più o meno gravi. La domanda che viene spontanea (se non ti fermi a riflettere) è questa: come si fa a dire che comunica bene uno che infila una gaffe dietro l’altra?

Ma Berlusconi non fa gaffe. Berlusconi dice e fa solo cose che alla maggioranza degli italiani piacciono. In questo senso, la sua comunicazione è efficace: è sempre magnificamente adatta alla maggioranza degli italiani.

Alcuni si vergognano? Altri si indignano? Sono la minoranza. Il resto degli italiani – e sono di più – ridono, ammiccano, si danno di gomito. La solita sinistra barbosa e moralista, pensano.

Ricordo che già nel 2002 Michele Serra commentava le corna al ministro spagnolo con queste parole:

«Un mucchio di gente, in Italia, troverà geniale questa informalità, questa franchezza, questa spontaneità. E si dirà: già, perché fin qui tutti quei noiosi barbogi incravattati hanno perso tempo con quei ridicoli cerimoniali? Non sarebbe meglio, molto meglio, una sana pacca sulle spalle, una barzelletta sui negri o sui finocchi, un lancio di molliche di pane a tavola, proprio come tutti noi (ipocriti) facciamo normalmente, quando non siamo imbalsamati dall’etichetta? E la buona vecchia gara di peti, da quanti anni, da quale caserma, da quale rifugio alpino non abbiamo più lo spirito per farla, la buona vecchia gara di peti?» (Michele Serra, La Repubblica, 2 febbraio 2002).

E all’estero? Trafiletti sui giornali, due minuti su qualche notiziario (vedi questa carrellata): la consueta fugace compassione per il folclore italiota. Come sempre, da 14 anni, perfettamente rappresentato da battute grossolane.

Ecco l’ultima.