Archivi tag: Lampedusa

Ma la tragedia di Lampedusa si ripete da oltre dieci anni

Migranti a Lampedusa

Ho studiato per anni, nelle isole Pelagie (Lampedusa e Linosa), il difficile equilibrio fra l’immigrazione proveniente dal nord Africa, le comunità locali, le esigenze del turismo e quelle di salvaguardia dell’ambiente. I risultati del mio lavoro confluirono in un libro collettivo, a cura di Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso: Effetto Med. Immagini, discorsi, luoghi, Lupetti Editore, 2011. Terminai l’articolo nel maggio 2010, quando il problema degli sbarchi a Lampedusa pareva «risolto» dagli accordi con la Libia. Poi ci furono le rivolte del nord Africa Continua a leggere

I migranti africani, fra cinema, paura e turismo

«L’immigré, vedette américaine de la Mostra de Venise» è il titolo di un pezzo che Jacques Mandelbaum e Philippe Ridet, inviati di Le Monde, hanno scritto sabato scorso, in cui mettevano in evidenza come il tema dell’immigrazione sia quasi diventato un genere cinematografico in Italia, che la mostra del cinema, quest’anno, ha consacrato.

Un fotogramma di Terraferma

I due fra l’altro non sapevano ancora che Terraferma, il film di Emanuele Crialese girato nelle Pelagie, che tratta le conseguenze che gli sbarchi dei cosiddetti «clandestini» hanno sulla vita dei pescatori di una piccola isola, avrebbe ricevuto il Premio della giuria. A maggior ragione oggi, dunque.

La diagnosi dei due giornalisti francesi su questa tendenza sta tutta in un aggettivo: «américaine». Finora ho visto solo Terraferma, e condivido la diagnosi: malgrado le buone intenzioni del regista – di cui ho amato sia Respiro sia Nuovomondo, ma che stavolta non mi ha convinta – la storia pare narrata soprattutto per portare il film in America. Con un’idea stereotipata (e per me sbagliata) di cosa piace agli americani, però.

Perché ne parlo? Perché, come osserva Ilvo Diamanti oggi in un bel pezzo su Repubblica (ho scoperto grazie a lui l’articolo su Le Monde), la tendenza ci racconta qualcosa sulle paure degli italiani per gli «invasori». E su come i registi cerchino, ognuno a modo suo, di contrastarle o esorcizzarle. Vedi: Quei film sugli immigrati nel paese di Terraferma.

Inoltre ho studiato per alcuni anni, nelle Pelagie, il difficile equilibrio fra l’immigrazione dal nord Africa, le comunità locali, le esigenze del turismo e quelle di salvaguardia dell’ambiente. Per cui ne so qualcosa. I risultati del mio lavoro sono confluiti in un articolo, uscito qualche mese fa in un libro collettivo, a cura di Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso: Effetto Med. Immagini, discorsi, luoghi, Lupetti Editore, 2011.

Ho chiuso l’articolo nel maggio 2010, quando il problema degli sbarchi a Lampedusa pareva «risolto» – si fa per dire – dagli accordi con la Libia. Poi è arrivata la guerra e il resto lo sappiamo.

Scrivevo nel maggio 2010:

Quanto ai timori che gli sbarchi dall’Africa potessero scoraggiare il turismo, è ormai chiaro che erano infondati. Per due ragioni. Innanzi tutto, i turisti hanno sempre incontrato così poco i migranti che, quando si imbattevano nelle loro tracce – vestiti, oggetti, pezzi di barche, relitti – tendevano a trasformarli in souvenir speciali, fotografandoli come qualcosa da mostrare ad amici e parenti al ritorno, qualcosa che conferiva «avventurosità», «emotività», «autenticità» alla loro vacanza.

In secondo luogo, il clamore mediatico sui migranti ha svolto per Lampedusa negli anni 2000 un ruolo analogo a quello che avevano svolto i missili libici dopo il 1986, attirando le masse invece di spaventarle. Non a caso, a partire dal 2003 l’industria del turismo fagocitò il fenomeno, organizzando ogni anno a settembre «O’ scia’» , una manifestazione canora ideata da Claudio Baglioni proprio per attirare attenzione, risorse, denaro pubblico e privato sia sulle Pelagie come luogo turistico, sia sull’accoglienza dei migranti, combinando esplicitamente le due aree semantiche. (p. 316)

Quest’anno, da quel che so, i nuovi sbarchi hanno in parte ridotto gli afflussi turistici su Lampedusa e Linosa. Ci penserà il film di Crialese, fra gli altri, a dargli nuovo impulso. Con l’aiuto del clamore mediatico.

Ma la mia domanda è: fino a che punto sarà un bene per quelle isole?

Se vuoi approfondire l’argomento, ecco il pdf del mio articolo: I contrasti delle Pelagie: fra turismo di massa, ambientalismo e migranti.

Lo storytelling di Berlusconi perde colpi

Berlusconi è stato il primo, in Italia, ad applicare lo storytelling alla comunicazione politica. L’ha sempre fatto, anche quando nessuno lo chiamava così. Le sue favole erano semplici e raccontavano il meglio che la maggioranza degli italiani potesse desiderare di sentirsi raccontare. Perciò erano convincenti. La storia complessiva fu raccolta nel libriccino «Una storia italiana», distribuito in tutte le case per le elezioni politiche del 2001.

Una storia italiana

Poi, negli anni, di quella storia Berlusconi ha ripreso e corretto diversi capitoli. Altri ne ha aggiunti.

Ma quest’anno si è scordato di chiudere alcuni capitoli. L’ha fatto il 16 gennaio scorso, quando ha annunciato di avere uno «uno stabile rapporto di affetto con una persona», senza però mai presentare in pubblico la donna misteriosa (vedi: Ruby, Bossi e la donna misteriosa). L’ha fatto a Lampedusa il 30 marzo, quando ha dichiarato di aver comprato una villa a Cala francese (sulla costa sud est), in modo da poter meglio curare gli interessi dell’isola (vedi: Berlusconi manterrà le promesse di Lampedusa? Lo capiremo in pochi giorni). Ma dell’acquisto finora non c’è nessuna traccia.

E ora pare in difficoltà col finale complessivo. Mi pare ovvio che non se ne andrà all’estero: come ho già detto, la faccenda dell’Italia «paese di merda» è solo un’operazione d’immagine.

Meno chiaro se nel 2013 si ricandiderà o no. L’8 luglio in un’intervista a Repubblica dichiarava: «Nel 2013 lascio, tocca ad Alfano». Ma il 3 settembre Alfano ha rimbalzato: «Nel 2013 sarà Berlusconi il candidato premier».

Ora, è vero che i colpi di scena sono il sugo di molte storie. E che i finali mancati reggono perche gli italiani hanno la memoria corta.

Ma a furia di interrompere, cambiare e sfilacciare, anche ai più distratti viene il mal di mare.

E la storia non funziona più.

Berlusconi manterrà le promesse a Lampedusa? Lo capiremo in pochi giorni

Il Berlusconi di ieri a Lampedusa sembrava tornato ai fasti comunicativi di dieci anni fa: ha promesso di liberare l’isola dai tunisini in 48, massimo 60 ore; ha promesso di candidarla per il Nobel per la pace; ha promesso, con più cautela, che lavorerà per la realizzazione di un campo da golf e una nuova scuola.

Infine, per rendere più credibili le sue parole, ha dichiarato di aver comprato una villa a Cala francese (sulla costa sud est), in modo che d’ora in poi curare gli interessi di Lampedusa sarà tutt’uno col curare i propri: «E domani la sinistra parlerà di conflitto di interessi. Bene! Faremo i nostri interessi!».

Poi, in conferenza stampa, le promesse si sono moltiplicate: ha detto di voler concedere a Lampedusa una «moratoria fiscale, previdenziale e bancaria almeno per un anno, finalizzata a trasformarla in zona franca»; ha sottolineato che l’isola deve puntare sul turismo e anche in questo sarà aiutata, con «servizi in tv pro isola di cui abbiamo incaricato Rai e Mediaset»; ha persino promesso di fare realizzare un casinò, di rinverdire l’isola (brulla dalla seconda metà del 1800) e ridipingerne le case, suggerendo tinte simili a quelle di Portofino.

Su questa performance le polemiche si sono già sprecate: c’è chi l’ha vista come un modo per distrarre l’attenzione dal fatto che il parlamento dibatteva il processo breve, chi ha parlato di fantapolitica, chi ha paragonato le promesse di Lampedusa a quelle di Napoli sui rifiuti e dell’Aquila per la ricostruzione dopo il terremoto. Pure gli abitanti di Lampedusa si sono spaccati fra quelli che non ci credono e quelli che invece vogliono fidarsi.

Che ne penso? Lo show – a parte una lieve incertezza sul nome di Cala francese, non adatta a uno che vuol farsi lampedusano – è stato impeccabile. Talmente sopra le righe da non essere nemmeno offensivo per i lampedusani: ostentare ricchezza e potere serviva a rendere credibile l’intervento dall’alto; le barzellette e le battute servivano a sciogliere la tensione; la visita alla villa a dare concretezza domestica all’acquisto. E potrei continuare con altri dettagli.

Niente a che vedere, insomma, con i tempi sbagliati del Berlusconi di Magica Italia, che abbiamo discusso pochi giorni fa. Né con il Berlusconi incartato dei video successivi allo scandalo Ruby.

Eppure, l’analogia con Napoli e L’Aquila è corretta. In che senso? Tutto dipende da cosa accadrà nelle prossime 48-60 ore. Se l’isola sarà effettivamente liberata dai migranti in pochi giorni (si può concedere un lieve ritardo), Berlusconi passerà per uno che mantiene le promesse. Ebbene sì, anche se tutto il resto non sarà fatto.

Far sparire i tunisini basterà infatti a spegnere i riflettori sull’isola. Dopo di che, a chi importerà se i lampedusani non avranno la moratoria sulle tasse, non saranno candidati al Nobel, non avranno il campo da golf, il casinò né tanto meno – cosa peggiore  – la scuola che chiedono da anni?

Esattamente ciò che accadde ai rifuti di Napoli e alle case consegnate a L’Aquila: poche azioni immediate sotto i riflettori e poi niente. Ma la maggioranza degli italiani non ci fanno più caso, anche se l’opposizione, le inchieste giornalistiche, i blog ci tornano sopra a ripetizione.

Dunque? La probabilità che Lampedusa sia sgombrata in pochi giorni è abbastanza alta. Se non intervengono altri imprevisti dal nord Africa, beninteso. D’altra parte, pensaci: l’arrivo di navi per portar via 10.000 tunisini – previsto per ieri – era stato già annunciato dal ministro Maroni giorni fa. Infatti sono arrivate. E le trattative con la Tunisia per bloccare il flusso sono cominciate da giorni.

Dunque Berlusconi non ha promesso niente: ha solo descritto qualcosa che sta già accadendo. Il resto è scenografia.

Vodpod videos no longer available.

Vodpod videos no longer available.

 

L’educazione dei lampedusani

Lampedusa è un blocco di roccia calcarea bianca e piatta, che dista 113 km dalla Tunisia e 205 dalla Sicilia, ha una superficie di 20,2 km quadrati e una popolazione di circa 5.600 residenti.

Linosa – che è la seconda isola abitata delle Pelagie, ha solo 5,43 km quadrati di superficie e circa 450 residenti – si trova 42 km a nord est di Lampedusa e solo per questo si salva in parte dagli sbarchi: i barconi vi approdano solo se sbagliano rotta.

A Lampedusa, invece, in questi giorni i tunisini hanno superato i residenti: ieri erano circa 6000 (alcuni dicono di più) e continuano ad arrivare.

Conosco bene sia Lampedusa che Linosa, dove sono stata molte volte negli ultimi dieci anni, assistendo alle prime migrazioni dal nord Africa, all’inizio degli anni 2000. Conosco bene la dolcezza, disponibilità umana e capacità di accoglienza degli abitanti di quelle isole.

Perciò non mi stupisco della civiltà con cui i lampedusani hanno protestato in questi giorni. Sull’isola i migranti giacciono per strada, accampati alla meno peggio, vengono sfamati dai residenti più che dall’esercito e dallo stato, e alcune zone dell’isola sono diventate latrine a cielo aperto. La rabbia dei tunisini è sul punto di esplodere e giustamente le famiglie cominciano ad avere paura.

Perciò ieri i pescatori hanno formato un cordone di barche per impedire l’accesso al porto: una protesta dignitosa e mite. E le donne hanno rovesciato giusto qualche cassonetto, per sottolineare i rischi igienici della situazione.

Ma ciò che più mi ha colpita erano i cartelli, gli striscioni: il più aggressivo, ripreso da molti giornali e televisioni, era «BASTA, SIAMO PIENI». In un mondo in cui il turpiloquio riempie la bocca di tutti, inclusi i politici, è oltretutto una rara lezione di buona educazione.

Basta siamo pieni