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Il linguaggio di Vendola (3)

Dopo aver preso in considerazione alcuni aspetti problematici della comunicazione di Vendola (vedi Il linguaggio di Vendola (1) e Il linguaggio di Vendola (2)), cerco di focalizzare quelli che mi sembrano i punti forti non solo del suo linguaggio, ma dei contenuti che esprime.

La sua novità (e forza) principale è quella di introdurre nel discorso politico i temi fondamentali della vita.

Per  dirla con le parole che ha usato nel «discorso della luce» tenuto a Bari il 18 luglio, sono i «temi della comunicazione, della complessità ambientale, del rapporto tra maschile e femminile, della pace e della guerra, della scuola e dell’università, del lavoro che non c’è o del lavoro sporco che c’è, sottoposto a una specie di apnea».

È questa lacuna gravissima della politica italiana che Vendola cerca di colmare: parlare della vita di tutti i giorni delle persone concrete, in carne e ossa, tener conto del fatto che le persone hanno un corpo, provano emozioni, affetti, dolori, amori, ma soprattutto stanno in relazione con altre persone che vivono anche loro emozioni, affetti, dolori.

Ma non basta: il leader parla di tutto ciò mostrando chiaramente le proprie emozioni, i propri affetti e dolori, le proprie debolezze. Il leader si commuove, si agita, suda, ride, si appassiona. È per questo che il linguaggio di Vendola appare autentico: non parla solo di emozioni, ma di volta in volta le mostra senza vergognarsene.

Inoltre Vendola esprime un’emotività e una carnalità che cercano di star fuori – una buona volta – dai binari dalla comunicazione di massa. Fuori dalla perfezione delle immagini pubblicitarie, dal superomismo e dalla competizione a tutti i costi.

Come quando a Lecce, in Piazza Sant’Oronzo il 27 marzo scorso, ha detto:

«Non sono una tragedia le rughe e i capelli bianchi. Noi siamo belli perché siamo pieni di difetti, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo gracili, perché abbiamo paura, perché ci tremano le gambe, perché abbiamo bisogno di lavoro, non per il potere».

O quando, chiudendo il «discorso della luce» del 18 luglio a Bari, ha detto:

«Noi non dobbiamo anestetizzare il nostro dolore, ma lo dobbiamo usare per capire di più. Il dolore che proviamo deve diventare una lente di ingrandimento per vedere meglio i fenomeni sociali, i fenomeni culturali e i fenomeni politici».

È questa la ricchezza della comunicazione di Vendola. Chiunque – lui o altri – sappia toccare queste corde evitando il burocratese e il politichese, ha ottime chance nel deserto della comunicazione politica italiana.

Se poi dietro alle parole ci fossero programmi innovativi, forze economiche sufficienti a reggere il gioco politico e staff preparati… be’ sarebbe un vero miracolo.

E con questa nota di speranza, ti auguro buone vacanze.

Ci rileggiamo a fine agosto.

😀

Il linguaggio di Vendola (1)

Dopo l’elezione di Vendola a presidente della Puglia, le Fabbriche di Nichi si sono rapidamente moltiplicate in tutta Italia (qualcuna anche all’estero), e oggi sono 365 (ma aumentano di ora in ora). Inoltre, come sappiamo, nel discorso di chiusura degli stati generali delle Fabbriche – il 18 luglio a Bari – Vendola si è candidato leader del centrosinistra nazionale.

È dunque in vista di questo obiettivo che vale la pena riflettere sul linguaggio immaginifico con cui Vendola arringa le folle. È proprio quel linguaggio, infatti, che gli ha valso l’appellativo di «poeta». Che per i sostenitori vuol dire «d’animo sensibile», «autentico», «capace di parlare al cuore». Ma per gli avversari significa «parolaio», «poco concreto», «sognatore».

Vendola è «poeta» anzitutto perché usa metafore. Alcune sono talmente vivide che diventano immediatamente slogan, e come tali sono infatti riprese dall’agenzia di comunicazione Proforma, che cura la comunicazione di Vendola. (O viceversa: magari a volte sono loro stessi a suggerirgliele.)

Prendi per esempio il riferimento al vulcano islandese Eyjafjallajökull, per cui le Fabbriche di Nichi (esse stesse una metafora) sono state definite «eruzioni di buona politica».

E prendi l’idea di chiamare il discorso di chiusura degli stati generali «discorso della luce», che viene da questa frase di Vendola:

«dobbiamo essere una lucerna che consente di illuminare gli angoli bui dell’organizazione della vita, noi perdiamo quando ci perdiamo, quando non abbiamo più un fascio di luce che illumina anche ciò che ci impedisce il cammino. Illuminare è costruire insieme l’etica del cammino».

Ma l’abilità di Vendola nel produrre slogan non si avvale solo di metafore. Pensa per esempio a quando incita il pubblico – sempre nel discorso di chiusura – dicendo che bisogna «cercare di vincere senza paura di perdere». O quando ripercorre la vicenda pugliese delle ultime regionali dicendo di aver fatto il «doppio movimento» di «sconfiggere il centrosinistra per sconfiggere il centrodestra».

Insomma, Nichi è una fabbrica di ossimori, chiasmi, inversioni e altre figure retoriche. Che nell’insieme seducono anche chi, magari, non le capisce né ricorda perfettamente. Anzi a volte incantano a maggior ragione per questo: non importa cos’ha detto di preciso, perché resta un’impressione vaga di maestria, di abilità linguistica, che contribuisce a dargli carisma. Com’è bravo lui, come vorrei essere lui...

Ma in vista dell’obiettivo nazionale, mi chiedo: riuscirà Vendola ad affiancare al linguaggio immaginifico una dose sufficiente di proposte concrete? Perché le metafore funzionano per regalare sogni e speranze ai più giovani simpatizzanti di sinistra. O per riaccendere la nostalgia di qualche vecchio compagno, che comunque avrebbe votato a sinistra.

Ma per guadagnare i voti degli elettori del centro-nord che un tempo votavano a sinistra e ora si astengono o votano Lega, ad esempio, ci vogliono parole semplici e pochi fronzoli. Ci vogliono numeri e riferimenti alla vita di tutti i giorni.

Per questi elettori il linguaggio di Vendola ha anche altri problemi, su cui tornerò nei prossimi giorni.

Ma intanto ascolta il «discorso della luce» (Bari 18 luglio 2010):