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«Persone perfette», Le Iene. Denuncia o ostentazione morbosa?

Ieri sera è andato in onda un servizio de Le Iene intitolato «Persone perfette», che sta circolando moltissimo sui social media, con commenti come «Agghiacciante», «Mostruoso», «A me quelle donne fanno schifo», «Che idiote», «Che poverette», e via dicendo.

Il servizio mostra i ben noti disastri della chirurgia estetica. Il problema, dal mio punto di vista, non sta solo in quei disastri, che ormai tutti conosciamo. Il problema sta anche in questo genere di trasmissioni che, con la scusa dell’«inchiesta giornalistica» e della «denuncia» del fenomeno, mostrano a raffica – con sguardo insistente e morboso – immagini di seni abnormi, labbroni, sederi nudi e mostruosità varie.

È un’inchiesta giornalistica? No, perché non racconta nulla di nuovo: sono cose che sappiamo tutti benissimo, al punto che diversi format televisivi, da anni, mostrano interventi di chirurgia estetica in diretta, con tanto di storie personali sul prima e dopo.

Serve a dissuadere qualche ragazza dal sottoporsi a quel tipo di interventi reiterati? Nemmeno, perché queste persone soffrono di problemi psicologici di varia natura, alla base dei quali spesso stanno forme più o meno gravi di dismorfofobia: non si vedono come le vediamo noi e sono sempre ossessionate da difetti corporei che solo loro vedono. Non cambierebbero idea neppure se le costringessimo a rivedere il filmato per ore.

A cosa serve, allora, un servizio come questo? A fare audience, prendendosi  gioco, per l’ennesima volta, della miseria psicologica e sociale, prendendosi gioco delle donne. E mostrando – soprattutto – un bel po’ di tette e culi. (Se proprio vuoi vedere la trasmissione, la trovi sul sito di Mediaset. Io non la linko.)

Persone perfette 2

Persone perfette 3

Persone perfette 4

«Tutte le italiane hanno la cameriera» dice la Grimaldi. Ma le Iene replicano andando dal parrucchiere

Giorni fa la giornalista del Tg1 Francesca Grimaldi ha realizzato un servizio in cui, alla guida di una Ferrari, faceva una battuta su un certo «vetro antivento che consente di viaggiare a vettura scoperta senza rovinare la permanente», un vantaggio che «potrebbe valere da solo il prezzo di questa macchina».

La battuta è ovviamente offensiva «per chi fatica ad arrivare a fine mese», come sottolinea Elena Di Cioccio, che costruisce un servizio per le Iene incalzando la Grimaldi, ricordando che una Ferrari costa 230 mila euro, e chiudendo con una Grimaldi che pare ci prenda gusto a rendersi odiosa e dice che «tutte le massaie italiane hanno la cameriera».

Battutacce di pessimo gusto, sono d’accordo con Elena Di Cioccio, specie se la crisi imperversa.

Però guardiamo da vicino l’astuzia delle Iene, che per evidenziare lo scandalo, entrano da un parrucchiere di Roma e intervistano alcune signore mentre si fanno i capelli (tinta o altro) o li hanno appena fatti, come si vede dal risultato tondeggiante.

Cioè che fanno le Iene? Prendono alcune rappresentanti di ciò che il target della trasmissione immagina come «italiana media pronta a indignarsi contro chi possiede una Ferrari» e le fanno parlare.

Ma allora mi chiedo: quelle signore, con quella faccia così arrabbiata, davvero non arrivano a fine mese? Chi non ci arriva di solito rinuncia al parrucchiere.

E quante di loro saprebbero davvero mettersi nei panni di chi sta ancora peggio? Di migranti nord africani, giovani precari, cinquantenni in cassa integrazione o, peggio ancora, di senzatetto disperati, di chi chiede l’elemosina ai semafori? Siamo proprio sicuri che quelle signore – e gli italiani che rappresentano – non sarebbero capaci di battute analoghe a quelle di Francesca Grimaldi, ma riferite a beni e servizi di costo inferiore come un’utilitaria, una lavastoviglie, la vacanza al mare?

Insomma il servizio de «Le Iene» funziona perché mette in scena l’eterno e miope conflitto fra chi sta peggio e chi sta meglio, non perché prende davvero le parti di chi «non arriva a fine mese», come dice di fare.

Ecco dunque come un problema sociale si trasforma in retorica televisiva. Anche perché chi davvero non arriva a fine mese non guarda «Le Iene». E allora chissenefrega.

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Chatroulette arriva in tv

In febbraio avevo scritto un articolo su Chatroulette per la rubrica Chips&Salsa del supplemento settimanale «Alias» del Manifesto («La tristezza del mondo vista da una chat») e alcuni giorni fa ho avuto uno scambio di mail con Stefano, studente magistrale in Scienze Filosofiche a Bologna, che sta preparando una tesi sul Web 2.0.

Nel frattempo, nella puntata delle Iene di mercoledì scorso, due vistose ex partecipanti al Grande Fratello, Francesca Fioretti e Melita Toniolo, hanno usato Chatroulette in trasmissione, facendo un gioco chiamato «Su le mani»: vinceva chi delle due fosse riuscita a far desistere gli ometti dall’altra parte della webcam dal fare ciò che la maggior parte dei frequentatori della videochat fa senza tregua, masturbarsi. (Chiarissima e banale la ragione di audience per cui «Su le mani» è stato proposto dalle Iene.)

Avevo già chiesto a Stefano il permesso di pubblicare il nostro scambio. Mi pare a maggior ragione utile farlo ora, data la visibilità che Chatroulette ha ottenuto su Mediaset.

Scriveva Stefano il 28 settembre:

Gentile professoressa, ho letto quel che ha scritto su Chatroulette e apprezzo molto il modo in cui analizza il fenomeno senza demonizzarlo. Tuttavia, pur essendo d’accordo sul non demonizzare la rete, vorrei suggerirle un’analisi un po’ diversa.

Lei scrive che “come ogni altro ambiente in rete” esso “non fa che rispecchiare il mondo”, ma la mia visione è un po’ diversa.

Il web rende possibili atti che non sarebbero possibili nella vita reale: in particolare, Chatroulette è una chat “random”, nella quale l’incontro di sconosciuti è casuale e virtuale (ovvero essi sono lontani da noi, uniti a noi solo da un algoritmo random) e ciò rende possibile un oltrepassamento istantaneo della morale.

È quindi anche una fenditura della morale interpersonale. O meglio: nessuno può identificarti, ritrovarti ecc., se tu non lo vuoi, per cui ogni responsabilità connessa al timore di queste conseguenze scompare. Certo, sempre che non si vogliano prolungare i rapporti, ma su Chatroulette è complesso (più che sui forum/social network).

Vorrei sottolineare che non vi è alcun giudizio negativo in questa analisi: vorrei solo farle notare che senza questo sito, ciò non sarebbe possibile.

Lei scrive: “Tutto ciò equivale a dire che nessun mezzo – nemmeno Chatroulette – determina i suoi usi in modo lineare e univoco”. In effetti non determina, ma inclina. Pierre Lévy diceva che l’imperativo del web era “Bisogna vedere tutto”, ma ora questa visione converge in una autospettacolarizzazione degli utenti stessi, che diventa un voyeurismo virtuale: nel caso di Chatroulette, molto spesso ci si masturba guardando chi ci sta guardando virtualmente.

Forse osservare compulsivamente il numero di visite del proprio account (o i “mi piace” sulle proprie foto) è un processo assai simile al masturbarsi su Chatroulette.

Chatroulette non è tanto/solo “uno strumento portentoso di verità e conoscenza”, ma soprattutto “uno strumento portentoso di verità e conoscenza su ciò che accade di fronte a una fenditura della morale”.

Ritengo che questa analisi possa esser utile: dopo aver pensato a tutto ciò, ad esempio, ho diminuito il numero di volte in cui guardo chi mi guarda sui miei account.

Grazie in anticipo, anche solo se ha letto fin qua. Stefano»

Così ho risposto a Stefano:

Caro Stefano,
sono d’accordo con te. “Non determina ma inclina”, è vero. Come ogni tecnologia, d’altra parte: dal telefono alla lavatrice.
Ho sostenuto una tesi nettamente antideterministica, in quell’articolo sul supplemento del Manifesto, solo perché volevo contrappormi all’onda mediatica sul tema: l’ennesima “chat” che uccide i bambini.
So bene, però, che l’antideterminismo radicale è altrettanto sciocco del determinismo radicale.
Dunque, lungi da me sostenere una posizione illusoriamente antideterministica! Un abbraccio

Aggiungo ora che apprezzo molto l’accostamento proposto da Stefano fra «osservare compulsivamente il numero di visite del proprio account (o i “mi piace” sulle proprie foto)» e masturbarsi su Chatroulette.

È un po’ una provocazione, ma a pensarci bene è densa di spunti.

Il linguaggio di Vendola (4)

Lunedì sera ho sentito su Radio 24 un’intervista a Vendola condotta in tandem da Giuseppe Cruciani e Luca Telese durante la trasmissione «La zanzara», che includeva un botta e risposta con le Iene.

Devo dire che la forma breve a Vendola giova, lo aiuta cioè a eliminare un po’ delle circonlocuzioni e espressioni dotte a cui è abituato. Il che è un bene, se lo immaginiamo come un possibile candidato per il centrosinistra nazionale, visto che dovrà scontrarsi con l’estrema semplificazione linguistica a cui da anni ci ha abituati il centrodestra (ne avevamo parlato in Il linguaggio di Vendola (1) e Il linguaggio di Vendola (2)).

Ciò nonostante, bisogna fare ancora pulizia. Pesco qua e là nei circa 15 minuti di conversazione.

Definisce il machismo come «l’elaborazione dell’angoscia dell’impotenza che il genere maschile si porta dalla notte dei tempi». Io capisco cosa vuol dire (e ci sorrido pure). Molti lettori di questo blog sicuramente fanno lo stesso, ma quanti altri? Poi parla di «famiglia sacralizzata con tutti gli ingredienti necessari e ostaggio di dinamiche di violenza», di necessità di «stigmatizzare la violenza» e di «strumentalizzazione consumistica»: parole ricercate (sacralizzata, stigmatizzare) o troppo astratte (strumentalizzazione consumistica).

A un certo punto entra in questioni tecniche sull’ambiente, gli viene concesso qualche minuto in più e allora si scatena: «mi pareva che il sole e il vento fossero ingredienti centrali della letteratura ambientalista» (= il sole e il vento sono fondamentali per l’ambiente); «abbiamo determinato un incremento occupazionale notevole in questo settore» (= abbiamo aumentato i posti di lavoro); «quella che io chiamo autoproduzione per l’autoconsumo di energia» (no comment).

È vero che, come dice lui, le «questioni di grande complessità richiedono conoscenza, attenzione e non un dibattito sterotipato e a volte violento», ma la quadratura del cerchio che spetta a un politico colto e intelligente – che per giunta si vuole di sinistra – è proprio spiegare la complessità in parole elementari, che anche le persone meno alfabetizzate possano capire al volo e ricordare facilmente.

Bene invece il suo continuo appello alle emozioni, a ciò che lui sente in prima persona, anche con riferimenti all’infanzia («quand’ero bambino»). Ne avevo già parlato in «Il linguaggio di Vendola (3)».

Perché qualcuno non lo aiuta a ripulire la lingua che usa, pur conservandone l’indubbio potere evocativo?

Perché nessuno gli spiega che, se non lo fa, rischia di prendere solo i voti di una manciata di intellettuali delusi dal Pd?

Ecco la mia registrazione dell’intervista (dura 14′ e qualcosa):

Per il podcast dell’intera puntata de «La zanzara» del 20 settembre 2010, clicca QUI.