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La destra grigio fumo di Mariano Rajoy

In Spagna si è chiusa ieri l’epoca Zapatero con la vittoria schiacciante del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy, che ha ottenuto il 44,55% dei voti e 186 seggi su 350 nel Congresso dei deputati. Una bella rivincita per questo signore, di cui tutti da sempre sottolineano le scarse doti.

Molti commentatori internazionali simpatizzanti a sinistra hanno sottolineato nei giorni scorsi la mediocrità del personaggio e il vuoto di molti suoi discorsi durante la campagna. El País per esempio lo ha ritratto come uomo incline a rifugiarsi nel «depende». The Guardian come «master of ambiguity». E Le Monde ha messo in fila le tautologie di cui Rajoy ha infarcito la campagna: «Il cambiamento vuol dire che bisogna cambiare», «La migliore politica sociale è creare occupazione e gestire bene l’economia», «Creare occupazione è cosa buona per chi è disoccupato», «Faremo le riforme che impone il senso comune». Le riprendeva ieri su Repubblica Omero Ciai, ricordando che Rajoy «venne scelto da Aznar come successore perché sembrava il meno brillante e il più manovrabile tra i suoi delfini» («Ecco Mariano Rajoy, il tenace»).

Altri commentatori, meno duri, si sono limitati a sottolineare come in Spagna le elezioni non le abbia in realtà vinte nessun partito, ma la crisi economica.

Sta di fatto che, a sentire Rajoy negli ultimi giorni, la sua oratoria appare perfettamente adeguata ai tempi di crisi: mai nessuna esagerazione né promessa di troppo, ma in compenso:

  1. continui appelli all’unità di tutte le forze politiche e sociali;
  2. continua attenzione alle difficoltà di chi non trova lavoro e di chi l’ha perso;
  3. continui richiami all’orgoglio nazionale, al fatto che gli spagnoli sono migliori di chi li ha governati, alla volontà di riportare la Spagna in testa all’Europa;
  4. continui riferimenti al proprio coinvolgimento emotivo (si porta spesso la mano sul cuore), al fatto di mettercela tutta e infine, ieri, alla grande, grandissima felicità e gratitudine per la vittoria. Una felicità che dura solo una notte, ha precisato però Rajoy, perché «lunedì mattina sarò subito al lavoro».

Insomma, quando i tempi sono grigi, il grigio sta bene col grigio. Un po’ perché il fumo confonde tutto e chiunque può intenderlo come preferisce. Un po’ perché i toni dell’understatement sono più consoni alla serietà che la crisi impone.

Ma attenzione: in tempi di crisi il grigio funziona a destra come a sinistra. Anzi dirò di più: nel grigio anche i confini fra destra e sinistra si perdono. Ascolta infatti questi passaggi e domandati: non avrebbe potuto dire le stesse cose anche un leader di centrosinistra? Che differenza c’è?

«Chiediamo il voto agli spagnoli per il cambiamento, per la speranza, per rompere il pessimismo…»:

«Cambiamo la Spagna tutti uniti»:

Alcuni stralci del discorso di ieri, dopo la vittoria:

I migranti africani, fra cinema, paura e turismo

«L’immigré, vedette américaine de la Mostra de Venise» è il titolo di un pezzo che Jacques Mandelbaum e Philippe Ridet, inviati di Le Monde, hanno scritto sabato scorso, in cui mettevano in evidenza come il tema dell’immigrazione sia quasi diventato un genere cinematografico in Italia, che la mostra del cinema, quest’anno, ha consacrato.

Un fotogramma di Terraferma

I due fra l’altro non sapevano ancora che Terraferma, il film di Emanuele Crialese girato nelle Pelagie, che tratta le conseguenze che gli sbarchi dei cosiddetti «clandestini» hanno sulla vita dei pescatori di una piccola isola, avrebbe ricevuto il Premio della giuria. A maggior ragione oggi, dunque.

La diagnosi dei due giornalisti francesi su questa tendenza sta tutta in un aggettivo: «américaine». Finora ho visto solo Terraferma, e condivido la diagnosi: malgrado le buone intenzioni del regista – di cui ho amato sia Respiro sia Nuovomondo, ma che stavolta non mi ha convinta – la storia pare narrata soprattutto per portare il film in America. Con un’idea stereotipata (e per me sbagliata) di cosa piace agli americani, però.

Perché ne parlo? Perché, come osserva Ilvo Diamanti oggi in un bel pezzo su Repubblica (ho scoperto grazie a lui l’articolo su Le Monde), la tendenza ci racconta qualcosa sulle paure degli italiani per gli «invasori». E su come i registi cerchino, ognuno a modo suo, di contrastarle o esorcizzarle. Vedi: Quei film sugli immigrati nel paese di Terraferma.

Inoltre ho studiato per alcuni anni, nelle Pelagie, il difficile equilibrio fra l’immigrazione dal nord Africa, le comunità locali, le esigenze del turismo e quelle di salvaguardia dell’ambiente. Per cui ne so qualcosa. I risultati del mio lavoro sono confluiti in un articolo, uscito qualche mese fa in un libro collettivo, a cura di Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso: Effetto Med. Immagini, discorsi, luoghi, Lupetti Editore, 2011.

Ho chiuso l’articolo nel maggio 2010, quando il problema degli sbarchi a Lampedusa pareva «risolto» – si fa per dire – dagli accordi con la Libia. Poi è arrivata la guerra e il resto lo sappiamo.

Scrivevo nel maggio 2010:

Quanto ai timori che gli sbarchi dall’Africa potessero scoraggiare il turismo, è ormai chiaro che erano infondati. Per due ragioni. Innanzi tutto, i turisti hanno sempre incontrato così poco i migranti che, quando si imbattevano nelle loro tracce – vestiti, oggetti, pezzi di barche, relitti – tendevano a trasformarli in souvenir speciali, fotografandoli come qualcosa da mostrare ad amici e parenti al ritorno, qualcosa che conferiva «avventurosità», «emotività», «autenticità» alla loro vacanza.

In secondo luogo, il clamore mediatico sui migranti ha svolto per Lampedusa negli anni 2000 un ruolo analogo a quello che avevano svolto i missili libici dopo il 1986, attirando le masse invece di spaventarle. Non a caso, a partire dal 2003 l’industria del turismo fagocitò il fenomeno, organizzando ogni anno a settembre «O’ scia’» , una manifestazione canora ideata da Claudio Baglioni proprio per attirare attenzione, risorse, denaro pubblico e privato sia sulle Pelagie come luogo turistico, sia sull’accoglienza dei migranti, combinando esplicitamente le due aree semantiche. (p. 316)

Quest’anno, da quel che so, i nuovi sbarchi hanno in parte ridotto gli afflussi turistici su Lampedusa e Linosa. Ci penserà il film di Crialese, fra gli altri, a dargli nuovo impulso. Con l’aiuto del clamore mediatico.

Ma la mia domanda è: fino a che punto sarà un bene per quelle isole?

Se vuoi approfondire l’argomento, ecco il pdf del mio articolo: I contrasti delle Pelagie: fra turismo di massa, ambientalismo e migranti.