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Un mostro di rifiuti

In preparazione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, programmata dal 21 al 29 novembre, i paesi stanno avviando diverse iniziative per sensibilizzare le persone a ridurre la mole di rifiuti che generano ogni giorno.

Mi ha colpita la campagna francese, promossa dall’agenzia nazionale per l’ambiente Ademe: il sito www.reduisonsnosdechets.fr (visitalo: è fantastico!), ma soprattutto tre spot costruiti attorno a un gigante animato, bonario ma ingombrante e brutto, che rappresenta l’enorme quantità di rifiuti che ciascuno produce ogni anno (380 kg a persona è il calcolo francese, e gli italiani?).

Trovo l’idea del mostro di rifiuti (realizzato da MPC, che ha firmato anche le animazioni dell’ultimo Harry Potter, per intenderci) davvero azzeccata: il mostro ci accompagna nella vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto. Fa un po’ schifo, ma non possiamo separarcene.

Possiamo però ridurne le dimensioni, e non è difficile: basta cambiare alcune abitudini.

Gli esempi di Ademe:

Usa meno la stampante: in ufficio, in università, a casa.


Compra prodotti con meno imballaggi. Meglio ancora: non imballati.


Trasforma i rifiuti organici in composta per le piante.

Per saperne di più sulle iniziative italiane, questa è la pagina di Legambiente e questo il sito della campagna italiana.

Con la faccia di cera

Con la faccia di cera è l’ultimo libro di Girolamo De Michele (scrittore già noto per la trilogia Tre uomini paradossali, Scirocco e La visione del cieco). È un romanzo breve (o racconto lungo, come preferisci) avvincente e ben scritto. Ma non lo segnalo solo per questo. È anche un atto di denuncia. Di comunicazione ambientale. È un gesto politico.

Oggi alle 17.00 De Michele ne parla con Wu Ming 5 presso la sede di Legambiente, Piazza XX settembre 7, 40121 Bologna (tel. 051-241076).

Ecco uno stralcio di «Inventori di favole», un’intervista all’autore di Emiliano Angelelli (Punto Sostenibile, la newsletter di Edizioni Ambiente, numero 9 – 09/2008):

Con la faccia di cera è il dodicesimo volume della collana VerdeNero di Edizioni Ambiente. Un romanzo ambientato interamente a Ferrara, la città in cui vivi. Presentiamolo ai lettori.

Con la faccia di cera è una ghost-story con evidenti debiti verso Il segno del comando, ma anche verso Blow-up e Lost. Inseguendo le apparizioni di una misteriosa ragazza, un giovane fotografo scopre un archivio sulla Solvay raccolto da un anziano ex-operaio ora in pensione, gonfaloniere della neonata Contrada della Vergine Maria. La storia si svolge l’ultima settimana del Palio di Ferrara, mentre tra le vie della città compaiono personaggi venuti dal passato. Un ulteriore elemento è il condominio in cui il fotografo vive: un agglomerato in preda alle peggiori passioni, avvitatosi in una spirale di autodistruzione che sembra avere le stesse dinamiche di un corpo invaso dagli agenti patogeni derivanti dalla produzione del PVC.

Nel tuo racconto si parla di tumori provocati dal CVM (cloruro di vinile monomero), un composto organico estremamente tossico che la città di Ferrara conosce bene, visto che rientrava nei processi di lavorazione della Solvay. Questa parte del racconto nasce da un’esperienza da te realmente vissuta?

No. Io patisco disturbi respiratori che mi rendono ipersensibile all’inquinamento atmosferico – e Ferrara è una delle città più inquinate d’Europa. E vengo da una famiglia che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma di quelli che una volta si chiamavano omicidi bianchi, e che oggi sono stati declassati a morti sul lavoro. L’insalubrità dell’aria e gli omicidi bianchi sono due elementi che potrebbero unire la mia città di nascita e la mia città d’elezione, Taranto e Ferrara, in un macabro gemellaggio. Questo mi rende particolarmente attento ai temi della nocività, sia diretta che indiretta, del lavoro.

Ferrara che «non ama la chimica, ma ama i posti di lavoro» è un po’ il paradigma del Nord – in particolare il Nordest – che lavora, che produce, che cresce economicamente, ma a quale prezzo?

Ferrara ha molti elementi per essere eletta come un’allegoria del paese in cui viviamo, sia in positivo che in negativo. È la città di Bassani, nella quale i turisti vanno a cercare la famosa finestra sopra la farmacia, quella della notte del ’43. E magari non sanno che un ragazzo è morto dopo mezz’ora di agonia, alle 4 del mattino, circondato dagli agenti di polizia che aveva avuto la sventura di incrociare, senza che nessuno – meglio: nessun ferrarese, perché l’unica testimone è un’immigrata con permesso temporaneo – si affacciasse alla finestra. Come in molti altri luoghi cresciuti sul profitto di processi industriali sporchi, dei quali in apparenza nessuno sospettava la pericolosità. In questo assomiglia certamente al Nordest. E oggi che la Solvay non c’è più, si può parlare del pedaggio di morte che Ferrara ha dovuto versare, dal momento che nessuno pagherà per questo. Si parla meno, e se si può si tace, della condizione dell’aria e dell’acqua, come se il CVM si fosse dissolto nel nulla. Si preferisce non parlarne perché altri veleni vengono or ora aggiunti ai vecchi, si preferisce fingere di non sapere che le nanopolveri non vengono rilevate, ma esistono. Ci si volta dall’altra parte, ci si nasconde dietro la persiana della finestra: come fa il Nordest quando commercia e si arricchisce con la camorra che apre outlet e porta via i rifiuti.

[…]

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Rughe, deserti e decorazioni

Trovo su Spotanatomy questo lavoro di Grey Emea per Legambiente.

Clicca per ingrandirlo.

legambienteface1.jpg

 

 

 

 

“Is your worrying global enough?”, chiede la headline.

“Face the problem before it’s too late”, incalza la baseline.

Notevole la discussione che l’accompagna:

“Non si capisce. Gli è entrato qualcosa nell’occhio?”, fa un visitatore.

“Io sono seduta da 10 minuti e non ho capito… pensa alle sopracciglia quando dovrebbe pensare che non ha capelli?”, dice un’altra.

L’illuminazione arriva da un sedicente “pubblicitario scettico”, che spiega: “Non è un granché, come del resto tutte le campagne sociali da noi, perché ci fermiamo alla decorazione senza toccare l’emozione. Qui c’è uno spunto giusto e cioè: non ti accorgi dei veri problemi e pensi alle rughe, ma il linguaggio è sgrammaticato perchè metà simbolico (capa = mondo) e metà realistico, tenuto insieme dallo scotch della head. Perché non riusciamo a essere più semplici […] e meno decoratori?“.

Già, perché?

Perche costruire compiaciute campagne di nicchia per esprimere contenuti che riguardano tutti?

Un problema grave come la desertificazione del pianeta dovrebbe poter essere colto all’istante anche da chi è distratto, da chi non ne ha voglia, da chi ha soltanto a cuore la propria immagine nello specchio.