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Ancora sul maschilismo dei giornali on line

A proposito del maschilismo delle testate giornalistiche on line, di cui parlavamo lunedì, mi scrive Lucia:

«Al Post, anche se ci lavorano meno donne che uomini come notavi tu, non espongono box morbosi con tette e culi.

Ma mi sono molto sorpresa nel leggere che tessevi le lodi di Lettera 43, perché nella scelta dei contenuti e nella gerarchia delle notizie rispecchia esattamente gli standard del giornalismo cartaceo, e per fare page views ha sezioni come questa: http://www.lettera43.it/stili-vita, con donne seminude a volontà.

Poi possono avere tutte le donne che vuoi in redazione, ma finché la cultura di fondo resta quella, non credo che le cose possano cambiare di molto.»

Lettera 43D’accordo con Lucia, purtroppo. Nell’articolo di lunedì volevo solo far parlare alcuni numeri, perché ragionare su quelli a volte serve. Ma i numeri, ovviamente, mostrano alcune cose e ne trascurano, o addirittura nascondono, altre.

Perciò è vero che la redazione di Lettera 43 è composta da 16 persone, di cui 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. Ed è pur vero che le donne vi ricoprono ruoli di rilievo, fra cui quello di capo redattore e direttore editoriale. Ma le loro scelte sono anche queste (ho preso gli screenshot ieri sera, clic per ingrandire):

Lettera 43, Stili di vita 1

Lettera 43, Stili di vita 2

I nuovi giornali on line sono maschilisti?

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.

Poi nell’ottobre 2010 sono arrivati Lettera 43 di Paolo Madron, e a gennaio di quest’anno Linkiesta di Jacopo Tondelli, che pure loro a quanto pare stanno andando bene. Insomma, seppure in ritardo rispetto a molti altri paesi, per fortuna anche da noi il giornalismo on line sta decollando.

Non sono una giornalista e perciò lascio ad altri la discussione sui rapporti fra giornalismo tradizionale e on line, sull’affidabilità di entrambi, sulla crisi dei giornali cartacei e i successi di quelli on line. Cose di cui già molto si parla in rete.

Mi limito però a esprimere un disagio che ho sempre avvertito navigando questi ambienti: sono dominio nettamente maschile. Ne parlo solo oggi perché ho finalmente trovato il tempo di togliere vaghezza al mio disagio e fare un po’ di conti.

Il Fatto Quotidiano Cominciamo dal Fatto Quotidiano: stando a Wikipedia, oggi la redazione è composta da 45 persone (all’inizio erano 16), ma solo 11 sono donne, vale a dire circa il 24%; inoltre, su 262 blog (se ho fatto bene i conti) che afferiscono alla testata on line, solo 61 sono di donne, il che vuol dire circa il 23%.

Il PostIl Post: 1 direttore, una redazione composta da 2 maschi e 2 femmine, più 2 collaboratori maschi e 1 segretaria di redazione, il che significa 8 persone di cui 3 donne, cioè il 37,5% (vedi Chi siamo). Malino, non malissimo. Ma se contiamo le firme, le donne quasi svaniscono: su 46 autori solo 7 sono donne, cioè circa il 15%.

Lettera 43Per fortuna nella redazione di Lettera 43 le cose vanno molto meglio (vedi Staff): è vero che il direttore Paolo Madron è un uomo (come negli altri casi), ma il redattore capo Nadia Anzani è una donna (wow); inoltre, nella redazione di 16 persone, ben 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. E se è vero che la segretaria di redazione è come sempre una donna, è anche vero che il direttore editoriale lo è. Evviva.

LinkiestaL’ottimismo si spegne subito se frughiamo nella redazione di Linkiesta: 14 persone, di cui solo 1 donna. Suona forse meglio se diciamo che qui le donne sono poco più del 7%, ma sempre una sola è.

TIRANDO LE SOMME

Insomma, stando a questi numeri e tenendo conto che nel Parlamento italiano – di cui tutti lamentiamo il maschilismo – ci sono 191 donne su 945 parlamentari, e cioè solo il 20,2%, ebbene: in Italia il cosiddetto «nuovo giornalismo on line» – a parte Lettera 43 (sia lodata!)appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana.

Allora mi chiedo: perché? Non ci sono abbastanza giornaliste che abbiano interesse per la rete? Non ci sono abbastanza giornaliste in generale? O non ci sono abbastanza giornaliste che siano adatte alle nuove testate on line?

Insomma, dove lavorano le giornaliste italiane? Non voglio pensare siano relegate (o si siano auto relegate) alle testate femminili… o sì?

😦

Perché l’Italia non si mobilita per Ai Weiwei?

«Considerato l’artista cinese più famoso e influente al mondo, Ai Weiwei è anche architetto, designer, scrittore, intellettuale, blogger e attivista politico. Lo scorso 3 aprile è stato fermato e sequestrato dalla polizia cinese senza alcuna spiegazione.

Ai Weiwei è un cittadino cinese di 53 anni impastato dalla storia del suo paese e forgiato dalla storia globale più recente. Definito dai media internazionali come “l’Andy Warhol della Cina”, Ai ha iniziato a scuotere la pigra armonia dell’arte e della cultura cinesi a partire dal 1993, anno del ritorno in patria dopo un volontario esilio decennale a New York…» comincia così un bell’articolo di Sara Giannini – ex studentessa della magistrale in Semiotica – su Roar Magazine (continua a leggerlo QUI).

Ai Weiwei

Dopo di che Sara, che oggi vive in Germania, mi scrive chiedendomi di aiutarla a diffondere la notizia, a cui aggiunge il suo stupore e la sua indignazione per il fatto che in Italia, a differenza che in molti altri paesi, il caso Ai Weiwei è del tutto trascurato dai media.

A parte infatti alcuni brevi interventi su stampa e tv (l’ultimo due sere fa su Rai News 24), la notizia circola – poco – solo su blog e testate on line: vedi per esempio questi articoli di Lettera 43 e Daily Wired, in cui Simone Pieranni si fa una domanda analoga a quella che mi faccio io: «Perché il mondo dell’arte italiano ancora non ha partorito almeno un comunicato di solidarietà?». Ma nemmeno la rete italiana – di solito pronta a scaldarsi per un nonnulla – fa tanto clamore (l’articolo di Pieranni su Daily Wired, per esempio, non ha nessun commento).

Continua Sara:

«Questi sporadici interventi sono del tutto imparagonabili alla copertura giornalistica di Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti (purtroppo non me la cavo bene con le lingue scandinave, ma mi sembra di aver capito che anche lì ci sia movimento). I giornali pubblicano quotidianamente articoli sul caso Ai Weiwei sia su carta stampata che online (basta digitare “Ai Weiwei” su Google News, può controllare lei stessa).

Oltre all’informazione, anche i governi di questi stati si sono esposti pubblicamente e hanno richiesto il rilascio immediato. La Germania si è addirittura offerta di pagare un’eventuale cauzione.

Riguardo alle manifestazioni di piazza, ebbene sì, sono arrivate anche quelle. Attraverso il gruppo Facebook 1001 Chairs for Ai Weiwei la comunità artistica internazionale ha organizzato un sit-in di fronte alle ambasciate cinesi di tutto il mondo tenutosi domenica 17 alle ore 13. Le 1001 sedie sono un riferimento all’opera “1001 Chairs and Chinese visitors” che Ai Weiwei ha realizzato per la scorsa edizione di Documenta nel 2007.

Picchi di 200-300 partecipanti a New York, Hong Kong e Berlino. (Il mio prossimo report per Roar Magazine tratta esattamente di questo.)

Vivendo in Germania, posso soltanto dirle che qui, per una lunga serie di motivi (i tedeschi sono molto sensibili al tema della libertà di espressione e dei diritti umani) la sparizione di Ai Weiwei è molto sentita e non soltanto da chi è impegnato nel mondo dell’arte.»

Perciò rilancio, chiedo a chi legge di rilanciare e domando a tutti: perché i media italiani – così pronti a indignarsi per la «mancanza di libertà di espressione» se permette di parlar male di Berlusconi – trascurano Ai Weiwei?

Troppo lontano? Poco riferito al piccolo mondo della politica nostrana?

Perché in Italia nessuno scende in piazza per Ai Weiwei? Non ce ne frega nulla dei diritti umani?

E perché gli artisti italiani tacciono?