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#Brindisi: quando la cronaca diventa morbosa

«Cosa racconto ai ragazzi lunedì?». È con questa domanda – semplicissima e durissima nello stesso tempo – che ieri mi ha chiamata un amico che insegna in un liceo piemontese, preoccupato del rientro in classe dopo la tragedia di Brindisi.

La scuola di Brindisi colpita dall'attentato dinamitardo

«Non mi perdonerei di finire nelle solite frasi scontate. O di suonare patetico. – ha detto. – Devi vedere, sai, cosa scrivono i miei studenti su Facebook: sono sconvolti e hanno persino paura di tornare a scuola, anche se siamo lontani centinaia di chilometri. Ma sono soprattutto schifati da come i media raccontano la cosa. Con tutte quelle foto della vittima, i primi piani sul dolore dei parenti e degli amici, le frasi ad effetto. Dicono che sono tutti morbosi.»

Morbosi, sì. Se ne rende conto anche un ragazzo di quindici anni, che i media hanno esagerato e che continueranno a farlo. Come sempre, quando c’è un fatto di sangue che coinvolge minori, peggio ancora se la vittima è una ragazzina. Tutto in nome di due principi fondamentali della professione giornalistica: il diritto di cronaca e la libertà d’espressione. Sacrosanti ma: fino a che punto è legittimo invocarli? Qual è il limite?

Ho suggerito al mio amico di leggere un pezzo di Matteo Pascoletti e Bruno Saetta su Valigia Blu. Parte da questa considerazione, che condivido:

«Forse è un nostro limite, ma giornalisti che twittano foto della vittima accompagnandole con elegie di 140 caratteri più che a corretta informazione ci fanno pensare a poesia kitsch. Inoltre, pensare che il racconto o la partecipazione emotiva abbiano bisogno della circolazione di immagini o di gallery ottenute semplicemente perché la vittima non ha settato in un certo modo le impostazioni del profilo Facebook significa, tra l’altro, dimostrare di non avere la minima idea di cosa sia il dolore di una madre o di un padre che perdono una figlia. Ma anche questo pensiero, forse, è un nostro limite.»

E prosegue mettendo il caso in relazione alla legge 633 del 1941, o legge sul diritto d’autore (Bruno Saetta è un giurista), e alla normativa sulla privacy, che prevede la necessità del consenso della persona ritratta perché si possa “usare” la sua immagine, con alcuni casi specifici in cui il consenso non è necessario (in occasione di eventi pubblici, fatti di cronaca, ecc.).

Leggi l’articolo per intero, e con attenzione, qui: Le foto della vittima. È lecita la pubblicazione? #brindisi

A me ha chiarito molte cose. Spero sia utile anche al mio amico insegnante e – sta a lui trovare le parole giuste per semplificarlo – anche ai suoi ragazzi.

Berlusconi e l’anestesia degli italiani

Nel settembre 2009 osservavo (Berlusconi e la credibilità della stampa) che la strategia più abile di Berlusconi sulla cosiddettà «libertà di espressione» dei giornalisti non è tanto quella di minacciarla o addirittura censurarla – come molte testate, Repubblica in primis, dicono – quanto quella di screditarla a colpi di querele, smentite, tesi contraddittorie, tutto e il contrario di tutto.

L’obiettivo ultimo è avvolgere il quarto potere in una nuvola di cloroformio che anestetizzi gli italiani, già tendenzialmente distratti, e li induca a non credere più a niente di quello che dicono i giornali, la radio, la tv.

A non ascoltare, non leggere nemmeno, perché: «Tanto, sono tutte balle».

Sul fatto che a fine 2009 ci stesse riuscendo non avevo dati, e così chiudevo il post.

Oggi qualche dato in più c’è.

Nella puntata del 19 ottobre di Ballarò, il presidente di Ipsos Italia Nando Pagnoncelli ha sciorinato le risposte che un campione di italiani hanno dato alla domanda «Che cosa pensa della vicenda di Antigua?», vicenda di cui ha parlato l’inchiesta di Report domenica scorsa (fra l’altro, notizia di oggi: Berlusconi ha querelato Report). Queste le risposte:

Il 15% (solo!) dice «È una notizia importante».

Il 14% «È una notizia che non interessa».

Il 9% (solo!) «Mostra la scarsa limpidezza di Berlusconi».

Inoltre, nota bene: il 9% dice che la vicenda «Mostra la capacità di Berlusconi di fare ottimi affari» (dunque lo ammira), il 7% pensa «È una vicenda pilotata contro Berlusconi per paragonarlo a Fini» (dunque lo difende), il 4% pensa che «Mostra la bellezza dei posti in cui vive Berlusconi» (dunque lo ammira) e ben il 42% «Non sa, non ha seguito la vicenda».

Se fai le opportune addizioni, dal sondaggio sembra che Milena Gabanelli, con l’inchiesta su Antigua, abbia fatto un bel favore a Berlusconi.

Ora, al di là dei limiti dei questionari che Ipsos somministra ai suoi campioni (chiaro ad esempio che il 4% che ammira «le bellezza dei posti ecc.» forse non ci sarebbe se la domanda non fosse posta in quei termini, e magari alcuni hanno risposto così per pura spiritosaggione italiota), il dato importante, a mio avviso, è quel 42% che «Non sa, non ha seguito la vicenda» (se per caso sei fra loro, pensaci 😉 ).

Il cloroformio sta facendo effetto.

Ecco il brano della puntata. Le tabelle Ipsos sono nei primi due minuti:

Berlusconi e la credibilità della stampa

Dal blog di Luca De Biase, un post di ieri (i grassetti sono miei):

«Pew registra in un’interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali.

Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.»

Ecco, appunto.

Credo sia proprio questa la direzione in cui sta andando la stampa italiana, dopo i colpi e contraccolpi sulla vita pubblica/privata del cavaliere e dei suoi avversari politico-mediatici: perdita di credibilità.

E credo sia questa la strategia comunicativa di fondo della cosiddetta «campagna d’autunno» berlusconiana: più che «imbavagliare» la stampa, «censurarla», «toglierle la libertà di espressione» – come spesso si dice a sinistra – Berlusconi la sta avvolgendo in una cortina fumogena. Tutta: da Repubblica all’Unità (querelate), dal Giornale (più volte smentito) alla stampa internazionale.

Nessuno deve più credere a niente: questo è l’obiettivo.

Sul fatto che ci stia riuscendo non abbiamo dati, come dice Luca De Biase, ma ho l’impressione di sì.

PS1: Ringrazio mio fratello per l’illuminante conversazione in proposito.

PS2: Aggiungo che ho firmato anch’io l’appello di Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky in difesa di Repubblica, pur percependo l’ambivalenza del gesto conosci-il-gioco-ma-ti-presti-al-gioco.

Poiché in questo momento in Italia nessun gioco alternativo e nessun meta-gioco è possibile, sostenere simbolicamente una parte in gioco – specie se si è in molti a farlo – è comunque rilevante.