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Ma il compromesso in politica è cosa buona o cattiva?

Napolitano nomina i saggi

Domenica scorsa, giorno di Pasqua, il settimanale tedesco Der Spiegel ha commentato la nomina dei “saggi” da parte del presidente Napolitano, vedendola come risultato del fatto che i politici italiani «hanno perso la capacità di compromesso, essenziale per ogni democrazia». Il problema è che, mentre lo Spiegel può permettersi di invitare i nostri politici a recuperare l’arte del compromesso, in Italia questa parola Continua a leggere

Basta coi pregiudizi contro Scienze della comunicazione

Venerdì scorso, in un pezzo su Linkiesta, sono tornata sull’annoso problema degli stereotipi negativi che affliggono le lauree del settore della Comunicazione, sulle quali abbondano battute del genere «scienze delle merendine», come quella che fece l’ex ministro Gelmini proprio un anno fa.

In realtà, anche i dati di Almalaurea più recenti (2010), nonostante la crisi,  continuano a non dire affatto che i laureati in Scienze della comunicazione lavorino meno degli altri, anzi: dicono che in media trovano lavoro come gli altri, e senz’altro più di tutti i giovani che hanno un titolo di studio umanistico.

Giovani al computer

Però dicono anche che in media vengono pagati meno e restano più a lungo precari degli altri.

Ora, è chiaro che l’offerta universitaria qualche problema ce l’ha. Basti pensare che in Italia i corsi di laurea nel settore delle Scienze della comunicazione erano 5 nel 1993 (appena nati) e sono circa 150 (fra trienni e magistrali) oggi: l’inflazione, si sa, è sempre un brutto sintomo.

Però l’Italia ha un disperato bisogno di bravi, qualificati e di conseguenza ben pagati comunicatori. Perciò così ho concluso il mio articolo su Linkiesta:

I problemi ci sono, inutile negarlo. Ma non è dicendo ai giovani si evitare come la peste i corsi di comunicazione che si risolvono, specie in un paese come il nostro, in cui la cultura della comunicazione è scarsa in tutti i settori professionali: campagne pubblicitarie banali e volgari, comunicazione sociale inefficace, televisione urlata e politici incapaci di rivolgersi ai cittadini in modo convincente ci mostrano tutti i giorni quanto in basso sia scesa la comunicazione in Italia. Di bravi e qualificati comunicatori il nostro paese avrebbe un disperato bisogno, altro che. Se solo, ovviamente, il mercato non fosse a sua volta condizionato dai pregiudizi di cui stiamo parlando.

È infatti da oltre dieci anni che gli studenti e i laureati in comunicazione sopportano battutine sul loro conto e uscite come quelle degli ex ministri Gelmini e Sacconi: non possiamo pensare che tutto ciò non influisca sulla decisione delle imprese riguardo a stipendi e stabilizzazione del lavoro. È anche a causa di questi pregiudizi infatti che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda.

La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, si stabilizza prima l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa». È la somma di decisioni come queste che un po’ alla volta ha creato un mercato di stipendi più bassi e di precarizzazioni più frequenti per i laureati in comunicazione. E il circolo vizioso è ormai chiuso.

Un circolo vizioso che sarebbe ora di rompere, una buona volta. Restituendo dignità alle professioni della comunicazione, a partire da come se ne parla. Facendo sempre considerazioni basate su dati e non su stereotipi, pur consapevoli che i dati vanno letti con attenzione e possono essere variamente interpretati. E cominciando a fare tutte queste cose proprio sui media – televisione, stampa, radio, internet – visto che, come dicevo, non si vede perché gli operatori della comunicazione debbano continuare a sminuire ciò che gli dà mangiare.

Per sapere i dati precisi, leggi tutto l’articolo su Linkiesta: «Fai scienze della comunicazione e troverai lavoro».

Sullo stesso tema vedi anche:

Giorgio Soffiato, Mamma voglio fare il comunicatore…, 9 gennaio 2012

Stefano Cristante, Scienze della comunicazione in Italia, tra amenità e simulazione, 31 ottobre 2011

Giovanna Cosenza, La laurea in Scienze della comunicazione è utile: parola di ex studenti, 5 luglio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: sfatiamo i pregiudizi, 17 febbraio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: amenità contro dati, 14 gennaio 2011

Dopo #torinoburning, una riflessione sul falso stupro

Dopo la vicenda raccapricciante del campo nomadi bruciato a Torino (QUI lo storify di Valigia Blu), è utile fare qualche riflessione sulla notizia che appare secondaria: quella di una ragazzina di sedici anni che si inventa, complice il fratello, di essere stata stuprata da due rom, perché lo ritiene meno grave che confessare ai genitori di aver avuto, consenziente, il primo rapporto sessuale.

Campo nomadi bruciato

Riprendo in proposito uno spunto di Michela Murgia:

Giustissima la critica al razzismo. Giustissimo chiedersi che cosa sta succedendo a Torino.

Ma spero che qualcuno si faccia domande anche su che tipo di società è quella che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa sesso perché lo ha deciso.

Ora, posto che una comprensione decente e rispettosa di «ciò che induce» una ragazzina a inventarsi uno stupro non può prescindere dalla sua storia psicologica individuale e dal complesso intreccio di relazioni psico-affettive del sistema familiare in cui vive, le determinanti sociali di questo comportamento sono indubbie, visto che espisodi del genere sono ormai numerosi.

Lo riferiscono psicologi e psicoterapeuti. E lo riferiscono le cronache. A memoria ricordo un paio di episodi: uno del settembre 2006 ad Anzola Emilia, in provincia di Bologna (la ragazzina aveva solo dodici anni), l’altro del giugno 2009, a Vedelago, in provincia di Treviso, che coinvolse una quindicenne. Ma ce ne sono sicuramente altri che mi sfuggono.

Insomma il fenomeno ha un rilievo anche sociale, tanto che in rete abbondano siti e forum più o meno esplicitamente misogini, che collezionano cronache di finti stupri, per inveire una volta di più contro il genere femminile. E anche riguardo a Torino, i commenti sono passati subito dall’invettiva contro i rom a quella contro la ragazzina, definita «cretina», «troietta», «demente» e via dicendo.

Mi soffermo su tre punti:

  1. Non è prendendosela con la ragazzina che si esprime la propria solidarietà con i rom, perché l’aggressività contro lo straniero e quella contro le donne sono figlie della stessa cultura: non c’è da stupirsi che si passi con facilità dall’una all’altra, e lo si può fare anche senza chiamare la ragazzina «troietta», ma facendo domande in apparenza innocenti come quella che un lettore di Italians sul Corriere rivolge a Beppe Severgnini: «Chi è peggio secondo te? La ragazza o i “manifestanti”?».
  2. Queste adolescenti inventano stupri per i motivi più disparati, che sono legati – ripeto – alla loro psicologia individuale, alle dinamiche del sistema di relazioni affettive in cui vivono, al senso che l’invenzione di uno stupro può avere in quel momento per loro, in relazione alla madre, al padre o alla figura con cui stanno negoziando affettivamente qualcosa. Dunque generalizzare e sputare sentenze che valgano per tutte è pura idiozia.
  3. Detto questo, la determinante sociale sta in questo: la sceneggiatura «stupro», che vede la donna nel ruolo di vittima da compatire, curare e risarcire, da un lato, e i pregiudizi contro «i rom» e «gli zingari» (ma anche contro «i nordafricani», «gli extracomunitari» ecc.), dall’altro, sono due grumi concettuali ed emotivi che la società italiana mette a disposizione di queste ragazzine come di tutti noi. Ognuno poi li rielabora in modo più o meno consapevole, prendendone le distanze o meno, a seconda dei propri strumenti culturali, del contesto sociale in cui vive e della propria individualità.

Con gli stessi due ingredienti in testa, la ragazzina ha inventato uno stupro; la Stampa ha inventato il titolo «Mette in fuga i due rom che violentano la sorella»; i «manifestanti» di Torino hanno dato fuoco al campo nomadi.

Dopo di che, la ragazzina ha confessato e chiesto scusa alla città e «ai bambini del campo»; la Stampa pure ha «confessato» e chiesto scusa («ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi», con tipica autoreferenzialità mediatica): «Il razzismo di cui più dobbiamo vergognarci è quello inconsapevole… Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi» (vedi Linkiesta, Il finto stupro di Torino, la Stampa e il facile mea culpa sui rom).

Ma i «manifestanti» di Torino non hanno chiesto scusa a nessuno, né tanto meno ai rom. E non è prendendosela con «la cretina» che si manifesta la propria superiorità a queste cose, come un po’ ovunque sto leggendo e sentendo.

Perché è opportuno chiedere un rimborso spese per lo stage

Da anni faccio una battaglia quotidiana – in aula, via mail, sul questo blog, negli incontri faccia a faccia – per informare gli studenti del fatto che, prima di fare un tirocinio in azienda, è opportuno chiedere un rimborso spese, anche se la legge italiana non impone all’azienda di darlo.

E dimmi, che stage vuoi fare da grande?

Queste sono le ragioni principali:

  1. Se il/la giovane lo chiede nel modo giusto, mostrando cioè di essere consapevole di ciò che la legge prevede e non prevede, dei propri diritti e doveri, di ciò che può offrire all’azienda pur avendo – ovviamente – anche molto da imparare, la richiesta contribuisce a dare di lui/lei un’immagine positiva, matura, forte. E questo aumenta il suo potere contrattuale sia durante il colloquio, sia dopo.
  2. Se il/la giovane sta ben attento/a al modo in cui reagisce la persona dell’azienda con cui fa il colloquio, può capire molte cose sulla serietà delle intenzioni di «formazione e orientamento» – come dice la legge – da parte dell’azienda e, anche se la risposta sarà negativa, avrà diversi elementi in più per valutare l’opportunità o meno di svolgere quel tirocinio.
  3. Se l’azienda risponde positivamente, dimostrando di voler investire anche un minimo mensile per quel tirocinio, sarà allora meno probabile che poi abbandoni il/la tirocinante a se stesso/a o gli affidi mansioni poco «formative e orientanti» come fare fotocopie o rispondere al telefono.
  4. Last but not least: la legge italiana, a differenza di altri paesi europei, come la Francia, non obbliga le aziende a dare agli stagisti nessun corrispettivo in denaro; ma se fra i giovani si diffonde la consapevolezza del fatto che non solo possono chiederlo ma in molti casi ottenerlo, e se i ragazzi cominciano a rifiutare stage completamente gratuiti, be’, forse le aziende un po’ alla volta saranno costrette ad adeguarsi.

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NB: In Italia le norme di riferimento per i cosiddetti «stage o tirocini formativi e di orientamento» – come li chiama la legge – sono l’articolo 18 della legge 196/1997 e il decreto ministeriale attuativo 142/1998. Il decreto pone alcuni limiti (spesso disattesi nella realtà) al numero di stagisti che un’azienda (pubblica o privata che sia) può prendere in contemporanea; obbliga i soggetti promotori dello stage (università, centri di formazione, ecc.) a pagare per lo/a stagista l’assicurazione Inail e quella di responsabilità civile verso terzi; ma non impone all’azienda di pagare nessuno stipendio né rimborso spese: il decreto dice infatti esplicitamente che il rapporto tra l’azienda e lo stagista, non è «di lavoro subordinato», e questo vuol dire che, se l’azienda decide di dare un contributo economico, non si dovrà mai parlare di «stipendio» né di «retribuzione», ma di «rimborso spese» o al massimo di «premio» o «borsa di studio».

Domenica 4 dicembre è uscito un mio articolo su questo tema su Linkiesta: «Da noi lo stagista ringrazia e torna a casa».

Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

I nuovi giornali on line sono maschilisti?

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.

Poi nell’ottobre 2010 sono arrivati Lettera 43 di Paolo Madron, e a gennaio di quest’anno Linkiesta di Jacopo Tondelli, che pure loro a quanto pare stanno andando bene. Insomma, seppure in ritardo rispetto a molti altri paesi, per fortuna anche da noi il giornalismo on line sta decollando.

Non sono una giornalista e perciò lascio ad altri la discussione sui rapporti fra giornalismo tradizionale e on line, sull’affidabilità di entrambi, sulla crisi dei giornali cartacei e i successi di quelli on line. Cose di cui già molto si parla in rete.

Mi limito però a esprimere un disagio che ho sempre avvertito navigando questi ambienti: sono dominio nettamente maschile. Ne parlo solo oggi perché ho finalmente trovato il tempo di togliere vaghezza al mio disagio e fare un po’ di conti.

Il Fatto Quotidiano Cominciamo dal Fatto Quotidiano: stando a Wikipedia, oggi la redazione è composta da 45 persone (all’inizio erano 16), ma solo 11 sono donne, vale a dire circa il 24%; inoltre, su 262 blog (se ho fatto bene i conti) che afferiscono alla testata on line, solo 61 sono di donne, il che vuol dire circa il 23%.

Il PostIl Post: 1 direttore, una redazione composta da 2 maschi e 2 femmine, più 2 collaboratori maschi e 1 segretaria di redazione, il che significa 8 persone di cui 3 donne, cioè il 37,5% (vedi Chi siamo). Malino, non malissimo. Ma se contiamo le firme, le donne quasi svaniscono: su 46 autori solo 7 sono donne, cioè circa il 15%.

Lettera 43Per fortuna nella redazione di Lettera 43 le cose vanno molto meglio (vedi Staff): è vero che il direttore Paolo Madron è un uomo (come negli altri casi), ma il redattore capo Nadia Anzani è una donna (wow); inoltre, nella redazione di 16 persone, ben 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. E se è vero che la segretaria di redazione è come sempre una donna, è anche vero che il direttore editoriale lo è. Evviva.

LinkiestaL’ottimismo si spegne subito se frughiamo nella redazione di Linkiesta: 14 persone, di cui solo 1 donna. Suona forse meglio se diciamo che qui le donne sono poco più del 7%, ma sempre una sola è.

TIRANDO LE SOMME

Insomma, stando a questi numeri e tenendo conto che nel Parlamento italiano – di cui tutti lamentiamo il maschilismo – ci sono 191 donne su 945 parlamentari, e cioè solo il 20,2%, ebbene: in Italia il cosiddetto «nuovo giornalismo on line» – a parte Lettera 43 (sia lodata!)appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana.

Allora mi chiedo: perché? Non ci sono abbastanza giornaliste che abbiano interesse per la rete? Non ci sono abbastanza giornaliste in generale? O non ci sono abbastanza giornaliste che siano adatte alle nuove testate on line?

Insomma, dove lavorano le giornaliste italiane? Non voglio pensare siano relegate (o si siano auto relegate) alle testate femminili… o sì?

😦