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Il dialogo fra generazioni, finalmente. Senza chedere il permesso

«La disoccupazione giovanile e il tasso di abbandono scolastico a livelli allarmanti raccontano di adulti che hanno fallito la promessa che regola il patto intergenerazionale: cercare di restituire alle generazioni che seguiranno un mondo migliore. Non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze, perché non arriveranno o forse arriveranno troppo tardi, e il tempo è prezioso. Alcuni tra noi adulti vi daranno una mano: il tempo necessario per costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli e poi sarà ora. Non attendete oltre: tocca a voi. Senza chiedere il permesso.»

Comincia così il video di Cesare Cantù tratto dal libro di Lorella Zanardo, Senza chiedere il permesso, appena uscito da Feltrinelli, che sto leggendo in questi giorni. Il libro nasce dalle centinaia di incontri con adolescenti e giovani che Lorella e Cesare hanno fatto (e stanno facendo) in tantissime scuole d’Italia. Ne parlerò per bene appena avrò finito di leggerlo, ma intanto ti propongo il video, a partire dalla questione di fondo: il tradimento del patto intergenerazionale e i ponti verso il futuro che «alcuni adulti», come dice Lorella, possono costruire per e con i giovani.

Lorella e Cesare sono due di questi adulti. Anch’io lo sono: costruisco ponti tutti i giorni, in aula, nei corridoi dell’università, per strada, a casa, col blog, rispondendo alle centinaia di mail e messaggi su Facebook e Twitter che mi arrivano tutti i giorni. Perché lo faccio? perché Lorella, Cesare e altri lo fanno? Per ragioni personali, naturalmente: vocazione, impegno, passione quotidiana. Ma ci sono anche ragioni sociali, collettive: questa storia del patto fra generazioni mancato non nasce ora, ma c’era già negli anni 80-90. Cominciò a vederla Pier Paolo Pasolini – pensa un po’ – addirittura nel 1973, ma lui era un precursore.

Senza dialogo fra generazioni non si va da nessuna parte: era già vero quando lo scriveva Pasolini (lui parlava di «rapporto dialettico»), lo è a maggior ragione oggi, e lo è soprattutto in Italia, dove i giovani sono sempre meno e gli adulti sempre più stanchi. Insomma, «alcuni adulti» di oggi – forse meno fortunati di altri – sono stati a loro volta traditi da promesse mancate, e si mettono a disposizione. È un’occasione per tutti: giovani e meno giovani. Approfittiamone.

Lorella Zanardo in Rai #zanardoinrai

Lo so, è una battaglia contro i mulini a vento. Però almeno diamo un segno, facciamo che se ne parli. Rompiamo le scatole. Almeno in rete, dài.

Caro «popolo della rete», che tutto e niente può.

Questo è il pezzo uscito ieri sul Fatto Quotidiano: Eleonora Bianchini, «Nomine Rai: Zanardo candidata dal basso». Un articolo analogo è uscito pure sul Corriere.

Lorella Zanardo

Foto © Laura Albano.

Fra l’altro, in questa triste vicenda delle authority presuntamente indipendenti e della Rai, i partiti un gesto simbolico, a questo punto, potrebbero pure farlo. Anzi dovrebbero. Perciò vedi mai: perché non accettare che Lorella Zanardo finisca nel Cda della Rai?

Nooo, cosa dico: è impossibile. Perché siamo in Italia, perché Lorella non sta in nessun partito, perché è una donna forte che dice sempre e solo quel che pensa, una non facile da controllare. Ma è una manager di comprovata esperienza: questo è il suo cv. E di televisione italian-italica-italiota ormai ne sa a pacchi. In più, sarebbe un simbolo forte di cambiamento, accidenti. Per tutti i giovani e le giovani – ma anche meno giovani – che la seguono da anni. Un simbolo che i partiti potrebbero pure imbracciare, come dire: «Lo vedete, quanto siamo aperti alla società civile?» (E pure alle donne, uh, le donne.)

Se fossero furbi.

Se.

Ma non lo sono.

Ah.

Già.

Ma io lo dico lo stesso: Lorella Zanardo in Rai. E ci metto pure lo hashtag #zanardoinrai.

Tiè.

Se sei d’accordo, linka e riprendi questo post, diffondi lo hashtag su Twitter.

Vogliono #zanardoinrai anche: Laura Albano, Loredana Lipperini, Marina Terragni, Francesca Sanzo, Barbara Spinelli, Giorgia Vezzolito be continued.

Per una democrazia paritaria: proposte

Sabato si è tenuto a Milano un incontro nazionale di Se Non Ora Quando (Snoq) sul tema «Politica: sostantivo femminile?». Mi piacerebbe che i lettori di Dis.amb.iguando – la cui lucidità e pacatezza sono ormai note anche fuori da qui – trovassero il tempo e l’attenzione necessari per dire la loro sulle proposte che Marina Terragni ha portato all’incontro. E sulla successiva discussione sul blog di Marina (QUI e QUI), di Lorella Zanardo (QUI), entrambe presenti all’incontro, e di Loredana Lipperini (QUI).

Mani e ingranaggi

Queste le proposte di Terragni per una democrazia paritaria:

Il 2013 sarà un anno cruciale per la democrazia paritaria e la rappresentanza femminile.

Se ne è parlato a Milano sabato 14, a Palazzo Reale, Piazza Duomo 14, dalle 9.30 del mattino, all’incontro nazionale di Se non ora quando.

Raggiungendo la massa critica nelle istituzioni rappresentative le donne potranno contribuire con il loro sguardo e la loro differenza alla formazione delle agende politiche e alla costruzione di una nuova visione per il Paese.

L’obiettivo è riprodurre a livello nazionale l’esperienza delle giunte di Milano, Bologna, Torino, Cagliari: 50/50 a ogni livello, condizione necessaria, anche se non sufficiente – sul passaggio dal 50/50 al patto di genere c’è molto da lavorare – per il cambiamento che noi tutt*, donne e uomini, auspichiamo.

Gran parte delle nostre energie dovranno convergere in questa direzione, individuando gli strumenti più efficaci. Eccone alcuni.

LEGGE ELETTORALE

Anche se nessun dispositivo può sostituire la volontà politica di eleggere un maggior numero di donne, sono indispensabili misure antidiscriminatorie che variano secondo il modello elettorale. In coda al post, alcune proposte elaborate dalla costituzionalista Marilisa D’Amico e da Stefania Leone (*).

Dopo le elezioni di maggio, alla Camera si voterà su un testo unificato bipartisan sulla doppia preferenza di genere al voto amministrativo. Solo il lavoro trasversale delle donne di tutti gli schieramenti unite nel patto di genere può garantire risultati in tema di rappresentanza, come dimostrato dalla legge Golfo-Mosca sui Cda delle società quotate in Borsa.

C’è il rischio che il voto segreto – bastano 40 firme per ottenerlo – consenta la sparatoria dei franchi tiratori – uomini – di tutti gli schieramenti. È capitato sullo stesso tema in Regione Sicilia. La proposta è organizzare in tutte le città mobilitazioni e presidi informativi contemporanei all’aula, per testimoniare un alto livello di vigilanza e di attenzione.

(In generale, sulla legge elettorale: non si può stare ad aspettare che “decidano”, ma si deve contribuire alla decisione con proposte. Tanto per dirne una, il livello dello “sbarramento” può pregiudicare il successo di eventuali iniziative civiche ed extrapartitiche, vedi Simone Weil, QUI, e anche QUI, che i partiti proponeva addirittura di abolirli.)

CANDIDATURE

Apertura di consultazioni formali con i leader di tutti gli schieramenti, nonché con i promotori di liste civiche, per verificarne la volontà politica in tema di rappresentanza femminile. Collaborazione attiva con le donne dei partiti.

Verifica dell’impegno dei candidati premier a porre in atto il 50/50 nell’attribuzione di incarichi di governo, facendone punto qualificante del loro programma, come già avvenuto a Milano e in altre realtà locali: le candidature non bastano (se tuttavia vi dovessi dire che ho fiducia nel grado di apertura di partiti in totale difensiva, al 2% della popolarità, con probabile diminuzione del 20% degli eletti… be’, vi direi una bugia. La parola d’ordine è: autoconservazione).

Appello al Presidente della Repubblica per un alto pronunciamento, a conferma dell’attenzione già espressa per un riequilibrio della rappresentanza.

Impegno anche economico dei partiti a sostegno delle candidature femminili.

Sostegno e accompagnamento attivo di Snoq a libere candidature femminili in tutte le liste, con eventuale indicazione, tra le candidate, di quelle esplicitamente legate al movimento delle donne e al patto di genere.

Tenersi pronte a un piano B: possibilità di liste civiche o liste Snoq, anche in partecipazione con altre proposte civiche, nel caso in cui l’impegno dei partiti sia giudicato insufficiente per il riequilibrio di genere.

Sottoscrizione unitaria della Lettera ai partiti.

CAMPAGNE

Campagna di sensibilizzazione sulla democrazia paritaria, di qui al momento del voto. L’interesse delle donne per la rappresentanza politica resta piuttosto tiepido, e va in ogni modo suscitato: senza adeguata rappresentanza, nessuna delle nostre priorità entrerà a far parte delle agende politiche.

Nell’imminenza del voto, se la legge elettorale consentirà l’espressione di preferenze, campagna capillare “scegli una donna” rivolta a donne e uomini: il vota donna non ha mai funzionato, tenerlo ben presente.

Coinvolgimento come testimonial delle giunte 50/50 già operative.

Mobilitazione straordinaria di operatrici e operatori dei media e della comunicazione a favore di un riequilibrio di genere nella rappresentanza e a garanzia di pari opportunità nei dibattiti politici e negli spazi pre-elettorali.

Coordinamento con opinioniste internazionali che si sono già mostrate sensibili alla situazione delle donne italiane, come Tina Brown di “Newsweek” e Jill Abramson del “New York Times”, nonché con le giornaliste tedesche unite per il 30%.

Coordinamento con il movimento delle donne di altri paesi per fare della parabola politica delle donne italiane, dal 13 febbraio delle”indignate” alla democrazia paritaria, una vicenda-simbolo per le donne di tutto il mondo.

(*) MISURE PER UN RIEQUILIBRIO DI GENERE NELLA RAPPRESENTANZA POLITICA, di Marilisa D’Amico e Stefania Leone

Esempi di misure antidiscriminatorie nell’ambito di un sistema elettorale proporzionale:

1. Per il proporzionale a liste bloccate (Porcellum), parità nelle liste: “Nelle liste dei candidati i generi devono essere ugualmente rappresentati” (posizione di eleggibilità per le candidate).

Primarie per le candidature, con doppia preferenza di genere o con altro dispositivo a garanzia della selezione di candidate.

2. Per il proporzionale con voto di preferenza, le misure potrebbero essere queste: “Nelle liste dei candidati nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. L’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza” (doppia preferenza di genere).

Esempi di misure antidiscriminatorie nell’ambito di un sistema elettorale maggioritario:

1. Doppia candidatura di collegio:

“In ogni collegio il partito presenta due candidati, di genere diverso. L’elettore vota tracciando un segno sul rettangolo contenente il contrassegno del partito e il nome e cognome del candidato o della candidata. Il seggio viene assegnato al partito che ottiene più voti sommando quelli ricevuti da entrambi i candidati. Fra questi due, risulta eletto chi abbia ottenuto più voti.”

Oppure:

2. Quota complessiva sul totale dei collegi uninominali:

“Nel numero totale delle candidature presentate da ciascun partito per la parte dei seggi da assegnare nei collegi uninominali, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento”.

Queste alcune delle proposte su cui avviare il confronto.

PS: questo testo è stato condiviso da: InGenere-WebMagazine, Loredana Lipperini, Manuela Mimosa Ravasio, Lorella Zanardo. Le proposte sono state sostenuta (oltre che da adesioni su molte pagine Fb Snoq e non solo), da “Lettera ai partiti” per inziativa di Lidia Castellani e altre (che raduna alcune centinaia di singol* più molte associazioni e vari comitati Snoq territoriali). La lettera può essere ancora sottoscritta scrivendo a: ilvotodelledonne@gmail.com oppure firmando qui: http://www.petizionionline.it/petizione/lettera-aperta-ai-partiti-il-voto-delle-donne/6493.

Riforma del lavoro: ci basta?

E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Né l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità.

Barbie che lavora

Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri quattro punti.

Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato”). Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.

Due. Anche quelli che hanno perso un lavoro non sono tutti uguali. Ci sono i tempi indeterminati, quelli del posto fisso, poi i tempi determinati, posto a termine ma comunque da dipendente, e tutti gli altri, i precari (co-co-pro, partite Iva, prestatori occasionali, ecc). La riforma allarga le tutele solo ai dipendenti, rispetto a prima quel che cambia è che ci sono gli apprendisti e gli artisti. Per loro sarà l’Aspi. Mentre la mini-Aspi rafforza un po’ la vecchia “disoccupazione a requisiti ridotti”, ma ancora una volta riguarda solo quelli che escono da un lavoro dipendente (e hanno almeno 2 anni di contributi versati). Rimangono invece esclusi da qualunque tutela “tutti gli altri” e le donne – manco a dirlo – sono qui le più numerose. Una ricerca Isfol ha, infatti, calcolato che tra i lavoratori “non-standard” ci sono più donne che uomini. Se poi si va a guardare per fasce d’età troviamo che è sotto i 40 anni che c’è la maggiore disuguaglianza tra uomini e donne con un’alta concentrazione di precarie. Lo confermano anche i dati Inps sulla gestione separata. Discriminazione per fertilità? A questo proposito, nella riforma non c’è traccia dell’assegno di maternità universale, cavallo di tante battaglie (si veda la proposta elaborata dal gruppo Maternità e paternità).

Tre. Quel che c’è sono alcuni paletti e vincoli all’uso dei contratti precari. Che daranno più rogne amministrative e costeranno di più. I contributi per gli atipici infatti salgono, e parecchio: per i co-co-pro arriveranno al 28% l’anno prossimo e al 33% nel 2018. Se le imprese saranno costrette a pagare i contributi ai co-co-pro quasi quanto quelli dei dipendenti, alla fine potrebbero trovare conveniente assumerli, dice il governo. Ma il ragionamento cade se questi contributi, formalmente a carico dei datori di lavoro, alla fine saranno scaricati sui precari stessi, abbassando il loro compenso netto. Lo dicono i precari dell’associazione Tutelare i lavori, e lo ha scritto Tito Boeri: “In assenza di un salario minimo, nel caso di lavoratori a progetto e altri lavoratori parasubordinati, il maggiore carico contributivo potrà facilmente essere fatto pagare al dipendente sotto forma di salari più bassi. I lavoratori parasubordinati stanno già ricevendo lettere dai datori di lavoro in cui si annunciano riduzioni del loro compenso nel caso di riforme che aggravino i costi delle imprese”. Morale: i precari avranno contributi più cari senza nessuna tutela in più.

Quattro. Eccoci alla voce “ulteriori”, zona donne. La legge contro le dimissioni in bianco, abolita dal governo Berlusconi nel 2008, prevedeva che le dimissioni volontarie potessero essere firmate solo su particolari moduli degli uffici del lavoro, numerati e datati: in questo modo si poteva evitare la pratica, appunto, della firma preventiva su fogli bianchi senza data. Procedura troppo complicata, secondo il governo, che ne ha predisposto un’altra (v. art. 55 del ddl): salutiamo la buona notizia, sperando di essere finalmente passate dal simbolo alla realtà. (Anche se qualcuno teme che alla fine i datori di lavoro colpevoli di aver fatto firmare le dimissioni in bianco possano cavarsela solo con una multa: ma su questo, sarà opportuno aspettare i dettagli tecnici del testo e analisi più approfondite). Mentre è di certo solo un simbolo l’art. 56, quello sui congedi obbligatori di paternità: tre giorni in tutto, “anche continuativi”, di cui due “in sostituzione della madre”. Alcuni contratti di lavoro già prevedono congedi di paternità, ma sarebbe la prima volta che ne viene introdotto, per legge e in Italia, l’obbligo. E questo è un passo avanti. Ma così piccolo e così puramente simbolico da poter sembrare quasi un inciampo. Ovunque si discuta seriamente di congedi di paternità, si va ben oltre la soglia – abbastanza risibile – dei tre giorni (si veda questo dossier). Forse consapevole del fatto che le misure proposte sono poca roba, il ministro Riccardi si appresta a rafforzare il pacchetto “congedi” nell’iter parlamentare, mettendoci dentro anche quelli per i nonni: perché allora non preparare in parlamento un assalto trasversale al congedo di paternità, portandolo da 3 a 15 giorni?

Insomma, il primo atto del governo Monti-Fornero ha aumentato l’età della pensione: nuove regole per tutti ma con effetti prevalenti sulle donne. Dal secondo atto – la grande riforma del mercato del lavoro – era lecito aspettarsi una fase due un po’ women friendly, dato che la titolare del lavoro ha anche le pari opportunità, dato che le analisi sull’aumento del Pil che può portare il lavoro femminile si sprecano, dato che il vecchio sistema degli ammortizzatori sociali era studiato sul maschio-adulto-e-garantito. E invece, di gender mainstreaming nella riforma non c’è traccia (si veda anche l’analisi di Snoq). Finisce che portiamo a casa solo un articoletto che, ben che vada, impedisce di buttarci fuori quando abbiamo la pancia. Ci basta?

Questo articolo è pubblicato in contemporanea da Roberta Carlini, InGenere, Manuela Mimosa Ravasio, Loredana Lipperini, Supercalifragili, Marina Terragni, Giorgia Vezzoli.

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Otto marzo: a noi la festa, a voi la parola

Sarebbe bello che per questo Ottomarzo le cose andassero un po’ diversamente.

Che per una volta non toccasse alle donne elencare di tutti i guai causati a questo Paese da un’irriducibile «questione maschile»: il monopolio, come lo chiama Chiara Saraceno, dei posti di potere, l’applicazione di cospicue quote non scritte (tra l’85 e il 100%) a favore degli uomini.

Florence Henri

Sarebbe interessante che stavolta fossero i nostri colleghi giornalisti, opinionisti e blogger, a dire «I care».

A scrivere: la violenza e il femminicidio sono un mio problema, e rivelano l’incapacità della sessualità maschile di liberarsi dalla tentazione del dominio.

Come posta un lettore, Claudio Losio, sul blog Il corpo delle donne, commentando la vicenda della ragazza stuprata da un militare a L’Aquila, «il quadro che ne esce ci riporta indietro di 30 anni, al documentario di Tina Lagostena Bassi sul processo per stupro. La giovane studentessa dell’Aquila è nostra figlia, dobbiamo trovare il modo di sostenerla e proteggerla».

«I care»: è un mio problema di uomo lo sfruttamento commerciale e mediatico della bellezza femminile, che indebolisce le donne inchiodandole a stereotipi umilianti.

È un mio problema che l’agenda politica e quella economica siano decise quasi esclusivamente da vecchi maschi che bloccano qualunque innovazione per il loro vantaggio personale.

È un mio problema la mancanza di welfare e di servizi, freno all’occupazione femminile e allo sviluppo.

È un mio problema l’eccesso maschile che sta danneggiando tutti, donne e uomini.

E serve anche il mio impegno perché le cose cambino. Sarebbe bello.

——–

8TH MARCH: WE CELEBRATE, YOU DECIDE

It would be great if for once on this International Women’s Day things could be different.

It would be interesting to see our male colleagues, both columnists and bloggers, saying «I care».

If they wrote: «Violence towards women and femicide are my problem» and if they could reveal men’s inability to free themselves from the temptation to domineer.

Following the rape of a girl by an army man in L’Aquila, a reader, Claudio Losio, posted the following on the The Women Body blog: «This bring us back 30 years, back to the documentary by Tina Lagostena Bassi on the trial for rape. The young student from L’Aquila is our daughter, we have to find a way to support and protect her».

«I care»: I care as a man about the exploitation of women beauty in the media. It makes women fragile, confining them to a humiliating cliché’.

I care that both politics and the economy are controlled by old men who prevent any change from happening to protect their own gain.

I care for the lack of health, social and welfare services, which prevent women’s employment and development. I care for men’s excesses, which are detrimental to both women and men. .

I need to make a commitment for things to change. It would be great.

Postato in contemporanea da / Contemporaneously posted from:

Femminileplurale

Ingenere

Loredana Lipperini

Manuela Mimosa Ravasio

Marina Terragni

Lorella Zanardo

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Women bloggers sharing this post regularly publish common threads, specifically on issues regarding public portrayals of women and their political representation.

Contro le divisioni fra donne: azioni concrete

Diversi blog, nei giorni scorsi, hanno messo il dito sulla piaga: sulle questioni di genere le donne italiane stentano a mettersi d’accordo, tendono a dividersi e litigare, o non si prendono in considerazione reciproca, il che a volte è peggio. Un copione già visto, che non ha fatto bene al femminismo storico italiano e oggi rischia di ripetersi.

Manifestazione donne «Libere»

Ha messo il dito sulla piaga Marina Terragni, con l’appello di sabato a fare rete. L’ha fatto Loredana Lipperini, con il post di ieri. Ma gli appelli a unirsi sono venuti più volte anche da Lorella Zanardo, dal Feminist Blog Camp, dalla Rete delle reti, dallo stesso Se Non Ora Quando, fino ai commenti che Gioia e Ondina hanno scritto ieri in calce al mio post, pregandomi di non fare io la stessa cosa che dico agli altri di non fare: escludere, non prendere in considerazione loro come altre blogger, altri gruppi e associazioni.

Sento allora anch’io il bisogno precisare alcune cose, come ha fatto Loredana Lipperini oggi sul suo blog:

  1. Il numero di blog, siti, forum, gruppi Facebook che trattano dei problemi delle donne italiane è cresciuto in modo impressionante negli ultimi cinque anni. Il che è un buon segno, ovviamente, perché indica una diffusa sensibilità e consapevolezza. Ma ciò implica che non tutti/e possano conoscere tutti/e: a volte non si menziona o non si legge qualcuno o qualcosa semplicemente perché non lo si conosce. O non ci si è pensato, fra le mille cose da fare e ricordare. Prima di sentirsi escluse/i, vale la pena riflettere su questa possibilità.
  2. Attenzione a non confondere la necessità di unirsi e lavorare assieme con l’ossessione per la visibilità, che è la malattia oggi più diffusa e le donne non ne sono certo immuni. Lavorare assieme non implica che tutte/i siano visibili allo stesso modo. Non sarebbe né utile né opportuno. Dal punto di vista dei media tradizionali (stampa e televisione) è invece utile che siano più visibili le personagge e i personaggi che sanno fare meglio questo mestiere, sanno cioè come si parla alla stampa e come si buca lo schermo. Non tutte/i sono in grado di entrare in relazione con i media, non perché non tutti «sono famosi» (non tutti i «famosi» lo fanno bene), ma perché per farlo occorre una professionalità specifica. Detto altrimenti: se vuoi farlo, o sei già preparata/o per farlo, o devi studiare molto per non fare figuracce e farle fare anche a chi rappresenti.
  3. Anche su internet è più opportuno, per la causa comune delle donne, che abbiano più visite i siti, blog, forum, gruppi che riescono sia a trattare sia a comunicare i temi e problemi delle donne al meglio, ognuno nel suo settore: ci saranno luoghi in rete in cui si parla con competenza di donne e lavoro, luoghi in cui si parla al meglio del welfare per le donne, luoghi in cui si parla in modo interessante del ruolo delle donne, bambine e ragazze nella scuola e in università, luoghi in cui si parla dell’immagine femminile in pubblicità, sui media e così via. Non tutti devono (né possono) parlare di tutto, altrimenti si rischia di sparara sciocchezze. E darsi la zappa sui piedi. Perché, invece di tentare imprese titaniche (e impossibili) di raccogliere tutto e tutti in super-mega-portali unici, non si cerca di praticare una sana divisione del lavoro? Che ognuno/a contribuisca nel settore in cui è più competente e specializzato/a: la complementarità favorisce l’aggregazione perché nessuno/a pesta i piedi a nessun altro/a.
  4. Molti inquadrano la tendenza delle donne a dividersi nello stereotipo della «tipica rivalità femminile», secondo il quale le donne sarebbero spesso in competizione fra loro, specie se vogliono ottenere l’attenzione di qualche maschio. Falso: le donne competono fra loro quanto gli uomini, a maggior ragione in ambienti in cui la competitività è un valore: l’individualismo è un tratto della società occidentale su cui gli storici e i sociologi hanno scritto montagne di libri; e il campanilismo è un tratto della società italiana, a sua volta ampiamente discusso. Solo che gli uomini riescono a transitare con più scioltezza delle donne, in nome di obiettivi precisi e concreti, dall’agonismo più duro alla solidarietà più stretta, sono cioè più capaci di allearsi anche col peggiore nemico, se pensano che il gioco valga la candela. Le donne invece sono meno abili in queste trasformazioni, perché sotto sotto pensano sempre che, per costruire un’alleanza, si debba pure essere amiche e un po’ volersi bene. Le donne insomma fanno più fatica degli uomini – per come sono state educate – a lasciar perdere le emozioni personali e vedere la costruzione di alleanze in termini di razionalità mezzo-scopo: una razionalità che sia capace di commisurare i mezzi agli obiettivi da raggiungere, senza troppi coinvolgimenti personali.
  5. Col che arrivo all’ultimo punto. Occorre mettersi assieme non perché quanto-è-bello-siam-tutti-amici-fiori-e-colori-trallalalà. Occorre mettersi assieme per raggiungee obiettivi precisi e concreti, a breve, medio e lungo termine. Negli anni Settanta il movimento femminista italiano – non da solo, assieme ai partiti e a molti uomini – vinse su obiettivi concreti come l’aborto e il divorzio. Poi svaporò. Per non fare la stessa fine ci vuole un’agenda di obiettivi concreti. E ci vuole in fretta, subito. Qualcosa di concreto, nel 2011, è stato ottenuto. Un buon esempio è la legge per le cosiddette «quote rosa» nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, approvata con ampia maggioranza dal Parlamento a fine giugno 2011: i consigli di amministrazione dovranno essere composti per legge da almeno un quinto di donne a partire dal 2012 e da almeno un terzo dal 2015. La legge è stata criticata da molti «perché le donne non sono panda», e per mille altri motivi e limiti che non sto ora a discutere. Ma è un risultato concreto, che in altri paesi ha dato i suoi frutti.

E ora, che si fa? Ci vogliono obiettivi e azioni concrete, ripeto: a breve, media e lunga scadenza. Ci vogliono azioni di lobbying nei confronti della politica, locale e nazionale, delle parti sociali, dell’Europa. Ognuno con la sua professionalità e le sue capacità concrete, non tutte/i su tutto. Loredana Lipperini conclude in modo analogo il suo post di oggi Dettare l’agenda e fa la sua, di proposta. Alcuni commentatori, come Ben, ieri hanno fatto proposte concrete anche su questo blog. Altro?

Sanremo, le donne e la rete: un bilancio mesto

Che quest’anno la rappresentazione delle donne a Sanremo dovesse essere più avvilente del solito era chiaro ancor prima che il festival cominciasse: la scenetta di Morandi e Papaleo allupati attorno alla poco più che maggiorenne Ivana Mrazova, andata in onda il 25 gennaio nel promo del Tg1, parlava già chiaro.

Per questo era nata subito una mobilitazione in rete, stimolata da Lorella Zanardo e Giorgia Vezzoli e ripresa da diversi blog, fra cui il mio; l’Associazione Pulitzer aveva lanciato un appello alla direttrice della Rai Lorenza Lei; e il blog Un altro genere di comunicazione aveva organizzato un mailbombing.

Tardivamente, e cioè solo sabato 18 febbraio, anche il blog del Corriere La 27sima Ora ha pubblicato una lettera aperta a Gianni Morandi «Ma sulle donne cambiate copione», ripresa da Giorgia Vezzoli e altre.

Risultati? Una flebile dichiarazione iniziale, da parte della Rai, sul fatto che il servizio del Tg1 fosse «solo un gioco». Poi la consegna delle firme raccolte dall’Associazione Pulitzer a un’addetta stampa Rai (non a Lorenza Lei in persona, perché «troppo impegnata»). Infine una magra risposta di Morandi alla lettera aperta de La 27sima Ora, pubblicata ieri in un trafiletto sul Corriere:

«Non è vero che le donne hanno avuto un ruolo di sola vetrina in questo festival. Sono venute Federica Pellegrini, Geppy Cucciari, Sabrina Ferilli. Tre donne nei primi tre posti, per me era un festival al femminile».

Insomma diciamocelo senza mezzi termini: stavolta la mobilitazione ha fatto flop. E perché ha fatto flop? La mia diagnosi si riassume in due punti.

Innanzi tutto, dopo le dimissioni di Berlusconi e l’insediamento del governo Monti, si è diffusa l’impressione che le priorità siano altre. Cosa ti stai a preoccupare dell’immagine femminile a Sanremo? C’è «ben altro».

In secondo luogo, nonostante si parli tanto di rete, le varie associazioni, i blog, le testate giornalistiche stentano a fare davvero rete su questi temi. La tendenza è frammentarsi, dividersi, magari pure litigare. O non prendersi nemmeno in considerazione reciproca. Mi stupisce e mi dispiace, per esempio, che la lettera aperta de La 27sima Ora sia arrivata così tardi, e non abbia fatto nessuna menzione delle iniziative che l’avevano preceduta. Brutto segno. E Se Non Ora Quando? Perché non hanno sostenuto l’iniziativa dell’Associazione Pulitzer oltre al semplice mettere il logo in testa all’appello? Con la potenza di fuoco mediatico che hanno, se avessero lavorato in modo che qualche nome noto e visibile facesse qualche dichiarazione su stampa e televisione, sicuramente l’Associazione avrebbe raccolto molte più firme delle 3.792 che oggi il contatore mostra.

Non a caso, poi, a Sanremo, le cose non sono andate meglio che nel servizio del Tg1. Alla faccia della vittoria finale «tutta femminile», come si dice. Un fermo immagine vale per tutti: Morandi che piazza la manona sul seno di Ivana Mrazova, per sistemarle (?) il microfono. In quel momento mi sono vergognata quattro volte: per lui e il suo compare, per la ragazza, per la Rai. E per me stessa, che nel 2012 sono ancora costretta a parlare di queste cose.

Morandi sistema il microfono di Ivana Mrazova

Sul dopo Sanremo vedi anche il post di oggi su Lipperatura, che segnala fra l’altro un appello di Marina Terragni, affinché in rete… si faccia più rete.