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Bello e impossibile (4): l’esplosione Bang e l’apoteosi Pirelli

Abbiamo discusso più volte, su questo blog, dell’estetica pubblicitaria che sta plastificando e omologando anche il corpo maschile, oltre a quello femminile (vedi Bello e impossibile, Bello e impossibile (2), Bello e impossibile (3) e Il corpo degli uomini).

Abbiamo notato, inoltre, come i corpi maschili muscolosi, lucidi e perfetti di questa estetica non siano tanto destinati ai desideri delle donne, quanto a quelli dei gay. In certi casi l’obiettivo è duplice (donne + omosessuali), ma in altri le componenti omosessuali (gesti, posture, ruoli, prossemica dei corpi) sono talmente marcate, che le donne non c’entrano affatto.

Tutti belli e impossibili: impossibili per le donne (non sono per loro), ma impossibili anche per i maschi, etero o omo che siano, perché quei corpi in realtà non esistono.

In questi giorni ho trovato l’ennesimo bello e impossibile (ringrazio Giacomo per la segnalazione) nella campagna di Marc Jacobs (lo stilista di Louis Vuitton) per il profumo Bang: un’esplosione d’uomo (passivo, languido, ammiccante) che s’irradia dai genitali (strategicamente coperti da una boccetta di profumo gigante) e prosegue in un festino di carta stagnola (clic per ingrandire).

Bang di Marc Jacobs

Come non bastasse, leggo ieri la notizia che il calendario Pirelli 2011 – quest’anno firmato Karl Lagerfeld – ha accolto (sorpresa! dicono i media, ovvio! dico io) un uomo: il giovane modello francese Baptiste Giabiconi. Così ritratto (clic per ingrandire):

Baptiste Giabiconi nel calendario Pirelli 2011

È fatta, cari maschi. Benvenuti nel mondo delle bambole.

Che cos’è un viaggio?

Niente comunicazione politica oggi: m’hanno stufata.

È da un po’ che volevo dirne una sull’ultimo spot di Louis Vuitton. Si vede soprattutto al cinema e, mentra va, è tutto un mormorio di “quant’è bello, quanto fa sognare”. Bello e costoso, non c’è dubbio: l’ha prodotto la Ogilvy & Mather (sede parigina), una delle più importanti agenzie del mondo. Però confesso che, quando l’ho visto, mi si è gelata la schiena, altro che sogno.

Questo è il testo:

What is a journey?
A journey is not a trip.
It’s not a vacation.
It’s a process. It’s a discovery.
It’s a process of self-discovery.
A journey brings us face to face with ourselves.
A journey shows us not only the world,
but how we fit in it.
Does the person create the journey,
or does the journey create the person?
The journey is life itself.
Where will life take you?
Louis Vuitton.

Passi che il viaggio sia “la stessa vita” (anche se mi stupisco che Ogilvy possa ancora vendere – e trovare chi compra – una metafora così logora). Ma insistere sull’idea che il viaggio sia una “scoperta di se stessi” o, peggio, una “creazione di se stessi”, in cui non facciamo altro che capire noi stessi (noi, sempre noi) o capire come ci sentiamo a questo mondo (stiamo bene? abbastanza comodi?)… be’, questo non lo sopporto.

Non si dovrebbe, piuttosto, viaggiare per confrontarsi con culture diverse, per imparare nuovi modi di vivere, pensare, agire, emozionarsi? Per capire meglio gli altri, invece di noi stessi?

Se devo mettermi in viaggio per scoprire me stessa, tanto vale che stia a casa. Specie se vado in luoghi meno fortunati di quello in cui vivo, dove magari la gente muore di fame o s’ammazza per qualche credo religioso appena fuori dall’albergo in cui mi trastullo. E poi, se questo viaggio è una metafora della vita, di che tipo di vita egocentrica e chiusa stamo parlando?

Il più odioso individualismo occidentale celebrato da uno dei suoi più odiosi marchi di lusso.