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Educare ai nuovi media, a scuola e in università, per studenti e… docenti

#Nautilus

Alcuni giorni fa ho partecipato in studio a un paio di puntate della trasmissione di Rai Scuola #Nautilus, condotta da Federico Taddia. In una puntata abbiamo parlato di educazione ai nuovi media, con un contributo di Beppe Severgnini. Continua a leggere

Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

Perché in Italia l’indignazione non funziona?

Il successo di Indignez-vous! – il libriccino del 93enne ex partigiano Stéphane Hessel, che ha venduto in Francia quasi un milione di copie e nel dicembre 2010 è stato tradotto in Italia da Add Editore (Indignatevi!) – ha portato alcuni a riflettere, giustamente, su quanto oggi sia diversa l’indignazione in Italia.

Per Hessel infatti «Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». L’indignazione, cioè, porta all’impegno e all’azione concreta.

Cover di Indignatevi!

Francesco Piccolo sull’Unità del 27 febbraio – ripreso anche da Luca Sofri il 3 marzo – aveva invece osservato:

«Ma la verità è che se c’è una cosa di cui l’Italia (o almeno quella parte del paese alla quale dovrebbe rivolgersi Hessel) non difetta, è l’indignazione. Se c’è una cosa che la metà della popolazione italiana, dal 1994, ha fatto, è esattamente questa: si è indignata. Se c’è un sentimento che la sinistra italiana in ogni sua forma e incarnazione ha espresso, è l’indignazione.

Nella sostanza, l’unico. Oltretutto, deve trattarsi di un sentimento di cui nemmeno si riesce ad avere consapevolezza, visto che dopo diciassette anni, arriva un libro che si chiama Indignatevi! E tutti urlano: ecco cosa bisogna fare!

Il risultato è che l’indignazione – lo testimonia la storia di questi anni – non ha generato nient’altro. E non è un caso, perché indignarsi vuol dire sentirsi estranei a ciò che accade davanti ai propri occhi; è una reazione civile, ma che respinge ogni coinvolgimento nella realtà. Quindi, al contrario di ciò che sostiene Hessel, vuol dire tirarsi fuori da quello che accade. Non partecipare mai fino in fondo.

Se per partecipazione si intende stare dentro le cose e lavorare per cambiarle, allora il vero slogan che servirebbe adesso, dopo tutto questo tempo, è: Basta, non indignatevi più!»

Vero: in Italia l’indignazione coincide – troppo spesso e da troppi anni – con quello sdegnoso atteggiamento dei radical chic di sinistra, che al massimo, per dar mostra di agire, si fanno un giro in piazza una volta ogni tanto. Troppo spesso e da troppi anni per credere che abbia qualcosa a che fare con l’impegno concreto di cui parla Hessel.

Eppure le decine di migliaia di persone accampate dal 15 maggio nelle piazze spagnole si sono definite «Los indignados». Non so dove andranno e cosa faranno ora che le amministrative sono finite. Tuttavia, a leggere alcune testimonianze (vedi Bartleby, Le rivolte in Spagna), sembrano diversi dai manifestanti a cui siamo abituati in Italia, sia per numerosità (si parla di 150 mila persone in oltre 40 città spagnole), ma soprattutto per resistenza nel tempo (9 giorni di seguito non sono pochi).

Né somigliano – come Grillo cerca di farci credere – ai grillini, perché è vero che gli «indignados» sono antipartitici e arrabbiati come loro, ma non hanno bisogno di nessun guru mediatico per organizzarsi, tanto per dirne una.

Sarà perché la disoccupazione – non solo giovanile – è più alta in Spagna che in Italia? Sarà perché gli italiani non sono ancora abbastanza poveri? O perché gli italiani hanno una soglia di sopportazione più alta?

PS: vietato agitare la bandiera del giovanilismo sugli «indignados» spagnoli, perché i giovani fra 15 e 24 anni sono ancor meno in Spagna che da noi: circa 4 milioni e 700 mila, contro i nostri 5 milioni e 800 mila (vedi Encyclopedia of the Nations). La Spagna, come l’Italia, è uno dei paesi anagraficamente più vecchi d’Europa e il movimento degli «indignados» è spiccatamente trans-generazionale.

Un servizio di Rai News 24 sugli «indignados» di Puerta del Sol a Madrid:

I nuovi giornali on line sono maschilisti?

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.

Poi nell’ottobre 2010 sono arrivati Lettera 43 di Paolo Madron, e a gennaio di quest’anno Linkiesta di Jacopo Tondelli, che pure loro a quanto pare stanno andando bene. Insomma, seppure in ritardo rispetto a molti altri paesi, per fortuna anche da noi il giornalismo on line sta decollando.

Non sono una giornalista e perciò lascio ad altri la discussione sui rapporti fra giornalismo tradizionale e on line, sull’affidabilità di entrambi, sulla crisi dei giornali cartacei e i successi di quelli on line. Cose di cui già molto si parla in rete.

Mi limito però a esprimere un disagio che ho sempre avvertito navigando questi ambienti: sono dominio nettamente maschile. Ne parlo solo oggi perché ho finalmente trovato il tempo di togliere vaghezza al mio disagio e fare un po’ di conti.

Il Fatto Quotidiano Cominciamo dal Fatto Quotidiano: stando a Wikipedia, oggi la redazione è composta da 45 persone (all’inizio erano 16), ma solo 11 sono donne, vale a dire circa il 24%; inoltre, su 262 blog (se ho fatto bene i conti) che afferiscono alla testata on line, solo 61 sono di donne, il che vuol dire circa il 23%.

Il PostIl Post: 1 direttore, una redazione composta da 2 maschi e 2 femmine, più 2 collaboratori maschi e 1 segretaria di redazione, il che significa 8 persone di cui 3 donne, cioè il 37,5% (vedi Chi siamo). Malino, non malissimo. Ma se contiamo le firme, le donne quasi svaniscono: su 46 autori solo 7 sono donne, cioè circa il 15%.

Lettera 43Per fortuna nella redazione di Lettera 43 le cose vanno molto meglio (vedi Staff): è vero che il direttore Paolo Madron è un uomo (come negli altri casi), ma il redattore capo Nadia Anzani è una donna (wow); inoltre, nella redazione di 16 persone, ben 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. E se è vero che la segretaria di redazione è come sempre una donna, è anche vero che il direttore editoriale lo è. Evviva.

LinkiestaL’ottimismo si spegne subito se frughiamo nella redazione di Linkiesta: 14 persone, di cui solo 1 donna. Suona forse meglio se diciamo che qui le donne sono poco più del 7%, ma sempre una sola è.

TIRANDO LE SOMME

Insomma, stando a questi numeri e tenendo conto che nel Parlamento italiano – di cui tutti lamentiamo il maschilismo – ci sono 191 donne su 945 parlamentari, e cioè solo il 20,2%, ebbene: in Italia il cosiddetto «nuovo giornalismo on line» – a parte Lettera 43 (sia lodata!)appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana.

Allora mi chiedo: perché? Non ci sono abbastanza giornaliste che abbiano interesse per la rete? Non ci sono abbastanza giornaliste in generale? O non ci sono abbastanza giornaliste che siano adatte alle nuove testate on line?

Insomma, dove lavorano le giornaliste italiane? Non voglio pensare siano relegate (o si siano auto relegate) alle testate femminili… o sì?

😦

Perché la campagna «Rimbocchiamoci le maniche» non funziona

Da quando la campagna del Partito Democratico «Rimbocchiamoci le maniche» è uscita (a quanto pare è di Aldo Biasi Comunicazione), le battute si sprecano.

Alla Festa Democratica Nazionale (Torino, 28 agosto – 12 settembre 2010) lo slogan era completato dalla frase «Cominciamo a sognare». E tutti a domandarsi quando mai la gente si rimbocca la maniche per sognare (clic per ingrandire).

Rimbocchiamoci le maniche. Cominciamo a sognare

Allora hanno messo «Per giorni migliori», ottenendo qualche settimana di decoroso silenzio.

Ora però sono apparse in tutta Italia queste affissioni, e tutti sono di nuovo scatenati: «che c’entrano i giorni migliori con quella faccia incazzata?», «che fa Bersani in quella posa da cowboy?», «e dopo che te le sei rimboccate, che fai?» (clic per ingrandire):

Per giorni migliori. Rimbocchiamoci le maniche Le Tasse sono aumentate e la pazienza è finita

I soldi per l'istruzione sono diminuiti e la pazienza è finita La disoccupazione è aumentata e la pazienza è finita

A parte la lunghezza e l’insensata organizzazione visiva della headline (sono in corpo maggiore e balzano all’occhio parole a caso come «Le maniche», «E la pazienza è finita», «Sono diminuiti», «È aumentata»), il problema fondamentale è l’immagine di Bersani.

È stata scelta, infatti, quella che io chiamo «estetica del corpo isolato su sfondo bianco» per rappresentare un leader politico che – date le maniche rimboccate – si vorrebbe proporre come un leader del fare, competente e combattivo.

Che cos’è l’estetica del corpo isolato su sfondo bianco? Quella che per esempio i marchi di moda usano per pubblicizzare profumi o intimo. Vedi D&G (clic per ingrandire):

D&G David Gandy per D&G

Chiaro che un’organizzazione visiva del genere serve a concentrare l’attenzione sul corpo – inevitabilmente bello – del soggetto umano fotografato, non certo a magnificarne le doti di pragmatismo. Ma concentrare l’attenzione sul corpo di Bersani finisce per sottoporlo a battutacce sulla pelata e le sopracciglia aggrottate.

Inoltre, imitare lo stile visivo dei marchi di moda per pubblicizzare un partito conferisce alla campagna un che di patinato, artificioso, e trasforma il partito in una confezione vuota.

Come non bastasse, è uscito anche lo spot. Che dall’estetica del corpo isolato è passato all’estetica del gesto: quello di rimboccarsi le maniche, appunto. Senza (neanche stavolta) proporre contenuti, perché Bersani non dice nulla e alla fine se ne va. Col risultato che in questi giorni molti blogger si sono effettivamente concentrati sul gesto – come lo spot induceva a fare – ma l’hanno associato a ben altra pratica: quella di iniettarsi eroina in vena. Vedi cosa ne hanno detto Mattina, Gilioli, Sofri.

Anziani felici in rete

Sul sito di Mariella Governo, consulente e formatrice di comunicazione d’impresa, ho trovato questa splendida testimonianza, che conferma e arricchisce ciò che altre volte abbiamo discusso su questo blog.

«Mia madre ha 74 anni e da due mesi è anche lei su Facebook. Quando per il suo compleanno ci ha chiesto come regalo il computer abbiamo pensato fosse una delle sue piccole stravaganze. Un desiderio da realizzare, uno strumento sconosciuto da provare, da lasciare poi da parte perché troppo difficile da usare.

E invece! Lei che non aveva mai scritto neppure sulla macchina da scrivere e non aveva mai voluto imparare a inviare gli sms dal telefonino, ha iniziato a costruire il suo piccolo e gentile mondo di conversazioni in rete.

Si è ingegnata, ha preso appunti su fogli di carta sparsi e tenuti nel cassetto della cucina,  ha iniziato a capire come interfacciarsi con un mezzo ostico per chi non è abituato a usarlo. Ci invita più spesso a cena anche per farsi spiegare qualche “diavoleria” che non capisce. Mio padre la osserva ammirato, anche noi siamo fieri di lei e, soprattutto, ci sembra più felice.

Ogni mattina alle 6 si collega in rete, legge Varese News, Repubblica e il Corriere, guarda la sua posta e scrive a mia sorella e a me una email.  Lei non lo sa (lo leggerà qui), ma io tengo una cartellina con i  suoi messaggi perché mi fanno tenerezza. All’inizio erano incomprensibili: non c’era lo spazio tra le parole e faceva un sacco di errori di battitura. Ora sono precisi, brevissimi, degni di Twitter.

Le piace in particolare Facebook, ha stretto pure amicizia con una lontana e simpatica cugina americana, e senza conoscere l’inglese!  La sua “prigione” casalinga, visto che da tempo ha problemi di mobilità, si è trasformata in un luogo di conversazione con le amiche lontane, un luogo di lettura e di formazione: ogni giorno c’è un tasto o un link da provare per scoprire un mondo nuovo.

Sono convinta che il caso di mia madre non sia isolato. Che le donne siano il segmento più dinamico della rete è una realtà (post di Roberto Venturini del 26 novembre) e quella degli anziani su Facebook è una tendenza in crescita anche se viene considerata solo fino al 65^ anno d’età.  Roberto Venturini e Adriana Ripandelli di Mindshare, bravissimi testimoni del mio corso in Bocconi, mi confermano che i ricercatori stanno iniziando a includere nelle fasce da rilevare anche la quarta età.

Non so se Luca Sofri nel suo articolo (che condivido poco) di qualche mese fa, “L’era dei tardivi digitali” includerebbe anche mia madre. Ma non credo perché per lui i tardivi digitali sono le persone che hanno imparato a usare Internet in età adulta, cioè quelli come me.»

Trovi altre chicche come questa nella sezione «Storie da raccontare» del bel sito di Mariella Governo, che da oggi è fra i miei link permanenti.

Abbiamo già affrontato l’argomento qui:

Vita da Facebook 10 – Adulti e donne alla riscossa.