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Uno spot facile ma difficile

Su segnalazione di Luisa Carrada ho visto lo spot della campagna di Emma Bonino per le regionali nel Lazio. La regia è di Francesca Archibugi, la voce è di Margherita Buy, la produzione di Riccardo Tozzi e Angelo Barbagallo.

Mi è piaciuto perché è tutto giocato su un montaggio fotografico, un’idea narrativa e un buon testo. Insomma, non occorrono una regista e un’attrice nota per realizzarlo: bastano una speaker professionista e un/a neolaureato/a in comunicazione che abbia una buona testa e un po’ di esperienza di regia, montaggio e produzione video, per fare altrettanto a costi bassissimi. (E suppongo/spero che Archibugi e Buy non si siano fatte pagare.)

In questo senso lo spot è davvero semplice.

Unico problema: ci vuole una storia densa, interessante ed emotivamente coinvolgente come quella di Emma Bonino, per dare significato e conferire autenticità a quel «Ma io ci sono» finale. Come dire, più in generale: occorre trovare un candidato che abbia idee, contenuti, qualcosa da trasmettere, per farne uno simile.

È qui che il compito si fa difficile. In Italia, quasi impossibile.

Advanced Style

Ari Seth Cohen è un giovane fotografo di moda che fino all’inizio del 2008 era Store Manager di Blackbird Ballard, in California. A un certo punto se n’è andato a New York City, per cercare esempi di eleganza e stile fra signore e signori della terza e quarta età. Dal 2008 tiene il blog Advanced Style, segnalatomi da Luisa Carrada.

Il lavoro di Ari Seth è interessante per due motivi.

Innanzi tutto è lungimirante: la vita media dei paesi ricchi si è allungata e continuerà a farlo, c’è una categoria molto appetibile (e crescente) di consumatori over 60, che hanno molto più tempo e denaro da spendere delle generazioni più giovani, e il marketing se n’è accorto da anni, inventando etichette come ageless marketing (dal libro di David Wolfe e Robert Snyder, 2003).

La moda però fa ancora fatica a rappresentare le persone over 60, attaccata com’è al corpo eternamente giovane.

In secondo luogo Ari Seth rappresenta il corpo anziano in modo nuovo nel genere fashion. Certo, è una ristretta élite di persone abbienti che vivono a Manhattan, ma sono corpi e volti non omologati, ognuno con la sua individualità e differenza, che a volte passa per la chirurgia estetica, a volte no. Non sono grigi e tristi, ma nemmeno plastificati, né truccati da giovani a tutti i costi. (A conferma del fatto che il tema non è demonizzare il trucco o la chirurgia estetica, ma evitare l’omologazione. Vedi A New Kind of Beauty.)

Ecco una selezione di foto (clic per ingrandire). Il resto su Advanced Style.

Anziana in minigonna

Uomo con capelli lunghi

Donna con capelli colorati

Uomo con cappello rosso

Donna con capelli corti

L’invertising in libreria e università

L’invertising è – per Paolo Iabichino, direttore creativo di OgilvyOne – l’inversione di rotta che la pubblicità occidentale sta facendo per fronteggiare la crisi di investimenti e creatività che sta attraversando.

Ne avevamo già parlato a fine agosto nel post La crisi della pubblicità e l’invertising, dove puoi trovare una prima spiegazione. Nel frattempo sono nati il sito Invertising.it e il gruppo facebook. Infine da ieri puoi acquistare il volume in libreria e on line.

Invertising cover

Ho inserito il libro nel programma d’esame del corso magistrale di Semiotica dei consumi, dove lo stesso Iabichino, a febbraio, verrà a raccontarci il suo lavoro. Perciò tornerò sull’argomento varie volte nelle prossime settimane, ma intanto ti suggerisco di leggere due illustri pareri:

Luisa Carrada, Etica e creatività dell’invertising.

Mariella Governo, La pubblicità inquina?

Dieci volte master

Domani comincia la decima edizione del master in Comunicazione, Management e Nuovi Media.

Ringrazio Giacomo Scillia, Communication Manager del master, Paula Cenci, coordinatrice di dipartimento, e tutto lo staff di segreteria, senza i quali nulla avrei potuto.

Un ringraziamento speciale va naturalmente a tutti i docenti del master, di cui posso orgogliosamente vantare credenziali e curricula, e a tutti gli allievi e le allieve – centinaia ormai – che da dieci anni ci seguono.

Fra le tante cose che abbiamo organizzato per festeggiare l’evento, ecco tre clip di presentazione.

Riprese, regia e montaggio di Matteo Turricchia.

Trovi qui ulteriori informazioni sul master.

I luoghi, le persone, le attività

Le testimonianze degli ex allievi


Alcuni momenti di una lezione di Luisa Carrada


Non basta mandare cv per trovare lavoro

Da tempo aspettavo questo post di Luisa Carrada. Più volte lei e io ne abbiamo parlato, condividendo la stessa impressione su ciò che accade a un/a giovane neolaureato/a in campo umanistico che cerchi lavoro. Perché anche a Luisa, come a me, molti chiedono spesso perché, pur avendo inviato molti curricula, non ricevono risposte interessanti o, peggio, non ne ricevono alcuna.

Intanto bisogna capire cosa vuol dire «molti».

10 curricula non sono «molti». E neppure 20 lo sono: bisogna averne mandati dai 100 in su, come spiega anche Annamaria Testa su Nuovo e utile, nella sezione «Apri un’impresa/trova lavoro».

Ma ragionare solo in termini quantitativi è limitativo. Necessario ma non sufficiente.

Il cuore della posizione di Luisa – che condivido appieno – è un confronto fra gli anni ’80, quando non c’era internet e il mercato del lavoro era tutto diverso, e oggi (i grassetti sono miei):

«[…] trovare lavoro nel campo della comunicazione è sempre stato molto difficile, anche per noi che eravamo tanti di meno. Io ho passato i miei quattro anni di Lettere nella piena consapevolezza che forse avrei fatto qualche altra cosa per vivere, perché i concorsi nei beni culturali non si facevano da anni e per anni dopo la mia laurea non si sono fatti.

Una volta laureata, ho fatto il giro delle direzioni comunicazione delle grandi aziende parastatali romane. Ne sono sempre uscita con un sacco di complimenti per il mio curriculum e… un pezzo di carta (giuro!) con l’organigramma interno e il partito e la corrente vicino a ogni nome. Così era più facile arrivarci, mi dicevano convinti di avermi fatto un gran favore. Non c’era da disperarsi? E infatti io spesso mi disperavo.

Però non c’era ancora internet, con tutte le sue opportunità ma anche con le sue false illusioni.

Qualche tempo fa un ragazzo mi ha scritto di non farcela più a stare dietro a un pc a mandare curricula.

Ecco, quello che la mia generazione non ha potuto fare era proprio starsene dietro a un pc. Molti di noi – anche le persone timidissime come me – sono state costrette a uscire allo scoperto, a chiedere, a bussare, a presentarsi. Non ho mai mandato un curriculum a una direzione del personale, ho sempre chiamato prima per chiedere chi fosse la persona giusta e poi era a quella persona che scrivevo. E poi magari telefonavo anche.

Non ho mai dato la mia disponibilità a scrivere e a collaborare senza mandare un pezzo, un articolo, una bozza di progetto. Non ti potevi nascondere dietro i master. Potevi solo presentare i tuoi testi o le tue idee. Qualcuno non mi ha mai risposto, ma parecchi sì.

Non voglio fare la vecchia zia – e per questo ho esitato tanto prima di scrivere questo post –, però forse ogni tanto bisognerebbe almeno provare a fare come se internet non ci fosse. E avere il coraggio di andare a bussare direttamente a qualche porta.

Sono convinta che, in mezzo a tanta virtualità, faccia, grinta, personalità e idee contino anche più di prima.

Oppure su internet starci e viverci davvero. Per realizzare le nostre idee direttamente senza chiedere niente a nessuno…» continua a leggere QUI.

L’importanza di dire «grazie»

Grazie a questo post di Luisa Carrada, ho ripescato una conferenza TED del febbraio 2008.

La psicoterapeuta Laura Trice spiega quanto sia importante dire «grazie» per rinsaldare un’amicizia, riparare un legame, fare in modo che gli altri sappiano ciò che significano per noi.

In tutte le occasioni: dalla vita privata a quella pubblica, nello studio come al lavoro.

Sono solo tre minuti: guarda, ascolta e non scordartene più.

(Se hai difficoltà con l’inglese, fa’ clic su «vedi sottotitoli» e scegli «italiano». Se vuoi contribuire anche tu alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post).

Punto esclamativo!

Nei giorni scorsi Luisa Carrada, commentando un articolo del Guardian, ha scritto un bel post sugli usi e abusi del punto esclamativo nei più svariati contesti. Condivido appieno.

Comincia così:

SEGNI DI GIOIA

Anche se mi sento chiamata in causa tra i funless e i fastidious, l’articolo di ieri sul Guardian dedicato al rinascimento del punto esclamativo – The joy of exclamation marks! – è veramente carino.

I pedanti e noiosi sono quelli che non apprezzano il dilagare dei punti esclamativi dappertutto e nelle email in particolare.

Io lo apprezzo, ma mi piace spendermelo quando sono davvero contenta ed entusiasta, non come un intercalare qualunque.

E mi dà francamente fastidio quando qualcuno vuole fare di me un’entusiasta a tutti i costi: Una sorpresa per te! Scarica la tua copia! Iscriviti alla newsletter gratuita!

In barba a tutti i manuali di stile e agli inviti alla sobrietà da parte di grandi scrittori, il punto esclamativo è il prezzemolo di ogni comunicazione online. Perché mai stiamo diventando tutti così sovraeccitati? si chiede nel sottotitolo del pezzo il brillante Stuart Jeffries.

Una risposta la danno l’editorialista del New York Times David Shipley e il caporedattore di Hyperion Books Will Schwalbe nel loro Send: The essential guide to email for office and home: il punto esclamativo aggiunge umanità e calore in una comunicazione solo verbale, altrimenti fredda e distante.

Eppure le persone… Continua a leggere QUI.