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Lo storytelling di Facebook

Facebook ha raggiunto 500 milioni di utenti nel mondo. Lo ha annunciato con un video mercoledì 21 luglio lo stesso fondatore Mark Zuckerberg che, nel commentare l’evento, ha detto di essere felice non tanto del numero quanto delle innumerevoli storie che ogni giorno gli arrivano da tutti gli angoli del mondo, a testimoniare l’incidenza di Facebook nella vita delle persone.

Per questo ha pensato bene di inaugurare uno spazio dove ciascuno può raccontare la sua storia: http://stories.facebook.com/.

Ed ecco applicato anche a Facebook l’ultimo tormentone del marketing: lo storytelling (se non ne sai nulla, leggi il libro di Christian Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, 2008). A quelli che ancora si ostinano a salutarlo come una novità, ricordo che se ne parla – anche in Italia – almeno da quando, nel 2002, Luisa Carrada segnalava We all love a story: «Non è il titolo di una canzone – spiegava – ma quello di un articolo apparso sul prestigioso sito di web marketing ClickZ. Il tema: la comunicazione di prodotto business-to-business. La raccomandazione: non descrivete i prodotti, ma raccontate come riescono a cambiare la vita quotidiana della gente».

In questo ambiente di Facebook puoi leggere storie come quella di Açil Jerbi, giovane tunisino: «My name is açil im a normal teenager from tunisia. one day i was surfing the internet; i saw a blog of a canadian girl! so it was a love of first sight! its now 2years together; we chat, we like each other, im always dreaming about her and so she does; i became popular in canada and our story is weird; but we never met..i think its an impossible love we are so far away; could it be possible that we got marry one day?».

O quella di Patti Giddy, di Cape Town: «Hearing the news of my son’s death was one of the loneliest moments in my life, but after a few hours, a beautiful outpour of love and wonderful memories were posted on his Facebook page. Through Facebook, our family has been able to draw incredible comfort and consolation. Thank you for making this world a more human place as we share so much of our lives through you».

Ma c’è anche Riccardo Fride, di Dolo, Veneto: «I promoted a fundraising campaign to support Associazione “IL PORTICO” in empowering its theater with disabled people program. FB helped me to spread the voice, gain supporters, finding donors, generate buzz! The result was 2K € and professionals helping this program to develop and grow! One year after there’s one new performance of this incredible performers ready to be shown! Thank you FB! :)».

Prevedo che prima o poi uscirà un libro con le storie migliori. Ti conviene metterci subito la tua.

Vedi mai ti facesse ottenere i 15 minuti di celebrità di cui parlava Warhol. 😉

Uno spot facile ma difficile

Su segnalazione di Luisa Carrada ho visto lo spot della campagna di Emma Bonino per le regionali nel Lazio. La regia è di Francesca Archibugi, la voce è di Margherita Buy, la produzione di Riccardo Tozzi e Angelo Barbagallo.

Mi è piaciuto perché è tutto giocato su un montaggio fotografico, un’idea narrativa e un buon testo. Insomma, non occorrono una regista e un’attrice nota per realizzarlo: bastano una speaker professionista e un/a neolaureato/a in comunicazione che abbia una buona testa e un po’ di esperienza di regia, montaggio e produzione video, per fare altrettanto a costi bassissimi. (E suppongo/spero che Archibugi e Buy non si siano fatte pagare.)

In questo senso lo spot è davvero semplice.

Unico problema: ci vuole una storia densa, interessante ed emotivamente coinvolgente come quella di Emma Bonino, per dare significato e conferire autenticità a quel «Ma io ci sono» finale. Come dire, più in generale: occorre trovare un candidato che abbia idee, contenuti, qualcosa da trasmettere, per farne uno simile.

È qui che il compito si fa difficile. In Italia, quasi impossibile.

Advanced Style

Ari Seth Cohen è un giovane fotografo di moda che fino all’inizio del 2008 era Store Manager di Blackbird Ballard, in California. A un certo punto se n’è andato a New York City, per cercare esempi di eleganza e stile fra signore e signori della terza e quarta età. Dal 2008 tiene il blog Advanced Style, segnalatomi da Luisa Carrada.

Il lavoro di Ari Seth è interessante per due motivi.

Innanzi tutto è lungimirante: la vita media dei paesi ricchi si è allungata e continuerà a farlo, c’è una categoria molto appetibile (e crescente) di consumatori over 60, che hanno molto più tempo e denaro da spendere delle generazioni più giovani, e il marketing se n’è accorto da anni, inventando etichette come ageless marketing (dal libro di David Wolfe e Robert Snyder, 2003).

La moda però fa ancora fatica a rappresentare le persone over 60, attaccata com’è al corpo eternamente giovane.

In secondo luogo Ari Seth rappresenta il corpo anziano in modo nuovo nel genere fashion. Certo, è una ristretta élite di persone abbienti che vivono a Manhattan, ma sono corpi e volti non omologati, ognuno con la sua individualità e differenza, che a volte passa per la chirurgia estetica, a volte no. Non sono grigi e tristi, ma nemmeno plastificati, né truccati da giovani a tutti i costi. (A conferma del fatto che il tema non è demonizzare il trucco o la chirurgia estetica, ma evitare l’omologazione. Vedi A New Kind of Beauty.)

Ecco una selezione di foto (clic per ingrandire). Il resto su Advanced Style.

Anziana in minigonna

Uomo con capelli lunghi

Donna con capelli colorati

Uomo con cappello rosso

Donna con capelli corti

L’invertising in libreria e università

L’invertising è – per Paolo Iabichino, direttore creativo di OgilvyOne – l’inversione di rotta che la pubblicità occidentale sta facendo per fronteggiare la crisi di investimenti e creatività che sta attraversando.

Ne avevamo già parlato a fine agosto nel post La crisi della pubblicità e l’invertising, dove puoi trovare una prima spiegazione. Nel frattempo sono nati il sito Invertising.it e il gruppo facebook. Infine da ieri puoi acquistare il volume in libreria e on line.

Invertising cover

Ho inserito il libro nel programma d’esame del corso magistrale di Semiotica dei consumi, dove lo stesso Iabichino, a febbraio, verrà a raccontarci il suo lavoro. Perciò tornerò sull’argomento varie volte nelle prossime settimane, ma intanto ti suggerisco di leggere due illustri pareri:

Luisa Carrada, Etica e creatività dell’invertising.

Mariella Governo, La pubblicità inquina?

Dieci volte master

Domani comincia la decima edizione del master in Comunicazione, Management e Nuovi Media.

Ringrazio Giacomo Scillia, Communication Manager del master, Paula Cenci, coordinatrice di dipartimento, e tutto lo staff di segreteria, senza i quali nulla avrei potuto.

Un ringraziamento speciale va naturalmente a tutti i docenti del master, di cui posso orgogliosamente vantare credenziali e curricula, e a tutti gli allievi e le allieve – centinaia ormai – che da dieci anni ci seguono.

Fra le tante cose che abbiamo organizzato per festeggiare l’evento, ecco tre clip di presentazione.

Riprese, regia e montaggio di Matteo Turricchia.

Trovi qui ulteriori informazioni sul master.

I luoghi, le persone, le attività

Le testimonianze degli ex allievi


Alcuni momenti di una lezione di Luisa Carrada


Non basta mandare cv per trovare lavoro

Da tempo aspettavo questo post di Luisa Carrada. Più volte lei e io ne abbiamo parlato, condividendo la stessa impressione su ciò che accade a un/a giovane neolaureato/a in campo umanistico che cerchi lavoro. Perché anche a Luisa, come a me, molti chiedono spesso perché, pur avendo inviato molti curricula, non ricevono risposte interessanti o, peggio, non ne ricevono alcuna.

Intanto bisogna capire cosa vuol dire «molti».

10 curricula non sono «molti». E neppure 20 lo sono: bisogna averne mandati dai 100 in su, come spiega anche Annamaria Testa su Nuovo e utile, nella sezione «Apri un’impresa/trova lavoro».

Ma ragionare solo in termini quantitativi è limitativo. Necessario ma non sufficiente.

Il cuore della posizione di Luisa – che condivido appieno – è un confronto fra gli anni ’80, quando non c’era internet e il mercato del lavoro era tutto diverso, e oggi (i grassetti sono miei):

«[…] trovare lavoro nel campo della comunicazione è sempre stato molto difficile, anche per noi che eravamo tanti di meno. Io ho passato i miei quattro anni di Lettere nella piena consapevolezza che forse avrei fatto qualche altra cosa per vivere, perché i concorsi nei beni culturali non si facevano da anni e per anni dopo la mia laurea non si sono fatti.

Una volta laureata, ho fatto il giro delle direzioni comunicazione delle grandi aziende parastatali romane. Ne sono sempre uscita con un sacco di complimenti per il mio curriculum e… un pezzo di carta (giuro!) con l’organigramma interno e il partito e la corrente vicino a ogni nome. Così era più facile arrivarci, mi dicevano convinti di avermi fatto un gran favore. Non c’era da disperarsi? E infatti io spesso mi disperavo.

Però non c’era ancora internet, con tutte le sue opportunità ma anche con le sue false illusioni.

Qualche tempo fa un ragazzo mi ha scritto di non farcela più a stare dietro a un pc a mandare curricula.

Ecco, quello che la mia generazione non ha potuto fare era proprio starsene dietro a un pc. Molti di noi – anche le persone timidissime come me – sono state costrette a uscire allo scoperto, a chiedere, a bussare, a presentarsi. Non ho mai mandato un curriculum a una direzione del personale, ho sempre chiamato prima per chiedere chi fosse la persona giusta e poi era a quella persona che scrivevo. E poi magari telefonavo anche.

Non ho mai dato la mia disponibilità a scrivere e a collaborare senza mandare un pezzo, un articolo, una bozza di progetto. Non ti potevi nascondere dietro i master. Potevi solo presentare i tuoi testi o le tue idee. Qualcuno non mi ha mai risposto, ma parecchi sì.

Non voglio fare la vecchia zia – e per questo ho esitato tanto prima di scrivere questo post –, però forse ogni tanto bisognerebbe almeno provare a fare come se internet non ci fosse. E avere il coraggio di andare a bussare direttamente a qualche porta.

Sono convinta che, in mezzo a tanta virtualità, faccia, grinta, personalità e idee contino anche più di prima.

Oppure su internet starci e viverci davvero. Per realizzare le nostre idee direttamente senza chiedere niente a nessuno…» continua a leggere QUI.

L’importanza di dire «grazie»

Grazie a questo post di Luisa Carrada, ho ripescato una conferenza TED del febbraio 2008.

La psicoterapeuta Laura Trice spiega quanto sia importante dire «grazie» per rinsaldare un’amicizia, riparare un legame, fare in modo che gli altri sappiano ciò che significano per noi.

In tutte le occasioni: dalla vita privata a quella pubblica, nello studio come al lavoro.

Sono solo tre minuti: guarda, ascolta e non scordartene più.

(Se hai difficoltà con l’inglese, fa’ clic su «vedi sottotitoli» e scegli «italiano». Se vuoi contribuire anche tu alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post).