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Sessismo e religione cattolica: un connubio inevitabile?

Mi arriva da Angelo – che ringrazio – una riflessione su sessismo e religione cattolica, che evidenzia un legame che in questo spazio non abbiamo mai discusso. Ho deciso di pubblicarla, ma lo faccio premettendo che mi piacerebbe che su questo tema si esprimessero anche – e soprattutto – cattolici e cattoliche praticanti.

Non si tratta insomma di accusare una religione di discriminazione contro le donne, secondo un percorso più o meno obbligato da decenni di divisioni, in Italia, fra laici e cattolici, credenti e non credenti. Casomai mi piacerebbe capire come possa convivere, oggi, la fede cattolica con una visione paritaria e libertaria della relazione fra genere maschile e femminile.

Ragazza che prega

Non vorrei insomma che si cadesse anche qui nella solita contrapposizione: come se per forza i cattolici dovessero essere anche sessisti, mentre i non sessisti starebbero tutti dalla parte di chi si definisce non dico ateo, ma almeno cattolico non praticante o «poco praticante e molto, molto dubbioso» come si è definito Angelo dopo che gliel’ho chiesto.

«Cara Giovanna, mi sono letto e riletto l’articolo che Anna Paola Concia, Loredana Lipperini, Eliana Frosali e Zauberei hanno scritto sull’Unità (vedi «Le donne e la trappola degli stereotipi», l’Unità, 10 novembre 2011), per contestare un pezzo dello stesso giornale in cui si riproponeva lo stereotipo sessista di donna bella e vuota d’idee.

Condivido in toto la protesta, così come sottoscrivo la tua analisi di qualche settimana fa a proposito di un certo uso della nostalgia negli spot (vedi Attenzione mogli! Attenzione mamme! E si torna agli anni Sessanta), con conseguente e pericoloso richiamo a una donna tutta votata alla vita domestica e al benessere dei propri cari.

Comprenderai quindi la mia forte irritazione quando stamattina (domenica 13 novembre) a messa ho ascoltato le Letture:

“Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani.
Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso”.

E poi:
‘Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare’. (Dal libro dei Proverbi)

E un brano della seconda lettura: “Sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire” (Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi).

Ora. So bene che una diffusa misoginia allaga i testi biblici, insomma è roba nota; so pure che i brani non vanno interpretati alla lettera e che magari solo una minima parte di chi frequenta la messa, segue con attenzione.

Benissimo. Ma a me fa ugualmente impressione quell’armamentario sessista e scontornato dalle esigenze quotidiane delle persone. Per disarmare gli stereotipi e il pregiudizio che ancora permeano i discorsi contemporanei, credo bisognerà lavorare sui fondamentali, anche su quella parola domenicale che striscia piano dentro le famiglie. Grazie mille, Angelo

Vedi anche: La liturgia del 13 novembre 2011, il post in cui Loredana Lipperini riprende l’articolo dell’Unità Di film e di tacchi, e quello di Zauberei La questione delle donnine nude.

Il G8? Pura comunicazione

È solo una passerella, una parata mediatica, un momento per confermare, aggiustare o ribaltare le strategie comunicative (nazionali e internazionali) dei vari capi di stato.

Per questo andrebbe studiato da analisti della comunicazione, più che da politologi ed economisti (idea per una tesi).

Fra coloro che hanno evidenziato con più equilibrio l’ineffettività politico-decisionale di eventi come il G8, c’è Loretta Napoleoni, che mercoledì 8 luglio ho sentito intervistata da Radio 24.

Lo ha ribadito ieri in una videointervista per l’Unità, in cui fa il punto sui giorni scorsi e anticipa cosa dobbiamo attenderci per oggi.

L’Unità, vista da dietro

Il 25 ottobre, lo stesso giorno della manifestazione del Partito Democratico al Circo Massimo di Roma, è uscita in edicola la nuova Unità. La campagna di lancio è stata affidata a Oliviero Toscani.

Come ha dichiarato l’amministratore delegato Giorgio Poidomani, il lancio è costato 400mila euro e riguarda soprattutto le regioni del centronord, con puntate nelle stazioni ferroviarie di tutta Italia e sui bus di Roma, Bologna e Milano. Obiettivo della campagna è il «rinnovamento nel solco della tradizione», mentre il target sono «i giovani e quella metà del Paese che ‘non ci sta’».

Che? Stai pensando a gruppi di giovani che discutono, facce sorridenti, ambienti metropolitani, motorini e libri? Ma no… è Toscani, baby.

Guarda qua (e clicca per vedere meglio).

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14 aggettivi che galleggiano sul fondoschiena di una ragazza, che dovrebbe essere «intelligente», «rivoluzionaria», «coraggiosa», «impegnata» eccetera (il «rinnovamento»?), solo perché indossa la solita minigonna, sulle solite gambe perfette ed è, come al solito, fotografata da dietro (il «solco della tradizione»?).

Ma… legge anche l’Unità, per caso? Bah, da quel che vedo si limita a tenerla in tasca, giusto per mostrare che il nuovo formato è davvero «mini» (uh, che doppio senso!). Come dire: un fatto di tendenza, non di contenuti. D’altra parte la ragazza è ritratta, come al solito, senza testa.

Insomma, ero già arrabbiata a vedere la foto, figuriamoci a leggere il duetto che Concita De Gregorio, da agosto direttore dell’Unità, e Oliviero Toscani, direttore della campagna, hanno inscenato per la stampa (dal Corriere del 23 ottobre 2008).

Concita: «Anche Gramsci lo avrebbe fatto. L’immagine scelta non deve destare scandalo. Il corpo di una donna questa volta viene usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale. Mi sembra pertinente. È molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un’auto oppure un detersivo per i piatti.»

Oliviero: «Non ho mai pensato a un’Unità femmina perché ha sempre avuto una connotazione maschile. Dobbiamo partire dal concetto di mini, ma anche della donna che questa volta non è in una posizione di sottomissione ma in un atteggiamento forte, non viene strumentalizzata, ma strumentalizza in una posizione di comando.»

Forse qualcuno potrebbe accusarmi di moralismo, perbenismo e finanche oscurantismo. Come se fossi scandalizzata. Lo ammetto, sono stanca di vedere usato il corpo delle donne (peggio ancora se a pezzi) per vendere qualcosa. (Fosse per me, introdurrei un divieto, mica per censura… nooo, solo per mettere alla prova la fantasia dei pubblicitari e dei loro committenti). E comincio a essere stanca di vedere a pezzi anche il corpo maschile.

Ma il punto non è lo scandalo. Usare il fondoschiena di una ragazza in pubblicità non fa scandalo da almeno trent’anni. (E non lo fa neppure se interviene un censore, beninteso.)

Il problema è la noia.

Il problema è che non si sia trovata neppure un’ideuzza nuova (bastava «mini», no?), per pubblicizzare una presunta novità.

Ma un problema ancor più grande è il modo in cui l’Unità, con questa campagna, ha immaginato i suoi lettori: talmente sciocchi da lasciarsi abbindolare da 14 parole scontate e una minigonna dall’aria perbene. Talmente vacui da comprare il giornale per ostentarlo come un telefonino, un borsa griffata, un gadget di tendenza.

È a questi (e)lettori che si rivolge la nuova sinistra?