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Com’è cambiata la comunicazione del Gay Pride dal 2007 a oggi, in Italia e nel mondo

Gay_flag

A distanza di qualche giorno dall’annullamento, a colpi di lacrimogeni e arresti, del Gay Pride a Istanbul, pubblico lo studio che Giulia Nieddu ha condotto per l’esame di Semiotica dei consumi della laurea magistrale in Semiotica sugli spot che, dal 2007 a oggi, hanno comunicato il Gay Pride negli Stati Uniti, in America Latina, in alcune capitali europee e in Italia. Il lavoro è molto interessante perché mette in evidenza come la stessa comunicazione degli attivisti LGBT sia stata intrisa e condizionata, negli ultimi dieci anni, da stereotipi non sempre rispettosi delle differenze e della parità dei generi e degli orientamenti sessuali. L’analisi si è concentrata in particolare Continua a leggere

«Che fatica essere stagisti di se stessi»

Pubblico qui la testimonianza di alcuni ex studenti della magistrale in Semiotica. L’ennesima testimonianza positiva e incoraggiante (altre ne trovi selezionando la categoria Stage e lavoro), che dedico a tutti gli studenti di discipline umanistiche che ogni giorno si sentono dire che tanto “non troveranno lavoro”, che la loro laurea “è inutile”, e perché non hanno scelto di “studiare ingegneria” o, meglio ancora, di “mollare gli studi dopo il diploma”.

«A maggio inoltrato, dopo lezione, eravamo soliti perdere tempo a chiacchierare seduti in un bar. Era un modo per conoscerci meglio, visto che la magistrale in Discipline Semiotiche (allora si chiamava così) raggruppava persone provenienti da un po’ tutte le triennali d’Italia. C’era chi voleva fare il giornalista, chi l’ufficio stampa o il copywriter, chi giocava con il cinema, con il web o la pubblicità. Tutti, però, avevamo una gran voglia di frequentare le nostre passioni.

Il primo passo fu il “pe_Rizoma”, un giornale semiotico satirico fatto di articoli veri, oroscopi verosimili, pubblicità finte e tormentoni autoprodotti. Un piccolo divertissement per addetti ai lavori, ma che palestra! Passavamo nottate a scrivere, fotomontare, impaginare e fare brainstorming per inventarci un titolo, uno slogan, un payoff.

Di lì al “lavoro vero” il passo era (relativamente) breve: bastava togliere il “pe” dal Rizoma e trasferire il nostro know-how su cose più concrete.

Rizoma

Che fatica essere stagisti di se stessi. Oggi però Rizoma è uno studio giornalistico associato e un’agenzia di comunicazione (www.rizomacomunicazione.it): facciamo i giornalisti, i comunicatori, l’ufficio stampa. I nostri clienti sono testate nazionali, aziende private, enti pubblici e musicisti. Abbiamo anche un giornale online di informazione culturale, BolognaCult.it, perché le passioni sono dure a morire.

Non navighiamo nell’oro, ma continuiamo a divertirci quando scriviamo, facciamo brainstorming, progettiamo campagne. Forse una delle cose più importanti che abbiamo imparato è che restando uniti, condividendo rischi e opportunità, si può crescere davvero tanto: creare insieme e poi saperlo comunicare è la chiave del nostro mestiere.»

Gli uomini italiani visti dall’Olanda

Mi segnala Francesca – che si è laureata con me alla magistrale di Semiotica qualche anno fa e ora vive a lavora in Olanda – lo spot di McDonald che è on air da loro in questo periodo.

Come vedrai, gli uomini italiani ci fanno la solita figura. Che non è una gran figura. E oggi, dopo gli scandali sessuali che hanno afflitto la politica italiana, sembra anche peggiore.

Però Francesca osserva:

A mio parere nell’ottica olandese lo stereotipo non è così dispregiativo come appare ai nostri occhi. Innanzi tutto la frase che il fidanzato dice alla fine, “Lekker weer thuis”, vuol dire “È bello essere tornati a casa”. E credo che il significato complessivo dello spot sia per loro qualcosa come: “Se vuoi mangiare italiano, meglio mangiarti l’Italian burger da McDonald che andare in vacanza in Italia, sennò rischi di farti fregare la fidanzata”. Ma è solo il mio feeling.

Gli uomini olandesi sono incredibilmente incapaci di flirtare, lo sanno e di solito ci fanno autoironia: l’uomo olandese privo di sex appeal è uno stereotipo per loro stessi. Sono molto affascinati dalla capacità di socializzare degli italiani.

Potrei continuare dicendo che la battuta tipica delle ragazze che vanno in Italia per le vacanze è “Speriamo di trovare un fidanzato italiano”. In tutte le pubblicità e nelle fiction il figo/figa di turno è sempre un latino. E se da noi la donna bella è alta, bionda e con gli occhi azzurri, qui è mora, formosetta e alta solo coi tacchi.

Il che mi ha portato a formulare una personalissima teoria: forse il famoso “fascino dello straniero” altro non è che una spinta biologica a viariare il DNA. 🙂

Certo, in una situazione di maggiore parità fra i generi, come in Olanda rispetto all’Italia, sul maschio italiano si può ancora sorridere. Ma da noi?

A cosa servono le scuole di giornalismo?

Qualche giorno fa Lou, giovane giornalista pubblicista che si è laureata in marzo alla specialistica in Discipline Semiotiche di Bologna, ha scritto sul suo blog un pezzo piuttosto duro sulle scuole di giornalismo in Italia. Ho deciso di riprenderlo, perché credo che Lou abbia avuto il coraggio di scrivere qualcosa che molti pensano e pochissimi hanno il coraggio di esprimere.

È la stampa, bellezza

Mi piacerebbe che nascesse una discussione costruttiva su questo tema:

«Ci sono validissimi motivi, aldilà delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro:

  • Oggi nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane (vedi questo recente annuncio del Corriere) assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto, conoscendo quello che si fa e che si studia, posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato dieci minuti buoni a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.»

 

Gratta e lavora

Mi scrive Simona, che si è laureata con me in Semiotica l’anno scorso:

«Cara prof, non resisto: questa te la devo raccontare.

Sono ancora in cerca di lavoro – ergo idee, spunti, realtà nuove, dal momento che oggi un lavoro bisogna un po’  inventarselo, più che cercarlo. E mi muovo con la determinazione di chi se la fa sotto dalla paura ma non vuole smettere di sognare. Di chi non ha una famiglia alle spalle che può mantenerla a vita. Ma ecco che qualche giorno fa sono inciampata in questa notizia/pubblicità:

“In un momento in cui le aziende chiudono, mettono in cassa integrazione, licenziano, ci sono imprenditori che invece continuano a sognare e a mettere in atto i loro sogni.

Il 4 novembre 2010 alle ore 20.00 assisterete all’estrazione del CONCORSO PIU’ STRAORDINARIO E D’ATTUALITA’ che si potesse ideare: “VINCI UN POSTO DI LAVORO”. La serata dell’estrazione si terrà al Centergross di Bologna e sarà condotta dal mitico Red Ronnie e dalla bellissima Elisa Gardini.

Ci saranno i candidati più motivati d’Italia. Vedremo chi davvero avrà la tenacia e la determinazione di trovare un lavoro. Sarà un ottima vetrina per farsi vedere da migliaia di imprenditori, in quanto la serata sarà trasmessa in streaming.

Il concorso ha come premio un contratto di minimo 18.000 euro per un anno. Il regolamento è stato approvato dal ministero e quindi è tutto in regola.

Per coinvolgere tutta ITALIA sono state estratte 110 persone dalle 110 province Italiane e convocate per l’estrazione finale alla presenza di imprenditori e autorità.”

Il tutto è promosso da YouCV (QUI il regolamento del concorso), portale di recruiting online, il cui slogan è «In Video Veritas»: ennesima, triste conferma della pervasività dei valori dell’immagine e dell’apparire nella nostra società.

Sei ciò che appari, ci dice YouCV, e in particolare ciò che appari in un video in cui devi venderti e sperare di avere la «faccia che buca lo schermo» per poter mirare a un lavoro. O a un concorso.

Ero allibita, quindi ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto che questo non è il primo caso in Italia: è già successo in Sardegna e prima ancora in Veneto, da cui pare l’idea sia scaturita.

Allora vorrei chiederti: sono una bacchettona, una tardona delle nuove tecnologie dell’informazione, una che non apprezza le nuove frontiere della comunicazione pur essendomi laureata in comunicazione?

Al marketing creativo non serve un minimo di etica? Insomma, si può trattare tutto come se apparire in video fosse ormai la nostra unica speranza?

La scorsa estate ho visto un bel cortometraggio, «Il Vincitore» di Davide Labanti. Ambientato in un futuro prossimo, in cui la società è popolata quasi unicamente da precari in tuta bianca che, pur di lavorare, hanno preso il posto degli oggetti, il film ironizza sull’idea del «Gratta e vinci», ribattezzato «Gratta e lavora» e presentato come unico strumento possibile per ottenere un lavoro «vero».

Guardandolo pensai che ciò che il video raccontava era terribile, ma per fortuna futuristico e un po’ fantascientifico. Ma scordavo che, come disse il poeta, il futuro è già qui. E non mi fa sorridere per niente.»

Aggiungo una domanda: qualcuno sa com’è finita l’estrazione del vincitore a Bologna? Chi ha vinto?

E giro ai lettori del blog le domande di Simona: è una tardona? Una bacchettona?

Il trailer de «Il vincitore», di Davide Labanti