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Women will save the world? Ma dai

Lunedì ero a Milano, a un incontro organizzato dall’associazione Pari o Dispare, presieduta da Emma Bonino, per presentare il «Manifesto per un uso responsabile dell’immagine femminile in pubblicità», promosso da Pari o Dispare e firmato da diverse aziende, fra cui Amplifon, Eni, Gruppo EffeGi, Maggie, Midali, presenti all’incontro. Questo era il programma (clic per ingrandire):

Pari o Dispare a Milano 4 luglio

Bene che queste iniziative fioriscano (vedi anche Il manifesto deontologico di alcuni pubblicitari). E tutto bene finché abbiamo parlato noi: da Emma Bonino a Cristina Molinari, da Annamaria Testa a Marilisa D’Amico, Giovanna Maggioni e me.

Meno bene quando hanno cominciato a parlare i rappresentanti delle aziende. Per esempio Maggie Jeans che, per dimostrare la sua attenzione all’immagine della donna in pubblicità, ha presentato con orgoglio la nuova campagna «Women Will Save the World».

Quattro ragazze altissime e magrissime, ma per nulla levissime, perché nello spot hanno una faccia talmente triste e/o arrabbiata che non augureremmo quell’umore nemmeno alla peggiore nemica. Quattro ragazze fotografate di spalle, con una striscia rossa all’altezza del sedere che dice a grandi lettere, appunto, «Women Will Save the World» (clic per ingrandire):

Women will save the world

Ebbene, il signore che rappresentava l’azienda (non ne ricordo il nome) si è dichiarato orgoglioso della campagna, per due motivi soprattutto (cito a memoria): la fascia rossa, che finalmente nasconde ciò che le altre pubblicità mostrano (sic!), e lo slogan, che vede le donne come motore di cambiamento del mondo (ri-sic!).

Qualcuno dovrebbe spiegargli che mettere una fascia rossa con una scritta sul sedere di una persona non cambia il focus di attenzione, anzi: dà al sedere un’importanza anche maggiore. E che dire alle donne che salveranno il mondo è il solito, stravecchio, modo di prenderle… per i fondelli appunto. Le donne non salveranno un bel nulla, senza gli uomini e gli altri generi sessuali. È già difficile riuscirci tutti assieme, a salvare il mondo. Figuriamoci le donne da sole.

Né tanto meno lo salveranno le modelle della campagna, dall’alto di quei tetti e tacchi. Guarda anche lo spot:

Di nuovo su Chatroulette

Dopo il post di lunedì 8 febbraio su Chatroulette, Nicola Bruno del Manifesto mi ha chiesto un articolo per la rubrica Chips&Salsa (fondata dal grande Franco Carlini), sul supplemento settimanale «Alias». Il pezzo è uscito sabato 20.

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LA TRISTEZZA DEL MONDO VISTA DA UNA CHAT

Chatroulette è nata da poco, e in Italia si comincia a parlarne. Bene, mi sono detta, vediamo subito di evitare che il chiacchiericcio mediatico ne tragga un pretesto per infilarsi nella solita demonizzazione della rete.

Chiunque abbia trascorso almeno mezz’ora in questa video chat, ne esce raccontando tristezza, noia, solitudine: facce cupe, stanze squallide, uomini che si masturbano, ragazze che esibiscono seni o altro, qualche inquietante perversione. Tutto vero, naturalmente.

E tuttavia, racconti del genere possono fomentare visioni apocalittiche della rete che non mi pare il caso di alimentare, specie se consideriamo che, secondo l’ultima ricerca Nielsen (settembre 2009), in Italia usano Internet solo il 45% delle persone sopra i 14 anni, e ne fanno un uso frequente, attivo e colto solo il 34% (vedi anche 800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello).

In altre parole, nel nostro paese racconti del genere vanno fatti e letti con grande cautela, perché tendono a trasformarsi, sui media e nelle chiacchiere da bar, in generalizzazioni su quanto alienante, insensata e “cattiva” sia internet (tutta, non solo Chatroulette).

Il che non favorisce la diffusione della cultura di rete da cui oggi nessun paese civile può prescindere.

Per questo, pur accogliendo lo sconcerto che Chatroulette desta – almeno per come è usata al momento – è doveroso puntualizzare alcune cose.

Innanzi tutto, come ogni altro ambente in rete, non fa che rispecchiare il mondo. Se qualcosa di ciò che vi accade non ci piace, vuol dire che non ci piacciono certe cose del mondo: la chat è “colpevole” di farcele vedere, non di determinarle.

In secondo luogo, se Chatroulette è fatta così, non implica che tutte le chat lo siano, né che lo siano tutti i siti di dating on line (Meetic e altri) o tutti i social network (da My Space a Facebook). Detta così, pare un’ovvietà, ma non lo è se pensiamo che è proprio sulla base di generalizzazioni come questa che oggi molti invocano leggi che censurino questo o quel pezzo di rete: se su Facebook ci sono gruppi che inneggiano al crimine, allora tutto Facebook può essere pericoloso e va censurato. E sciocchezze simili.

Tutto ciò equivale a dire che nessun mezzo – nemmeno Chatroulette – determina i suoi usi in modo lineare e univoco. Ma resta pur vero che certe caratteristiche del mezzo possono incentivare alcuni usi. Nel caso di Chatroulette, ad esempio, la facilità e l’anonimato con cui vi si accede possono (ho detto possono) favorire il fatto che sia usata da minori (ho visto facce che non avranno avuto più di dodici anni) e da malintenzionati in cerca di minori. Temo che in questo senso ne sentiremo ancora parlare. Ma la difesa dei minori da questi mezzi va fatta con l’educazione in famiglia, a scuola, sui media.

E non occorre per questo demonizzare la rete: coloro che compiono reati su internet vanno puniti a norma di legge, esattamente come fuori da internet. Col vantaggio che spesso in rete è più facile rintracciarli.

L’appello delle donne su Repubblica

Venerdì 9 ottobre Michela Marzano, Barbara Spinelli e Nadia Urbinati hanno lanciato su Repubblica l’appello «Quest’uomo offende noi donne e la democrazia, fermiamolo» . L’ho letto velocemente e firmato.

L’ho fatto per ragioni analoghe a quelle per cui avevo sottoscritto l’appello dei tre giuristi in difesa di Repubblica, pur riconoscendo – come avevo notato QUI – l’ambivalenza di una posizione del tipo «conosci-il-gioco-ma-ti-presti-al-gioco»: poiché in Italia, al momento, non sono possibili giochi alternativi né meta-giochi, stare da una parte ha pur sempre un valore.

Detto in altri termini, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Stavolta, però, devo fare una precisazione. Più urgente – dal mio punto di vista – di quella che avevo fatto sull’appello dei tre giuristi, perché in questo caso è in gioco il corpo delle donne, come dice Lorella Zanardo. E l’appello delle donne può trasformarsi in un boomerang nel giro di pochi giorni. Anzi, temo lo sia già diventato.

Innanzi tutto, la questione delle donne non riguarda solo le donne, ma gli uomini e tutti i generi sessuali. Eppure – leggevo su Repubblica ieri – alla Casa delle donne di Roma, in nome di quell’appello, si è registrata «su 400 presenze una disciplinata decina di uomini, tra cui Valentino Parlato, direttore del Manifesto».

E gli altri uomini dove sono? Gli altri generi sessuali? E perché l’appello è lanciato solo da tre donne? Vogliamo chiusure, ghetti, barriere? Vogliamo riprodurre gli errori del femminismo storico?

Inoltre, legare troppo strettamente i problemi delle donne italiane alle uscite infelici del premier è:

  1. a ben pensare, miope;
  2. a mal pensare, cinicamente strumentale.

Miope perché, invece di parlare di donne, si sta mettendo ancora una volta Berlusconi al centro del discorso. La solita questione dell’elefante di Lakoff (ancora, ancora e ancora!). Basta rileggere l’appello per vedere quanto sia grosso l’elefante al suo stesso interno: comincia col premier («È ormai evidente che il corpo della donna è diventato un’arma politica di capitale importanza, nella mano del presidente del Consiglio») e finisce col premier («Quest’uomo offende le donne e la democrazia. Fermiamolo»).

Ma legare la questione femminile al destino del premier può anche essere cinicamente strumentale, perché tutti coloro che vogliono eliminare Berlusconi dalla scena politica ora possono usare il corpo delle donne come un’arma in più.

Credi che, se Berlusconi si dimettesse davvero – o fosse costretto a farlo (certo non grazie ai suoi guai con le donne) – le discriminazioni di genere in Italia sparirebbero per incanto? Io penso di no, perché riguardano la destra come la sinistra, i ceti intellettuali e quelli meno alfabetizzati, i ricchi come i poveri.

Dice l’appello su Repubblica – giustamente – che il corpo delle donne è usato dal premier «come un dispositivo di guerra». In realtà ora il dispositivo è rivolto contro di lui.

Ma è sempre uno strumento. Da usare finché serve. Da gettare nel dimenticatoio quando non servirà più. Comunque vada a finire.

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Abbiamo già parlato della rilevanza della questione femminile per tutti i generi sessuali:

Non solo donne per le donne

I generi nell’orto

La Banca d’Italia e le donne

Sull’elefante di Lakoff:

Lakoff applicato a Veltroni

L’ombra che gioca

Ore 21:37.

Giornata pesante.

Do un’occhiata tardiva al Manifesto di oggi e scovo questa frase di Andrea Fabozzi, che conclude un commento ai comportamenti veltroniani di questi giorni:

«C’è in effetti qualcosa di peggio del non avere l’opposizione: averne una ombra che gioca a fare la maggioranza. Con venti punti percentuali in meno e il primo ministro, quello vero, che detta l’agenda.»

Folgorante.