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Ancora sui doppi sensi e Marcorè

Come promesso, riprendo il tema. La parte del mio post che ieri ha destato più polemiche (e fraintendimenti) è stata la critica alla battuta di Neri Marcorè. Contro Berlusconi, per un certo tipo di lettori antiberlusconiani di défault, giocavo facile. Contro Marcorè, spesso amato da quegli stessi lettori, era un azzardo: come mescolare la lana con la seta, il diavolo con l’acqua santa.
Dunque si sono animati, perdendo lucidità. Premetto che anche a me Marcorè piace spesso, e pure molto. Ma ugualmente penso che l’uscita a Ballarò sia stata infelice (sbagliamo tutti, sbaglia anche lui, no?). Continua a leggere

I doppi sensi sulle donne, da Berlusconi a Marcorè

Siamo alle solite, con le bassezze rivolte alle donne: da un lato Berlusconi che, a Mirano, insiste con compiacimento nel mettere in imbarazzo una dipendente dell’azienda XY («Lei viene? Ma quante volte viene?»); dall’altro Marcorè che, a Ballarò in sostituzione di Crozza, imita Gasparri che si rivolge a Mara Carfagna con: «Fortuna che c’è aaa nostra Carfagna elettorale che… qualcosa tira sempre su».

Mara Carfagna a Ballarò

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Perché Carfagna batte Costamagna 5 a 0

Il duello fra Luisella Costamagna e Mara Carfagna andato in onda nella prima puntata di «Robinson», il nuovo programma su Rai 3 il venerdì sera, è già rimbalzato qualche centinaio di migliaia di volte su internet. Facile da prevedere: la scena riproduce il cliché «donne che litigano» (meglio se belle, una mora e una bionda), uno dei più cliccati su YouTube e Google.

Costamagna contro Carfagna

Facile anche immaginare perché la redazione di Robinson abbia deciso di inserire la scena: da quando c’è il governo Monti, i talk show stanno patendo un calo di audience che va di pari passo col calo di risse in diretta. Per lanciare il nuovo programma ci voleva qualcosa d’impatto sicuro.

Detto questo, sarebbe stato meglio che la conduttrice, nella prima puntata, portasse a casa la partita, dando prova di professionaltà e abilità di conduzione. Invece Carfagna batte Costamagna 5 a 0 perché:

  1. Carfagna si controlla meglio di Costamagna: ha una gestualità più composta (mentre l’altra si muove a scatti: vedi gli ammiccamenti del volto e i movimenti continui delle mani e della gamba accavallata), parla in modo più lento e regolare (mentre l’altra inserisce spesso la sua voce in sottofondo, la interrompe o le toglie la parola), e nel complesso Carfagna, a parte una défaillance quando dice «tassi bacchi» al posto di «tacchi bassi», riesce a formulare più spesso di Costamagna frasi complete e dotate di senso (mentre l’altra spesso lascia a metà i concetti, giocando di allusioni e presumendo che siano gli spettatori e le spettatrici a completare, complici, il senso di ciò che dice).
  2. Carfagna toglie gran parte di forza all’attacco sul «suo passato», non solo perché corregge, non smentita, alcune informazioni (non era un «calendario sexy» ma un «publiredazionale», Berlusconi non ha detto che «voleva sposarla» ma che era «una donna da sposare, che è diverso»), ma perché dice di non «rinnegare nulla del suo passato» e lo dice dall’inizio, come tante altre volte ha fatto: insistere sul punto non avrebbe più senso, ma Costamagna lo fa lo stesso, a vuoto.
  3. Poiché la conduttrice insiste, Mara Carfagna sferra il contrattacco fondamentale, in cui assimila il suo passato a quello della stessa conduttrice: «Mi ritrovo molto in alcune cose che lei dice, perché probabilmente ci sono dei percorsi comuni». Fino al colpo più duro: «Quando lei dice che Santoro le ha dato una grande possibilità, ha creduto in lei… anche in televisione avvengono cose di questo tipo, cioè carriere rapide che apparentemente vengono giustificate in base all’avvenenza della persona in questione e che poi invece dipendono dal merito, come anche nel suo caso. Anche sul suo conto ci sono stati molti pettegolezzi, ma io ho sempre pensato che lei fosse arrivata dove è arrivata non per la sua avvenenza ma per il suo merito. È una diversa impostazione».
  4. Per tutta l’intervista, Carfagna cerca di spostare la discussione dall’«immagine» (l’uso del corpo, i vestiti, i tacchi alti o bassi, i tailleur castigati o meno, l’età delle ministre) alla «sostanza» di ciò che un/a politico/a e un governo hanno fatto e fanno. Anche se il suo obiettivo è difendersi dalle allusioni sulla sua carriera, ha una ragione di fondo: «un programma di approfondimento» dovrebbe occuparsi (almeno in prevalenza) di contenuti politici e partire da informazioni ben fondate, centrando l’eventuale polemica su dati circostanziati, e non solo – o non troppo – sul gossip. Di gossip, in dosi più o meno alte, sono intrisi tutti i «programmi di approfondimento» – è vero – ma la dose di questa intervista è davvero massiccia. Il che fra l’altro stride con il modo in cui Costamagna aveva presentato il programma. Per esempio su Il Venerdì di Repubblica, a proposito di talk show aveva detto:

«Ce ne sono già tanti e fatti bene. E poi grazie al governo Monti i tempi sono cambiati e sono diverse anche le regole del dibattito in tv. Voglio occuparmi di attualità, smarcandomi dal dibattito-lite tra i soliti politici e i soliti ospiti. Più che sentire il parere di un deputato, mi interessa capire le opinioni di banchieri, pensionati, precari, sindacalisti.»

Nulla di questa buona intenzione appare nell’intervista. Al punto che Carfagna può fare il goal finale, che dal mio punto di vista è il quinto e definitivo:

«Onestamente mi aspettavo di parlare della condizione delle donne in Italia e nel mondo, e dei provvedimenti che abbiamo portato avanti, invece vedo che ancora è come se ritornassimo indietro e non si riuscissero a chiudere delle pagine che ormai fanno parte della vecchia storia del nostro paese, un po’ noiosa perché queste sono cose di cui ho parlato e riparlato in continuazione, fino allo sfinimento, mio e di chi mi ha ascoltato. […] Questo dovrebbe far parte di una trasmissione di gossip: siccome io sono venuta qui pensando che questa fosse una trasmissione di approfondimento politico, mi rifiuto di parlare di gossip, perché fa torto alla sua intelligenza, al suo spessore e alla sua autorevolezza».

Il tutto mentre Costamagna continua a chiederle, imperterrita: «Mi dica qualcosa di negativo di Berlusconi, io sono tutta orecchie e lei fa un salto rispetto alla storia che ha vissuto finora». Chiara l’intenzione di riportare indietro l’orologio del talk show, alla vecchia e cara contrapposizione a Berlusconi che sempre ha garantito l’audience. Ma a quale prezzo?

Sullo stesso tema leggi anche Loredana Lipperini e Marina Terragni.

Marco Carta contro la violenza: solo cosììì… trala-la-là

Torna anche quest’anno la campagna «Io dico NO alla violenza» promossa dal Ministro delle pari opportunità e da quello dell’istruzione già nel 2009. QUI la presentazione.

Quale violenza? Tutta: compresa – dice il protocollo d’intesa – quella «fondata su intolleranza di razza, di religione e di genere».

A questo scopo si apre la «settimana contro la violenza», in cui ogni scuola «è invitata a promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione, anche con il coinvolgimento di rappresentanti delle Forze dell’Ordine, delle associazioni e del volontariato sociale, rivolte agli studenti, ai genitori e ai docenti sulla prevenzione della violenza fisica (violenza on line, violenza contro le donne e psicologica), compresa quella fondata sull’intolleranza razziale, religiosa e di genere, con approfondimenti ed eventi dedicati».

Insomma, Carfagna e Gelmini affidano alle scuole di ogni ordine e grado il delicato compito di decidere quali iniziative organizzare per far capire a tutti – studenti, genitori e persino le forze dell’ordine –  che bisogna dire no alla violenza. E scusate se è poco. In una settimana? A zero euro? Dalle elementari alle superiori? A quanto pare sì.

Carta bianca? Non proprio: Carta… Marco. Infatti, dato il target gggiovane hanno preso come testimonial il vincitore di «Amici», di Sanremo e altro.

Nello spot si vede Marco che se ne sta a casa, a provare la canzone d’amore «Resto dell’idea»: «Solo cosììì (stona), il mio entusiasmo per te… ancora è quiiii (stona)…», ma non gli esce la nota.

Cosa c’entra «l’entusiasmo per te» col dire no alla violenza? «La violenza è sempre una nota stonata», spiega Marco. E dopo che ha detto no alla violenza, riacquista la voce.

Ma va là, povero Marco. La campagna è una roba a caso: le due ministre volevano fare qualcosa di edificante, hanno preso te perché gli hanno detto che «piaci» ai ragazzini e hai la faccia pulita, e t’hanno chiesto di fare una buona azione (spero gratis, dimmi che è gratis). Mentre nel frattempo alle scuole toglievano, oltre agli insegnanti, pure la carta igienica dai bagni.

Povero Marco. Povere scuole. E poveri tutti.

Marco Carta Io dico NO alla violenza!

Il manifesto deontologico di alcuni pubblicitari

A furia di denunciare le campagne che offendono la dignità delle donne – e più in generale delle persone – forse stiamo davvero ottenendo qualcosa. Come dicevo qualche giorno fa, le mosse dei pubblicitari per smarcarsi dalle accuse si stanno moltiplicando. E se molti mi lasciano perplessa perché fanno lo scaricabarile (vedi Pubblicitari, non dite alle donne che sono invincibili) o cavalcano l’onda solo per far parlare di sé, qualche iniziativa per fortuna è seria.

Il manifesto deontologico dell’Art Directors Club Italiano (ADCI), firmato da Pasquale Barbella, Massimo Guastini (presidente dell’ADCI) e Annamaria Testa, è intelligente, ponderato e ben scritto. È stato già approvato dagli ex presidenti dell’ADCI, sarà presentato oggi a Roma al Consumers’ Forum (corso Vittorio Emanuele II, 349, ore 10-13) in presenza di Emma Bonino e Mara Carfagna, e sarà fatto circolare nei prossimi giorni ai soci dell’ADCI, perchè tutti vi si riconoscano.

E facciano seguire le azioni alle parole.

Oltre al manifesto, mi convince il modo in cui Guastini lo commenta sul suo blog:

«Basterà? Certo che no. Serve altro, molto altro. A cominciare da una maggiore onestà intellettuale, da parte di tutti. La voglia di comprendere il “quadro” nella sua completezza, senza limitarsi a punti di vista superficiali o parziali.

Considerare solo la pubblicità significa iniziare questa “battaglia” partendo da un avamposto. Sicuramente è un obiettivo suggestivo e suggestionante, carico di simboli e significati, ma è solo una parte del problema e nemmeno la più grande.

Il mezzo più determinante nella formazione dell’immaginario collettivo è ancora la TV, in Italia. E per legge la pubblicità non può superare il 17%, vale a dire poco più di 10 minuti ogni ora. Degli altri 50 minuti non vogliamo occuparci?

Tuttavia, nel Paese in cui lo scaricabarile è lo sport più praticato dopo il calcio, noi dell’Art Directors Club Italiano possiamo e vogliamo dare un esempio importante. Per questo un manifesto deontologico.»

Mi convince molto, inoltre, la presentazione che Annamaria Testa fa oggi al Consumers’ Forum a Roma. La puoi consultare QUI su Slideshare.net. Questa è la copertina (clic per ingrandire):

Copertina presentazione Testa al Consumers' Forum

Per gentile concessione di Annamaria Testa, pui scaricare da QUI il manifesto deontologico dell’ADCI. Per tua comodità, lo riporto anche di seguito (i grassetti sono miei):

Noi soci ADCI siamo consapevoli del fatto che la comunicazione commerciale diffonde modi di essere, linguaggi, metafore, gerarchie di valori che entrano a far parte dell’immaginario collettivo: la struttura mentale condivisa e potente, tipica della culture di massa, che si deposita nella memoria di tutti gli individui appartenenti a una comunità, e ne orienta opinioni, convinzioni, atteggiamenti e comportamenti quotidiani.

Il nostro mestiere è raccontare le offerte dei nostri clienti attraverso narrazioni efficaci. Ironia, humour, paradosso, appartengono al patrimonio storico del miglior linguaggio pubblicitario. Sono, fra i molti tratti distintivi della pubblicità, forse i più popolari e apprezzati, se e quando vengono impiegati con competenza, precisione e misura.

Per questo crediamo, come professionisti e come individui responsabili, di dover assumere, condividere e promuovere un insieme di princìpi che servano da positivo fattore di sensibilizzazione e orientamento etico per chi, ogni giorno, crea e diffonde linguaggi e simboli. Ad animarci non è un intento censorio, che non ci appartiene, ma il desiderio di portare un contributo positivo alla crescita, non solo materiale ma anche culturale, di questo paese.

In questo spirito sottoscriviamo otto semplici appelli che auspichiamo possano essere raccolti e condivisi anche al di fuori dell’ Art Directors Club Italiano . Non solo dagli altri colleghi che si occupano – in vari modi – di comunicazione, ma anche dagli enti e dalle imprese per cui lavoriamo e da chiunque abbia l’opportunità, oltre che la responsabilità, di veicolare messaggi attraverso i media.

In linea generale, i princìpi cui ci ispiriamo sono già tutelati da altri organismi e, nei casi di infrazione più sospetti, dal codice civile. È nostro intento contribuire, con questo appello, a modificare modalità di comunicazione che, pur lecite formalmente, possono tuttavia favorire il consolidarsi di stereotipi negativi e il deteriorarsi della cultura collettiva.

ONESTÀ

La fiducia è uno dei pilastri su cui si fonda ogni società civile. Tradire la fiducia di altri esseri umani è una forma di inquinamento morale che rende tutti più vulnerabili. Per questo noi soci ADCI ci impegniamo a evitare espedienti retorici tesi a creare aspettative che il prodotto o il servizio pubblicizzato non sarà mai in grado di soddisfare. Fuorviare il pubblico a cui parliamo indebolisce il nostro stesso lavoro.

BELLEZZA

Noi soci ADCI ci impegniamo a lottare ogni giorno contro la trasandatezza, la sciatteria, la trascuratezza e la volgarità, virus la cui diffusione va a discapito della bellezza. «Tutti noi che per mestiere usiamo i mass media contribuiamo a forgiare la società. Possiamo renderla più volgare. Più triviale. O aiutarla a salire di un gradino». (Bill Bernbach).

APPROPRIATEZZA

Ogni volta che creiamo un messaggio noi soci ADCI ci interroghiamo sulla sua appropriatezza. I nostri messaggi entrano nelle case e nelle vite altrui: dobbiamo chiederci sempre se quello che a noi pare appropriato lo sia anche per gli altri. La vera creatività non risiede nella trasgressione distruttiva e fine a se stessa, ma nel reinventare la norma aprendole prospettive nuove e fertili.

RISPETTO

Noi soci ADCI siamo consci che con i nostri messaggi non dobbiamo mai offendere gli altrui diritti e meriti. Nemmeno quando sono i committenti a spingerci in questa direzione, perché accontentarli significherebbe procurare un danno a tutto il sistema. Se la pubblicità non rispetta gli esseri umani nella loro individualità e nella loro differenza, questi smetteranno di rispettare la pubblicità. Sta già accadendo.

CORRETTEZZA

Noi soci ADCI ci rifiutiamo di favorire con il nostro lavoro rappresentazioni gratuite di violenza, in tutte le sue forme: fisica, verbale, psicologica, simbolica, morale. Siamo contrari a promuovere direttamente o indirettamente qualunque tipo di discriminazione, in quanto è essa stessa una forma di violenza.

STEREOTIPI

Una certa dose di stereotipi è necessaria in pubblicità come in ogni forma di comunicazione di massa. Ma l’abuso di stereotipi e cliché relativi a etnie, religioni, classi sociali, ruoli e generi favorisce il consolidamento di pregiudizi e ingessa lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturalmente arretrati e quindi dannosi. Dunque occorre usare gli stereotipi con attenzione e consapevolezza, sempre chiedendosi se una soluzione alternativa non sia possibile – e migliore.

INTELLIGENZA

Il fatto che la pubblicità debba essere chiara, diretta e comprensibile a tutti non implica che debba essere stupida, né che si debba trattare da stupido il suo pubblico. Noi soci ADCI condanniamo e combattiamo il ricorso alla stupidità sia come espediente retorico, sia come scorciatoia per guadagnare facili consensi. Difenderne l’utilità a fini comunicativi è un alibi cinico e mediocre, tipico di chi disprezza i suoi simili e di chi è incapace di produrre o riconoscere idee nuove. Per ridurre ciò che è complesso a semplice, senza essere semplicisti e conservandone tutta la ricchezza, occorre – parola di Bertrand Russell – la dolorosa necessità del pensiero.

PUDORE

Consideriamo la sessualità libera da condizionamenti un grande valore, per la donna e per l’uomo. Il nudo in sé non può recare offesa, come l’arte stessa ci ha insegnato attraverso innumerevoli esempi. Ma giudichiamo profondamente scorretto ridurre i corpi umani a oggetto sessuale da abbinare a un prodotto in modo incongruo e pretestuoso, al solo scopo di rendere quest’ultimo desiderabile. Questo schema pavloviano è, oltre che inefficace nel promuovere l’autonomo valore del prodotto, immorale, perché svilisce l’esperienza e l’identità umana.

Sciacallaggio politico-mediatico

Fra i commenti sul blog di Rainews 24, ieri mattina ho pescato quello di Fabrizio, che a proposito del disastro in Abruzzo dice:

«Sono abruzzese, della provincia dell’Aquila ma vivo in Veneto. Quando accadono queste tragedie i politici non dovrebbero mai parlare. L’unico che dovrebbe farlo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale. Le notizie dovrebbero essere fornite da chi coordina i soccorsi: Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, ecc.

Non è giusto:

1. guardare in televisione il ministro Carfagna parlare di come il suo Ministero sia vicino alle donne colpite dal disastro;

2. sentire il ministro Gelmini rassicurare la popolazione che i ragazzi non perderanno l’anno scolastico;

3. che i ministri Maroni, Matteoli e il presidente Berlusconi partano da Roma con un aereo o con una macchina che poteva essere usata per portare medicine, sangue, acqua, utili a salvare anche solo una persona;

4. che tutte queste persone vadano in TV a dire che offrono il loro sostegno, e che lo dicano vestiti in giacca e cravatta davanti a una telecamera.

Non sono solo queste le cose ingiuste. Ma adesso parlare non serve più.»

L’opinione di Fabrizio è molto radicale e un po’ utopistica: i politici devono comunque svolgere un ruolo di rappresentanza, sui media e in loco. Il loro totale silenzio, oltre che impossibile, sarebbe un errore. Ma il commento esprime un disagio che tutti abbiamo provato guardando la tv generalista di questi giorni, ed è per questo che l’ho scelto.

Insomma parlare si deve, il problema è come. E con quali obiettivi.

E allora diciamolo senza mezzi termini: è da lunedì che il confine fra la notizia e la sua strumentalizzazione di parte viene sistematicamente violato. Anzi, se hai eccezioni positive da segnalare, ti prego di farlo subito, perché ho la nausea da due giorni e mi piacerebbe attenuarla.

Il colmo è questo sfoggio di ascolti e share da parte del Tg1 delle 13.30 di ieri, da molti segnalato su Facebook.

Un’etero al Gay Pride

Io purtroppo al Gay Pride non c’ero, perché fuori Bologna per un impegno preso da tempo. Allora ho cercato (e sto cercando) in rete un po’ di racconti.

Fra i tanti, la mia amica Rowena ha guardato le cose con occhi che potevano essere i miei. Copio e incollo dal suo blog:

«I miei complimenti più sentiti ai giornalisti di Repubblica Bologna, che all’indomani del Gay Pride sono riusciti solo a inserire nel titolo della prima pagina “Gravi insulti alla Chiesa”.

Io c’ero, e di insulti alla chiesa non ne ho sentiti, né ho visto cartelli blasfemi. Forse ho bisogno di una visita dall’oculista e di un giro dall’otorino, ma giuro che ho tenuto orecchie e occhi aperti al mio primo Gay Pride, perché non volevo davvero perdermi nulla.

Così oggi posso dire che ho visto un sacco di gente colorata e con la voglia di esserci. Ho visto giovani e meno giovani che pacificamente marciavano e ballavano al suono di vecchie hit della Carrà (che lo so che ad alcuni può sembrare un crimine ma, vi assicuro, non lo è).

Ho visto un cartello che diceva “Veltroni, di’ qualcosa di gay”, e mi sono sentita di condividerlo.

Ho visto i gruppi di gay cattolici, e quelli che un po’ ce l’avevano con la Carfagna. Ho visto le butch e le monelle e gli orsacchiotti e gli atei e gli agnostici razionalisti. Ho visto il gruppo di Amnesty international, qualche drag queen sfilare con grande nonchalance su stiletti tacco 12 e qualche altra drag queen sfilare con grande nonchalance a piedi nudi e col tacco 12 in mano, stremate dal caldo e dagli equilibrismi.

E poi ho visto un papà che dal carro dell’AGEDO ripeteva infaticabile “Lesbiche, trans o gay, son sempre figli miei” tra gli applausi della folla. Non lo nascondo, mi è venuto il magone in gola e ho pensato che valeva la pena essere lì.

Peccato però che non ci fosse nemmeno un giornalista serio in giro…
Rowena (gay for a day)»