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Scienze della Comunicazione: amenità contro dati

Martedì sera, a Ballarò, Mariastella Gelmini ha dichiarato che la riforma della scuola ha voluto dare «peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale», perché il ministero ritiene che «piuttosto che tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni (sic) o in altre amenità, servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro». Infatti, ha aggiunto, i corsi in «scienze delle comunicazione non aiutano a trovare lavoro», perché «purtroppo sono più richieste lauree di tipo scientifico, lauree che in qualche modo servono all’impresa» e «questi sono i dati».

Sollecitata da molti studenti e dottorandi – alcuni arrabbiati, altri avviliti – e da molti ex studenti del settore della comunicazione che lavorano da anni, sono andata a vedermi i dati.

Ho consultato innanzi tutto quel meraviglioso strumento on line che è Almalaurea: oltre ad avere un’interfaccia di rara semplicità, ha un database che restituisce in pochi secondi (provare per credere) i risultati di qualunque ricerca. Ho poi parlato con Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, che mi ha inviato un suo articolo sul rapporto fra le lauree in comunicazione e il mercato del lavoro italiano, appena uscito su Comunicazionepuntodoc, n°3, dicembre 2010, pp. 35-42. Eccolo: «Laureati per comunicare», di Andrea Cammelli.

Cosa emerge dai dati? L ‘opposto di quanto detto da Maria Stella Gelmini: i laureati del settore della comunicazione lavorano in media più degli altri.

Cammelli ha confrontato la situazione dei laureati del 2008 (post-riforma 3+2), intervistati dopo un anno, con quella dei laureati del 2004 (pre-riforma 3+2), interrogati a 5 anni dalla laurea. Come premessa va detto che, data la crisi dell’ultimo biennio, la situazione del 2009, confrontata con quella del rapporto precedente, è più preoccupante per tutti, anche per coloro che escono dalle cosiddette «lauree forti» come Ingegneria e Economia.

A parte questo, dall’osservatorio Almalaurea emerge innanzi tutto che i laureati del 2004 in Scienze della Comunicazione, a cinque anni dalla laurea, lavorano nell’87% dei casi, mentre la media nazionale è dell’82%.

Anche i neolaureati triennali in Scienze della Comunicazione del 2008 lavorano più  della media nazionale: 49% contro 42,4%.

Quanto alle lauree specialistiche nel settore della comunicazione (Cammelli ha preso in esame le classi di laurea in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo, Pubblicità e comunicazione d’impresa, Teoria della comunicazione, Scienze della comunicazione sociale e istituzionale), anche qui i dati confortano i comunicatori: 60% di occupati nel settore della comunicazione, contro il 57% della media nazionale.

Se infine guardiamo al profilo dei laureati specialistici nella stesse lauree, scopriamo che gli studenti del settore della comunicazione si laureano prima degli altri (a 26,6 anni contro i 27,3 del complesso), hanno svolto periodi di studio all’estero nel 15% dei casi (come la media degli altri), ma hanno fatto molti più tirocini e stage durante gli studi e conoscono l’inglese più degli altri.

Tuttavia le note dolenti per i comunicatori ci sono: maggiore precarietà e stipendi più bassi. Il 33% dei laureati in Comunicazione nel 2004 hanno ancora un lavoro precario, contro una media nazionale del 24%; e percepiscono uno stipendio lievamente più basso: 1.279 euro mensili netti contro i 1.328 del complesso.

Anche il laureati triennali del 2008 hanno gli stessi svantaggi: fra quelli che lavorano, il 42% è precario, contro il 40% della media nazionale; inoltre lo stipendio medio di un neolaureato in Comunicazione nel 2008 è di 973 euro mensili netti, contro 1.020 della media nazionale.

Insomma, che i laureati in comunicazione siano meno richiesti è stereotipo, non realtà.

Certo, il mercato del lavoro li valorizza meno, mantenendoli più a lungo nel precariato e pagandoli meno. Ma è da oltre dieci anni che gli studenti (e i docenti) del settore della comunicazione sopportano pregiudizi negativi sul loro conto e battute del tipo «scienze delle merendine» e «altre amenità».

Non possiamo pensare che gli stereotipi e i pregiudizi negativi non influiscano nella decisione delle imprese su stipendi e stabilizzazione del lavoro. È infatti anche a causa di questi pregiudizi che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda. La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, lo fa prima con l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa».

È anche la somma e ripetizione di queste decisioni a creare un mercato di stipendi più bassi e precarizzazioni più frequenti. E il circolo vizioso è fatto.

In questo senso, dunque, l’uscita del ministro Gelmini è stata infelice: contribuisce ad alimentare un pregiudizio che nuoce a un profilo professionale di cui il mercato ha molto bisogno. Speriamo che, dati alla mano, l’uscita infelice possa quantomeno essere corretta.

Il linguaggio oscillatorio di Bersani

Il linguaggio di Pier Luigi Bersani oscilla, a cadenze ormai regolari, fra questi due estremi: il burocratese e il turpiloquio.

Nei primi mesi dopo la nomina a segretario del Pd, si limitava al burocratese. Il che era in curiosa contraddizione col fatto che Bersani fosse stato presidente della Regione Emilia-Romagna proprio negli anni in cui – dal 1993 al 1996 – questa cominciò a sburocratizzare il suo modo di comunicare con i cittadini.

L’avevamo commentato in questo post:

La doppia negazione di Pier Luigi Bersani, 12 gennaio 2010

Da un certo momento in poi, però, Bersani (o chi per lui) deve aver pensato che bisognava avvicinare il suo linguaggio a quello della «gente». Ottima intenzione. Allora deve aver pensato (lui o chi per lui) che introdurre ogni tanto una parolaccia poteva essere un buon modo. Pessima soluzione.

Ricordi quando, il 22 maggio, chiuse l’Assemblea Nazionale del Pd dicendo che Mariastella Gelmini «rompe i coglioni» agli insegnanti? Ne parlammo qui:

Bersani, il turpiloquio e la Gelmini, 24 maggio 2010

Un altro esempio è di pochi giorni fa, il 2 settembre. Nel discorso di inaugurazione della nuova sede fiorentina del Pd regionale, Bersani ha detto che «il berlusconismo fa regredire la politica alla fogna»:

Vodpod videos no longer available.

Il problema, come ho detto in altre occasioni, non è il turpiloquio: le parolacce possono essere usate in politica – anche da chi non ne fa una cifra stilistica – se hanno una funzione e una pregnanza nel contesto in cui sono usate. Se aggiungono impatto emotivo a contenuti precisi.

Ma il turpiloquio di Bersani è una pessima soluzione perché:

(1) Abbassa ulteriormente i toni già infimi della comunicazione politica italiana, che preferisce l’insulto all’argomentazione e alla presentazione pacata di contenuti e programmi.

(2) Non è originale, ma scimmiotta i peggiori trucchetti demagogici di Bossi, Grillo e Di Pietro.

(3) Regala agli avversari più accorti l’opportunità di replicare facendo i signori. Fece un figurone la Gelmini a maggio («Non commento, siamo qui per discutere di cultura e legalità»), e altrettanto hanno fatto qualche giorno fa Bondi («Se un uomo politico come Bersani giunge ad esprimersi con tali sorprendenti parole vuol dire che il Pd ha cessato di esistere politicamente») e Cicchitto («La politica diventa una fogna quando un segretario di partito parla in questo modo»).

(4) Non soppianta, infine, il burocratese ma vi si aggiunge come un corpo estraneo, cioè non trasforma Bersani in un Bossi di sinistra, ma crea un pasticcio comunicativo che disorienta gli elettori.

Non a caso lo stesso Bersani, forse intuendo che qualcosa non va, il giorno dopo l’uscita della «fogna», alla festa nazionale di Alleanza per l’Italia, è tornato indietro: «Ieri forse ho usato una parola un po’ forte, ma si può arrivare a livelli di avvilimento totale». Oscillazione, appunto.

Traduco con parole mie: «Scusate se ogni tanto parlo male, ma sono molto depresso». 😀

Bersani, il turpiloquio e la Gelmini

Sabato 22 maggio Pier Luigi Bersani ha chiuso l’Assemblea Nazionale del Pd proponendo una «figura eroica»: quella degli insegnanti di scuola, che inseguono i disagi sociali e i bisogni di tutti i ragazzi a costo di enormi sacrifici.

Bella chiusura, molti elettori del Pd avranno pensato: finalmente una «cosa di sinistra». Retorica, certo, perché non corredata da proposte concrete a favore della scuola. Ma le chiusure sono tutte retoriche, no? Già.

Peccato che Bersani abbia aggiunto: «mentre la Gelmini gli rompe i coglioni». Agli insegnanti eroi.

Ma come? mi lamento che Bersani parla burocratese e poi m’indigno se per una volta usa un’espressione colloquiale?

Il problema non è il turpiloquio, né tanto meno il linguaggio colloquiale: le parole vanno usate tutte, incluse le parolacce, se hanno una funzione e una pregnanza nel contesto in cui sono usate. Se aggiungono impatto emotivo senza offendere nessuno.

Ma la parolaccia di Bersani menziona metaforicamente un attributo maschile e lo riferisce a una donna. Risultato: volgarità gratuita, di sapore vagamente maschilista, in un periodo in cui la disparità di genere è sulla bocca di tutti. E per giunta offre al ministro Gelmini l’occasione di rispondere con stile.

Prendi infatti, da un lato, la risposta che ieri ha dato Mariastella Gelmini, a Palermo per la manifestazione in memoria della strage di Capaci: «Non commento, siamo qua per discutere di cultura della legalità e non di altro» e confrontala, dall’altro lato, con la controreplica che il Pd ha affidato a Giovanni Bachelet:

«Il numero di entusiastici messaggini spediti da amici e parenti insegnanti subito dopo le parole di Bersani sulla scuola suggerisce che la scelta di definirli eroi del nostro tempo, malgrado l’espressione birichina che sintetizzava il più volte dichiarato disprezzo del ministro verso il loro lavoro considerato un ammortizzatore sociale, rallegra molte persone per bene».

Morale della favola: mentre gli «amici e parenti» di Bachelet lodano e imbrodano il «birichino», Gelmini svetta su tutti i media per signorilità.

Sapeva, Bersani, di fare un regalo del genere alla sua avversaria?


Sciacallaggio politico-mediatico

Fra i commenti sul blog di Rainews 24, ieri mattina ho pescato quello di Fabrizio, che a proposito del disastro in Abruzzo dice:

«Sono abruzzese, della provincia dell’Aquila ma vivo in Veneto. Quando accadono queste tragedie i politici non dovrebbero mai parlare. L’unico che dovrebbe farlo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale. Le notizie dovrebbero essere fornite da chi coordina i soccorsi: Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, ecc.

Non è giusto:

1. guardare in televisione il ministro Carfagna parlare di come il suo Ministero sia vicino alle donne colpite dal disastro;

2. sentire il ministro Gelmini rassicurare la popolazione che i ragazzi non perderanno l’anno scolastico;

3. che i ministri Maroni, Matteoli e il presidente Berlusconi partano da Roma con un aereo o con una macchina che poteva essere usata per portare medicine, sangue, acqua, utili a salvare anche solo una persona;

4. che tutte queste persone vadano in TV a dire che offrono il loro sostegno, e che lo dicano vestiti in giacca e cravatta davanti a una telecamera.

Non sono solo queste le cose ingiuste. Ma adesso parlare non serve più.»

L’opinione di Fabrizio è molto radicale e un po’ utopistica: i politici devono comunque svolgere un ruolo di rappresentanza, sui media e in loco. Il loro totale silenzio, oltre che impossibile, sarebbe un errore. Ma il commento esprime un disagio che tutti abbiamo provato guardando la tv generalista di questi giorni, ed è per questo che l’ho scelto.

Insomma parlare si deve, il problema è come. E con quali obiettivi.

E allora diciamolo senza mezzi termini: è da lunedì che il confine fra la notizia e la sua strumentalizzazione di parte viene sistematicamente violato. Anzi, se hai eccezioni positive da segnalare, ti prego di farlo subito, perché ho la nausea da due giorni e mi piacerebbe attenuarla.

Il colmo è questo sfoggio di ascolti e share da parte del Tg1 delle 13.30 di ieri, da molti segnalato su Facebook.

Guzzanti/Gelmini si prepara per andare su YouTube

Da qualche giorno sul canale YouTube di Mariastella Gelmini è stato linkato – e commentato con la scritta «Finale strepitoso» – un video in cui appare l’imitazione di Caterina Guzzanti.

È la gag andata in onda a “Parla con me” due domeniche fa, con la Guzzanti che metteva in scena un presunto backstage del primo video, in cui Gelmini faceva le prove di presentazione del canale YouTube.

Evidentemente, qualcuno nello staff del ministro deve aver capito che una regola fondamentale, nella comunicazione di un personaggio pubblico, è fare buon viso al cattivo gioco delle imitazioni e caricature.

Se non hai visto quel pezzo in tv, goditelo qui: è tutto strepitoso, non solo il finale.

Due Gelmini in coppia su YouTube

La Rete degli studenti medi mi segnala una parodia del primo video di Mariastella Gelmini (quello in cui presentava il suo canale YouTube).

Con freschezza e semplicità, questi ragazzi hanno colto alcuni tratti di impostazione e artificialità nei gesti e nelle espressioni facciali del ministro, e li hanno trasformati in una simpatica caricatura.

(Manca solo il dondolio del corpo…).

🙂

Mariastella Gelmini su YouTube: il secondo video

È apparso sabato 13 dicembre, con qualche giorno di ritardo rispetto alle promesse (accanto al primo video – discusso QUI – c’era scritto: «Raccoglierò le videodomande fino a mercoledì e poi giovedì risponderò»).

Perdonabile il lieve ritardo (sabato e non giovedì). Meno perdonabile che Gelmini non abbia usato il video per dare le risposte che aveva promesso. Mi spiego.

È vero che, nella settimana fra il primo e secondo video, era stata pubblicata una lista di FAQ, ma ora non c’è più (a proposito, qualcuno l’ha conservata? mi mangio le mani per non averlo fatto…) ed è stata sostituita dal copiancolla di un’intervista sul Giornale. Inoltre, su YouTube si dovrebbe comunicare per video e non per iscritto, no?

Insomma, Gelmini avrebbe dovuto come minimo:

(1) rivolgersi ai cittadini e alle cittadine: agli insegnanti, ai genitori, agli studenti («Ho deciso di aprire un canale su YouTube perché intendo confrontarmi con voi sulla scuola e sull’università», aveva annunciato la settimana scorsa);

(2) chiarire i punti più controversi delle sue leggi (o comunque quelli su cui il Ministero vuole essere più persuasivo), costruendo ogni affermazione e argomentazione come fossero la risposta a una domanda scelta fra le più frequenti e significative;

(3) organizzare le risposte in blocchetti tematici da rilasciare su YouTube a episodi, costruiti in modo tale che ciascuno faccia venir voglia di vedere quello successivo.

Invece Gelmini che fa?

(1) All’inizio ringrazia chi le ha scritto, ma – brutto segno! – lo fa in terza persona, senza rivolgersi a loro direttamente: «Vorrei innanzi tutto ringraziare coloro che mi hanno fatto pervenire proposte, video di risposta, insomma moltissimi messaggi su come migliorare la scuola e l’università».

(2) Poi esalta il mezzo: «Credo davvero che YouTube rappresenti un canale per un confronto costante e costruttivo sul mondo della scuola e dell’università stessa», confermando così le migliori aspettative sul dialogo con i cittadini che vorrebbe avviare.

(3) Detto questo, la prima delusione: è ai giornalisti che si rivolge, non ai cittadini: «Ma vorrei tornare sul fatto del giorno: oggi i giornali parlano di una presunta marcia indietro del governo sul tema del maestro unico e del tempo pieno. Vorrei rassicurare tutti [i giornalisti e i cittadini, ancora una volta chiamati in causa con la terza persona] sul fatto che il maesto unico rappresenta il modello educativo per la scuola elementare […] e il governo non ha nessuna intenzione di cambiare idea».

(4) Per quanto riguarda uno degli interrogativi più spesso sollevati – come si concilia il maestro unico con il tempo pieno? – seconda delusione: Gelmini non spiega, ma si appella al principio di autorità: «come sempre sostenuto dal presidente Berlusconi, questo modello educativo [il maestro unico] è perfettamente compatibile con il tempo pieno».

(5) Dopo aver detto – in pratica – che dobbiamo fidarci di lei perché lo dice Berlusconi, arriva la terza delusione: ancora una volta Gelmini ci trascura e si rivolge «alla sinistra»: «Per sei mesi abbiamo assistito alle polemiche della sinistra che gridava alla chiusura del tempo pieno, al fatto che dovrebbero essere le famiglie a pagarlo; in realtà nulla è cambiato: grazie a un migliore impiego delle risorse siamo in grado di aumentare il numero delle classi a tempo pieno».

(6) Dopo la sinistra, tocca al sindacato: «Quindi mi fa piacere che al tavolo coi sindacati sia pervenuta ieri un’apertura, una disponibiltà al confronto che il governo assolutamente incoraggia».

(7) Infine, dopo aver ribadito per l’ennesima volta di credere nel dialogo («da quando mi sono insediata credo nel dialogo, nella necessità di cambiare insieme la scuola»), Gelmini si smentisce propinandoci un monologo in politichese su alcuni punti del suo programma, fra cui «una riforma del sistema di reclutamento degli insegnanti, a cui dobbiamo un avanzamento di carriera per merito e non per anzianità» e una revisione del «sistema della governance per affermare una reale autonomia».

Ma l’attenzione ai cittadini dove sta?

E le loro domande?

Perché nessuno ha spiegato al ministro che su YouTube vige il modello della conversazione? E che le persone si interpellano direttamente?