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Berlusconi manterrà le promesse a Lampedusa? Lo capiremo in pochi giorni

Il Berlusconi di ieri a Lampedusa sembrava tornato ai fasti comunicativi di dieci anni fa: ha promesso di liberare l’isola dai tunisini in 48, massimo 60 ore; ha promesso di candidarla per il Nobel per la pace; ha promesso, con più cautela, che lavorerà per la realizzazione di un campo da golf e una nuova scuola.

Infine, per rendere più credibili le sue parole, ha dichiarato di aver comprato una villa a Cala francese (sulla costa sud est), in modo che d’ora in poi curare gli interessi di Lampedusa sarà tutt’uno col curare i propri: «E domani la sinistra parlerà di conflitto di interessi. Bene! Faremo i nostri interessi!».

Poi, in conferenza stampa, le promesse si sono moltiplicate: ha detto di voler concedere a Lampedusa una «moratoria fiscale, previdenziale e bancaria almeno per un anno, finalizzata a trasformarla in zona franca»; ha sottolineato che l’isola deve puntare sul turismo e anche in questo sarà aiutata, con «servizi in tv pro isola di cui abbiamo incaricato Rai e Mediaset»; ha persino promesso di fare realizzare un casinò, di rinverdire l’isola (brulla dalla seconda metà del 1800) e ridipingerne le case, suggerendo tinte simili a quelle di Portofino.

Su questa performance le polemiche si sono già sprecate: c’è chi l’ha vista come un modo per distrarre l’attenzione dal fatto che il parlamento dibatteva il processo breve, chi ha parlato di fantapolitica, chi ha paragonato le promesse di Lampedusa a quelle di Napoli sui rifiuti e dell’Aquila per la ricostruzione dopo il terremoto. Pure gli abitanti di Lampedusa si sono spaccati fra quelli che non ci credono e quelli che invece vogliono fidarsi.

Che ne penso? Lo show – a parte una lieve incertezza sul nome di Cala francese, non adatta a uno che vuol farsi lampedusano – è stato impeccabile. Talmente sopra le righe da non essere nemmeno offensivo per i lampedusani: ostentare ricchezza e potere serviva a rendere credibile l’intervento dall’alto; le barzellette e le battute servivano a sciogliere la tensione; la visita alla villa a dare concretezza domestica all’acquisto. E potrei continuare con altri dettagli.

Niente a che vedere, insomma, con i tempi sbagliati del Berlusconi di Magica Italia, che abbiamo discusso pochi giorni fa. Né con il Berlusconi incartato dei video successivi allo scandalo Ruby.

Eppure, l’analogia con Napoli e L’Aquila è corretta. In che senso? Tutto dipende da cosa accadrà nelle prossime 48-60 ore. Se l’isola sarà effettivamente liberata dai migranti in pochi giorni (si può concedere un lieve ritardo), Berlusconi passerà per uno che mantiene le promesse. Ebbene sì, anche se tutto il resto non sarà fatto.

Far sparire i tunisini basterà infatti a spegnere i riflettori sull’isola. Dopo di che, a chi importerà se i lampedusani non avranno la moratoria sulle tasse, non saranno candidati al Nobel, non avranno il campo da golf, il casinò né tanto meno – cosa peggiore  – la scuola che chiedono da anni?

Esattamente ciò che accadde ai rifuti di Napoli e alle case consegnate a L’Aquila: poche azioni immediate sotto i riflettori e poi niente. Ma la maggioranza degli italiani non ci fanno più caso, anche se l’opposizione, le inchieste giornalistiche, i blog ci tornano sopra a ripetizione.

Dunque? La probabilità che Lampedusa sia sgombrata in pochi giorni è abbastanza alta. Se non intervengono altri imprevisti dal nord Africa, beninteso. D’altra parte, pensaci: l’arrivo di navi per portar via 10.000 tunisini – previsto per ieri – era stato già annunciato dal ministro Maroni giorni fa. Infatti sono arrivate. E le trattative con la Tunisia per bloccare il flusso sono cominciate da giorni.

Dunque Berlusconi non ha promesso niente: ha solo descritto qualcosa che sta già accadendo. Il resto è scenografia.

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Sciacallaggio politico-mediatico

Fra i commenti sul blog di Rainews 24, ieri mattina ho pescato quello di Fabrizio, che a proposito del disastro in Abruzzo dice:

«Sono abruzzese, della provincia dell’Aquila ma vivo in Veneto. Quando accadono queste tragedie i politici non dovrebbero mai parlare. L’unico che dovrebbe farlo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale. Le notizie dovrebbero essere fornite da chi coordina i soccorsi: Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, ecc.

Non è giusto:

1. guardare in televisione il ministro Carfagna parlare di come il suo Ministero sia vicino alle donne colpite dal disastro;

2. sentire il ministro Gelmini rassicurare la popolazione che i ragazzi non perderanno l’anno scolastico;

3. che i ministri Maroni, Matteoli e il presidente Berlusconi partano da Roma con un aereo o con una macchina che poteva essere usata per portare medicine, sangue, acqua, utili a salvare anche solo una persona;

4. che tutte queste persone vadano in TV a dire che offrono il loro sostegno, e che lo dicano vestiti in giacca e cravatta davanti a una telecamera.

Non sono solo queste le cose ingiuste. Ma adesso parlare non serve più.»

L’opinione di Fabrizio è molto radicale e un po’ utopistica: i politici devono comunque svolgere un ruolo di rappresentanza, sui media e in loco. Il loro totale silenzio, oltre che impossibile, sarebbe un errore. Ma il commento esprime un disagio che tutti abbiamo provato guardando la tv generalista di questi giorni, ed è per questo che l’ho scelto.

Insomma parlare si deve, il problema è come. E con quali obiettivi.

E allora diciamolo senza mezzi termini: è da lunedì che il confine fra la notizia e la sua strumentalizzazione di parte viene sistematicamente violato. Anzi, se hai eccezioni positive da segnalare, ti prego di farlo subito, perché ho la nausea da due giorni e mi piacerebbe attenuarla.

Il colmo è questo sfoggio di ascolti e share da parte del Tg1 delle 13.30 di ieri, da molti segnalato su Facebook.

Mille volti per Saviano

Sono tantissime le manifestazioni di solidarietà che Roberto Saviano ha ricevuto nei giorni scorsi: dalla raccolta di firme indetta dai premi Nobel su Repubblica, a una maratona di lettura di Gomorra organizzata dalla trasmissione Fahrenheit di Radio 3. Puoi leggere QUI i ringraziamenti che Saviano ha scritto oggi.

Fra le tante iniziative, questa mi ha colpita di più.

Gli allievi delle sezioni di grafica pubblicitaria dell’Istituto professionale Mattei di Caserta, coordinati dal professor Emanuele Abbate, hanno ricostruito il volto di Roberto componendo assieme le foto di un migliaio di cittadini casertani che hanno voluto manifestare solidarietà allo scrittore “mettendoci la faccia”.

Il manifesto è affisso da qualche giorno a Caserta ed è patrocinato dall’Amministrazione Provinciale.

Perché questa iniziativa mi piace più di altre?

Perché viene dagli studenti di una scuola.

Perché fotocomporre il volto di Roberto usando quelli di cittadini comuni vuol dire rispondere a quanti – come il ministro Maroni – hanno ricordato nei giorni scorsi che Saviano non è l’unico simbolo contro la camorra: certo non è l’unico, vuol dire, ma tutti gli altri sono con lui.

Perché il manifesto è affisso nel territorio incriminato e le facce sono del luogo: ci vuole più coraggio, per chi vive da quella parti, a farsi fotografare col rischio di essere riconosciuti, che a mettere una firma qualunque sul sito di Repubblica.

Risultato: la sfida alla criminalità organizzata è molto più forte.

Per vedere il manifesto, fai clic qua sotto.