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La nuova Barbie: viva la diversità. Saranno capaci di andare oltre?

The evolution of Barbie

Che Barbie stesse cambiando l’avevamo già notato cinque anni fa. Un po’ alla volta, quasi con timore, Mattel è arrivata a valorizzare la diversità nei corpi femminili (alti, bassi, rotondi, magri), nel colore della pelle (bianca, bianchissima, nera, nerissima), nel tipo e colore di capelli (ricci, lisci, lunghi, corti, neri, rossi, biondi), nei lineamenti del viso (occhi grandi e piccoli, occidentali e orientali, bocche carnose e non, zigomi alti e non). Bene. Finalmente. Ce l’hanno fatta. Il prossimo passo dovrebbe Continua a leggere

Torna la Barbie disabile

Un’altra Barbie dopo quella di Greenpeace discussa qualche giorno fa: Barbie in sedia a rotelle (o meglio, una sua amica di nome Beckie) che Mattel produsse nel 1997 e che è stata ripresa il mese scorso da una campagna della Fondazione I Care, che si occupa di solidarietà sociale.

La campagna – segnalatami da Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) – è composta da quattro pannelli, in ciascuno dei quali appare una Barbie: seduta mentre si fa pettinare, nelle vesti di ballerina e in quelle di tennista, sempre accompagnata dalla headline «Un giorno della mia vita. Yes I Care». L’ultimo pannello, però, è diverso, perché Barbie sta su una sedia a rotelle e la headline dice «Tutti possiamo diventare disabili. Ma ognuno di noi può aiutare. Disabili, non diversi. Yes I Care» (clic per ingrandire).

Campagna Fondazione I Care

Barbie disabile

Come nel 1997, anche stavolta Barbie disabile fa discutere: il problema è l’inquietudine generata dal contrasto fra l’idealizzazione del corpo di Barbie e la disabilità a cui quel corpo è di colpo costretto. È questo che disorienta i più e induce i media a parlare di «campagna shock». Come se accostare la disabilità alla perfezione plastificata di Barbie fosse un insulto per chi è disabile.

Ora, non ho mai amato il giocattolo – né quand’ero piccola, né tanto meno da adulta – e non avrei mai fatto questa scelta, se avessi potuto decidere per la Fondazione I Care: innanzi tutto per non reiterare un modello che sarebbe meglio un po’ alla volta far sparire, e poi perché non c’è nulla di interessante né di creativo in una comunicazione che recupera un vecchio “scandalo” del 1997.

Tuttavia, che ci piaccia o no, Barbie è da ben 53 anni un modello fisico con cui tutti dobbiamo fare i conti: dai giochi delle bimbe al cinema, dalla televisione ai videogiochi, dalla pubblicità alla letteratura. In un mondo intriso di Barbie, dunque, la campagna non offende affatto le persone disabili, anzi le include, le fa sentire come gli altri.

È come se ci dicesse: «Posto che Barbie è la normalità, tutti possiamo – per malattia o incidente – diventare disabili e restare lo stesso persone normali, proprio come Barbie resta identica, immutabile, pure sulla sedia a rotelle. E anche chi è disabile dalla nascita può, esattamente come tutti gli altri, confrontarsi col modello fisico di Barbie, amarlo o odiarlo, esserne attratto o inorridito».

La Barbie assassina di Greenpeace

Ieri Renata mi ha segnalato l’ultima campagna internazionale di Greenpeace, contro la Mattel: pare che l’azienda contribuisca alla deforestazione dell’Indonesia, perché trae la carta per il packaging dei giocattoli dalla foresta pluviale indonesiana.

Foreste e torbiere ricche di carbonio, specie animali come la tigre e l’orango rischiano l’estinzione per le confezioni di Barbie, Ken e del variegato mondo di accessori che li accompagna.

Peccato che Greenpeace, per attirare l’attenzione sul problema, si sia inventata la «breaking news» di Ken che decide di mollare la fidanzata («Barbie, it’s over!») dopo aver scoperto che è una serial killer, una feroce assassina di oranghi, tigri e foreste.

Peccato che sia tutta colpa di Barbie, insomma, quando invece è pure per incartare Ken che si distruggono le foreste indonesiane. E peccato che Ken sia rappresentato come un gay isterico e un po’ scemo, perché ora Greenpeace può essere accusata di doppio sessismo: contro le donne e contro i gay.

Avrebbero potuto pareggiare la partita, mostrandoli entrambi assassini. Avrebbero potuto rompere gli stereotipi. Invece no: caricatura di gay e caricatura di donna assassina. Strano, per Greenpeace: di solito sono comunicatori più astuti.

Lo spot italiano:

Lo spot inglese:

Il videopost di Renata, che accusa Greenpeace di sessismo:

 

Il salto di Barbie

Eleonora mi segnala l’ultimo spot di Barbie, che Mattel sta mandando in onda per le feste natalizie.

È chiaro il tentativo di Mattel di riposizionare Barbie, offrendone un’immagine meno tradizionale per riguadagnare terreno nei confronti delle Winx, che da anni l’hanno superata fra le preferenze delle bambine. È chiaro però che Mattel deve mediare con l’immaginario rosa a cui è associata la bambola: vestiti, trucco, principesse, ballerine, e così via.

Perciò tutte le più svariate professioni che la bambina può sognare (oltre 125, dice il payoff) sono mediate dal volteggio in tutù. E tutto finisce nel salto di Barbie, grazie al quale la bimba ballerina diventa tutt’uno con lei.

Un momento di passaggio, dunque. Che non sarà mai completo finché il corpo di Barbie resta identico.

Buon Natale! 😀

 

 

Bratz e Winx a confronto

Le Bratz sono bambole prodotte dalla statunitense MGA Entertainment e diffuse sul mercato internazionale a partire da giugno 2001. Il successo di vendite oscurò la storica Barbie della Mattel, inducendo una produzione massiccia di gadget, cartoni, film, videogiochi, musica.

Winx Club è una serie di cartoni animati ideata, sceneggiata e diretta da Iginio Straffi, amministratore delegato dello studio italiano Rainbow SpA, che la produce. Il cartone, distribuito in Italia da gennaio 2004, è da allora un successo internazionale e ha ispirato un musical, un fumetto, un film di animazione e, come le Bratz, un fittissimo merchandising (abbigliamento, accessori, figurine).

Sul confronto delle Winx con le Bratz (che vuol dire «ragazzacce»), Iginio Straffi precisò subito: «Winx Club sono la versione pulita delle Bratz, le nostre sono storie da educande» (La Repubblica, 24 aprile 2004).

In realtà, come evidenziò Loredana Lipperini in Ancora dalla parte delle bambine, Bratz e Winx traducono in plastica, nylon e glitter lo stesso corpo iperfemminile: capelli lunghissimi, bocca carnosa, punto vita strettissimo, gambe ancora più lunghe e sottili di quelle già sproporzionate di Barbie.

Una femminilità ancora più estrema e irreale di Barbie, insomma, a dispetto di quanti hanno visto in loro una liberazione dal vecchio modello.

Sulle due bambole Irene Montagnana ha scritto una tesi di fine triennio, discussa il 9 luglio scorso, concentrandosi, oltre che sulla rappresentazione del corpo, sul confronto fra i lungometraggi «Bratz» e Winx. Il segreto del regno perduto, usciti nel 2007. Illuminante è la conclusione con cui Irene smaschera, in entrambi i film, «l’ipocrisia nel mettere continuamente in risalto la bellezza interiore e le diversità nel modo di essere degli individui, dopo aver dato continuamente importanza per tutta la durata delle pellicole alla bellezza esteriore e all’uso del corpo per avere importanza e visibilità».

Per approfondire, puoi scaricare da QUI la tesi.

Quanto alla presunta ingenuità delle Winx, basta vedere un «Enchantix!» – il momento in cui le Winx acquisiscono poteri magici – per capire che non c’è niente di ingenuo. Meglio ancora se ti guardi un montaggio di tutti gli Enchantix delle Winx: su YouTube ne trovi in quantità, perché evidentemente la scena resta impressa alle bambine, che non fanno che riprodurla e rivederla.

Ma facci caso: quando fanno «Enchantix!» le Winx sono progressivamente spogliate e zoomate su tette, inguini e sederi, con lo sguardo peloso tipico della più becera mascolinità. Altro che educande. Non ti ricordano le decine di scene televisive che Lorella Zanardo ha denunciato col documentario Il corpo delle donne?