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I rischi dei giochi di parole di Renzi: l’effetto comico

Renzi-Crozza

In luglio avevo scritto un articolo (qui e sul Fatto Quotidiano) sui rischi che Matteo Renzi corre quando esagera, come spesso fa, con le cosiddette “figure di parola”, che sono le figure retoriche che lavorano sul suono, sul significante più che sul significato (anche se ovviamente hanno ripercussioni anche sul significato): allitterazioni, anafore, chiasmi, figure etimologiche, paronomasie, ripetizioni, rime e altro. Perché lo fa? Perché le figure di parola sono adatte a essere riprese dai media come titoli e si trasformano meglio di altre in slogan facili da ricordare. Il problema fondamentale, quando un politico esagera con le figure di parola, è Continua a leggere

Umberto Eco, Erri De Luca, Rita Levi Montalcini per gli auguri di capodanno

Imperdibile l’ultima Bustina di Minerva di Umberto Eco, che ci spiega i “bersanemi”, le celebri frasi di Bersani che Crozza ha messo in parodia: tutti li chiamano metafore ma sbagliano, perché invece sono esempi paradossali. Alla fine Eco ammonisce: «Ben vengano i paradossi espressi dai bersanemi, purché non si continuino a fare cose faticose e stupidamente inutili». Ma leggi l’articolo per intero: Il senso di Bersani per la metafora.

Inevitabile, dal 2008, che a fine dicembre arrivino a questo blog le visite (centinaia!) di chi cerca il “Prontuario per il brindisi di capodanno” di Erri De Luca e trova il mio post del 31 dicembre 2008. Tanto vale allora riprenderlo: Prontuario per il brindisi di capodanno.

Impossibile, oggi, non rivedere il filmato in cui Rita Levi Montalcini rispondeva a sei giovani ricercatrici provenienti da tutto il mondo. Era la fine del 2009, Rita aveva 100 anni, si trovava in Israele e parlava di ricerca internazionale, donne, futuro. Eccola, in una pittata che Attilio Del Giudice ha intitolato “Per il primato del neocorticale”.

Rita Levi Montalcini di Attilio Del Giudice

Ecco infine il video, grazie alla Fondazione EBRI.

Le caste e il pensiero-mafia sono sempre quelli degli altri

La settimana scorsa Maurizio Crozza ha fatto due monologhi sul pensiero-mafia e le caste, il primo a «Ballarò», martedì 13 dicembre, il secondo a «Italialand», venerdì 16.

Il pensiero-mafia è quello che c’è «quando siamo in chiusura, quando ci chiudiamo: “Fate quel che volete ma non toccate i miei interessi”». Ovviamente Crozza critica il fallimento del governo Monti (almeno per ora, perché a sentire Passera «non è finita») sulle liberalizzazioni di farmacie e tassisti.

La gag di Crozza è di quelle acchiappapopolo, perfetta cioè per suscitare facile consenso e applausi. Tranne che, ovviamente, da parte delle caste interessate. Che Crozza elenca: «I notai, i giornalisti, i tassisti, i medici, i baroni universitari, i commercianti, i politici, gli avvocati, i giudici».

Vero: il corporativismo è uno dei mali peggiori della società italiana e ne abbiamo discusso diverse volte (vedi per esempio Vu cumprà, dentisti e donne: razzismo, sessismo o corporativismo?).

Vorrei ora focalizzare questo aspetto: è tipico delle caste pensare che le caste siano sempre e solo quelle degli altri, mai il gruppo cui si appartiene: «Gli altri sono chiusi, intoccabili e privilegiati. Noi no, noi. No».

Ci è caduto anche Crozza, ah, se ci è caduto. Perché a un certo punto, nel monologo di venerdì 16 a Italialand, dice:

«Facciamo una casta per comici? Dài, facciamola. Ma non si può, no che non si può. Perché se domani mattina arriva un giovane qua, che fa ridere più di me, fa un provino a La7, fa ridere e mi tolgono dai coglioni, io me ne vado. Io lo guardo e rido. Mi girano un po’ i coglioni anche a me, è chiaro, però lo guardo e rido. È bello che tutti possano fare tutto. Tutti devono fare tutto. Se un giovane viene qui a fare il comico ed è bravo, fallo, basta, me ne vado via, c’ho 52 anni, sono vecchio. Va benissimo. Però se un giovane vuol fare il tassista non può, perché deve spendere 100-150 milioni di licenza».

Eh, no caro Crozza, magari andasse come dici: in Italia il mondo dello spettacolo è una delle caste più chiuse che ci siano. Forse la favola che racconti andava così ai tempi di Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi e compagni. Ma abbiamo ormai due generazioni di attori, comici, registi, sceneggiatori che sono «figli di» e «parenti di». Un giovane sconosciuto fa il provino a La 7 e tu te ne vai a casa? Non so, nutro forti dubbi.

Morale della favola: fa parte del pensiero-mafia delle caste pensare che il pensiero-mafia sia sempre e solo quello degli altri. E pensarlo anche in buona fede, a volte, non solo in cattiva.

I rischi della (non) comunicazione di Mario Monti

Da quando Monti è Presidente del consiglio sono in molti a elogiare la sobrietà del suo stile di comunicazione: discorsi asciutti, nessuna concessione ai giornalisti, un tocco di ironia ogni tanto. Proprio quello che ci voleva per abbassare finalmente i toni, dopo anni di dichiarazioni sopra le righe, turpiloquio, gestacci e promesse vacue. Giusto.

Chi in questi anni si è fatto l’idea che la comunicazione politica coincida con le peggiori scene a cui i partiti ci hanno abituati non può che rallegrarsi, concludendo che Monti, per fortuna, non fa comunicazione: lavora duro, non ha tempo da perdere con i media e va dritto al sodo.

Allora ripeto una cosa che ho già detto altre volte: fare comunicazione politica non è quella robaccia, ma vuol dire entrare in relazione con i cittadini. E farlo tramite i media, vecchi o nuovi che siano.

Ora, per quanto il governo Monti si dica «tecnico», è inevitabilmente (e ovviamente) politico, almeno per tutte le ragioni che ha spiegato Ilvo Diamanti su Repubblica. Come tale, non potrà sottrarsi al gioco della comunicazione per più di qualche giorno ancora, a maggior ragione perché non è stato scelto dai cittadini, ma è nato in un momento di emergenza e dovrà prendere provvedimenti anche impopolari.

Per ora i sondaggi dicono che alla maggioranza degli italiani – oltre che ai partiti – questo governo «piace», come ribadiva Nando Pagnoncelli martedì sera a Ballarò:

Le piace il governo Monti?

Ma se Ipsos chiede allo stesso campione di valutare con qualche aggettivo in più i ministri del governo Monti, scopriamo che già adesso, a bocce ferme, solo il 42% si esprime nettamente a favore, dicendo che sono «competenti e affidabili». Un complessivo 43%, invece, esprime qualche perplessità:

I ministri del governo Monti sono...

Insomma, Monti prima o poi dovrà fare i conti con qualche suo problemino di comunicazione. Quale?

Be’, il public speaking non sembra finora il suo forte: sguardo basso, postura rigida, voce monotona e tendenzialmente inespressiva. Un insieme che lo rende freddo: pare non solo privo di emozioni, ma incapace di suscitarle. È ciò che ha colto immediatamente Maurizio Crozza, con il suo «Monti Robot».

Spero che il Presidente del consiglio se ne renda conto in fretta e faccia di tutto per scaldare la sua comunicazione quel tanto che basti. Non si può infatti rendere più sopportabile nessun sacrificio se non si fa leva su nessuna emozione, né propria né altrui. Né ci si può far perdonare eventuali errori. O forse pensiamo che Monti non sbaglierà mai?

Il «Monti Robot» di Maurizio Crozza:

Un brano del discorso di Monti per la fiducia al Senato il 17 novembre:

«Il Pd che sogna» Renzi sembra una parodia di Veltroni

Ieri Matteo Renzi ha mandato una newsletter e pubblicato sul suo sito un testo per spiegare l’evento del Big Bang, che si terrà da domani a domenica, alla Stazione Leopolda a Firenze. Le analogie con la retorica di Walter Veltroni (e meno male che voleva «rottamarlo») sono talmente forti, che il testo sembra quasi la parodia di un discorso di Veltroni: una lista onnicomprensiva che mette assieme i desideri più svariati, annullando i contrasti e le contraddizioni a colpi di congiunzioni coordinanti («ma», «e non», il celebre «ma anche») e zuccherando tutto con la retorica della bellezza e l’insistenza sul sorriso e l’ottimismo.

Mattero Renzi Walter Veltroni

Della somiglianza fra Veltroni e Renzi si è già accorto Maurizio Crozza, che martedì 18 ottobre a «Ballarò» ha inscenato questo dialogo con lui:

  • «Renzi, ma lo sa chi è stato l’ultimo ad aver usato una canzone di Jovanotti?»
  • Renzi lo guarda perplesso.
  • «Veltroni.»
  • Risate del pubblico.
  • «Renzi, sicuro di voler usare il titolo di una canzone di Jovanotti per il raduno di rottamatori?».
  • Renzi ride, mentre Crozza: «Perché invece non usa Mannoia?».
  • Renzi perplesso. «Pensi che bello: Renzi Mannoia!»

Ecco il testo «Il Partito democratico che vorrei», di Matteo Renzi (i grassetti sono miei):

Il PD che sogno vuole vincere, perché si è stufato di partecipare. Combatte le idee che non condivide, ma rispetta le donne e gli uomini e quindi non accetta la logica degli attacchi personali. Vuole che tutti abbiano una casa ma non delega l’urbanistica alle cooperative dei costruttori o ai professionisti del mattone. Si organizza dentro ai circoli ma cerca di vivere soprattutto fuori, a contatto con le persone vere, quelle in carne e ossa, non quelle dei sondaggi. Scende in piazza una volta ogni tanto e quando lo fa usa le armi non convenzionali del sorriso, non della minaccia: ma soprattutto vive la piazza ogni giorno, come luogo dell’incontro, come occasione per combattere la solitudine del nostro tempo. Perché vogliamo rimanere persone, non trasformarci in consumatori. Ci sono tre milioni di italiani che si impegnano per gli altri nel volontariato, quindici milioni di cittadini che usano il cinque per mille e più di un milione di cittadini che fanno sostegno a distanza: noi non abbiamo bisogno di una big society, lo siamo già.

Il mio PD rimette a posto i conti dello Stato e della amministrazioni pubbliche, non li sfascia. Giudica immorale il debito lasciato in eredità alle nuove generazioni e non sopporta l’idea che oggi lo Stato spenda più per gli interessi che per la scuola: paghiamo più per le colpe dei padri che non per educare i figli. Vuole il consenso degli italiani, ma anche il coraggio dei cittadini. E crede che lo slogan più bello sia quello della verità. Apprezza chi lavora per le istituzioni ma non vuole che nelle aziende pubbliche l’interesse di tutti sia messo in secondo piano rispetto ai privilegi di pochi. Pensa che ci salveremo solo investendo sul merito e sul capitale umano, non sulle tutele burocratiche. Dice di volere che nessun politico metta bocca sulla Rai, su Finmeccanica, sulle municipalizzate ma non lo dice solo il giorno dopo aver perso le elezioni: lo dice – e lo fa – soprattutto il giorno dopo averle vinte.

Il mio PD crede nel coraggio prima che nella paura. È fiero di essere italiano anche quando si sente cittadino del mondo. Crede che l’Italia abbia risorse strepitose e non cede alla retorica del declinismo per cui si stava meglio quando si stava peggio. Vuole produrre bellezza, non volgarità. E vuole che lo Stato sia compagno di viaggio non ostile burocrate per chi fa impresa e per chi vi lavora. Non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro. O di chi ne ha cinquanta e l’ha appena perso. Crede nella formazione permanente ma non nei burocrati della formazione. E riduce le cattedre universitarie, ma aumenta la qualità dell’insegnamento. Manda in pensione i cittadini due anni dopo, ma assicura un asilo nido in più.

Il mio PD crede nella politica e per questo teme l’antipolitica. Pensa che o si tagliano i costi della cosa pubblica oggi o saremo travolti tutti. Supera il bicameralismo perfetto, riduce i livelli istituzionali, taglia il numero e l’indennità dei parlamentari e dei consiglieri regionali, cancella i vitalizi e lo fa davvero, non solo negli annunci di campagna elettorale. Abolisce il finanziamento pubblico ai partiti perché altrimenti non ha senso fare i referendum. Ringrazia chi ha servito per tanti anni le Istituzioni. Ringrazia davvero, senza ironie. Ma non crede offensivo chiedere il ricambio per chi da qualche lustro occupa gli scranni del Parlamento: si può far politica anche senza una poltrona, anche rimettendosi in gioco. Chi ha causato il problema in questi anni non può proporsi come la soluzione. E comunque, qualunque sia la legge elettorale, in Parlamento ci deve andare chi prende voti, non chi prende ordini.

Il mio PD scommette sui diritti civili e anche sui doveri privati. Il mio PD non è terrorizzato da chi ha idee ma da chi non ne ha mai avute e magari vive ancora di rendita su quelle degli altri. Il mio PD è quello che fanno gli elettori con le primarie e nella vita di tutti i giorni. È quello che insieme proveremo a fare anche alla Stazione Leopolda.

Bersani: «Non siamo mica qui ad asciugare gli scogli»

Dopo le riflessioni della settimana scorsa sul guadagno d’immagine che Crozza ha portato a Bersani e sull’importanza del sorriso per i politici, puoi immaginare con quanta soddisfazione ho guardato Bersani che – alla Conferenza sul lavoro a Genova – rideva sulle battute di Crozza nel bel mezzo di un serissimo discorso sul lavoro:

«Oggi mi toglierò un po’ di sassolini, quindi rischio di essere un po’ polemico, vabbe’ tanto… [sorride] “Dov’è il progetto?”, una domanda che fan solo a noi, no? Ma noi siamo contenti, perché io la sento fare solo a noi, ma io son contento. “Dov’è il progetto?” e io dico “Stiamo lavorando… ma, appunto, non è che siam stati qui a [sorride] pettinar le bambole o… [risate, inizio di applausi] no aspetta… a Genova diciamo “asciugar gli scogli”…[ride]».

Risate del pubblico, applausi scroscianti: bravo Bersani, mi dico, avanti così.

Mai cantare vittoria troppo presto, però: dopo aver non solo menzionato ma accolto («Io son contento»: in retorica si chiama concessione) la domanda che tutti fanno al Pd («Dov’è il progetto?») e dopo aver creato suspense con annessa risata (perfetto!), tutti ci aspetteremmo una risposta, finalmente.

Invece Bersani attacca prima un discorso contorto sui difetti del Pd:

«Noi avremmo non solo la cosa fatta [la cosa?], diciamo elaborata, abbiamo anche della cosa decisa… decisa… che può comporre [comporre che?]… certo dobbiamo ancora lavorare per l’amor di dio, però chi ci fa questa domanda che allude sempre al fatto di un Pd che non ha, diciamo, sufficienti proposte per essere un partito riformista, intendiamoci, è uno stimolo che dobbiamo prendere [bravo, accoglie gli stimoli], eh, perché, oh, non sto mica dicendo che siamo a posto, da me non sentirete mai dire che non c’è da lavorare, perché noi non siamo ancora a posto.»

Poi si contorce ancora su come dovrebbe essere non la risposta – che già sarebbe qualcosa – ma chi fa al Pd la domanda.

Un discorso di cui ti risparmio i dettagli (bisogna ascoltarlo due volte per capirlo), ma il cui succo è «L’avevo detto io», ovvero il Pd aveva ragione ma nessuno l’ha ascoltato, ovvero ancora: non siamo stati capaci di imporci. Un discorso che infine lascia ad altri la decisione su chi aveva ragione: «Ho chiesto e chiedo: chi aveva ragione? È titolato a chiederci se abbiamo il progetto solo chi dice chi aveva ragione».

Morale della favola: in 2’48” destinati a essere ripresi da tutti i media perché cominciano citando Crozza, Bersani avrebbe potuto scolpire nelle nostre menti, con poche parole ben assestate, la risposta che tutti dal Pd ci aspettiamo.

Invece è riuscito a implicare che:

  1. la risposta non c’è,
  2. il Pd non è ancora pronto a governare («Non siamo mica a posto»),
  3. non è stato capace di imporsi anche quando pensava di avere ragione,
  4. forse non aveva neppure ragione.

Lo sforzo di Bersani sul referendum

Poiché la comunicazione funziona sempre in modo sistemico, si capisce perché ultimamente le uscite di Bersani possano apparire meno deprimenti di mesi fa: a fronte della comunicazione ormai disastrosa del centrodestra, lui svetta.

Se poi consideriamo il guadagno d’immagine che gli hanno procurato le imitazioni di Maurizio Crozza – l’unico che sia riuscito a strappargli un sorriso in pubblico – capiamo meglio da dove viene l’idea, sempre più diffusa, che Bersani sia all’improvviso migliorato: più morbido, disteso, perfino simpatico, con tutte quelle fantasiose metafore sui giaguari smacchiati e le lucciole fotovoltaiche, che se l’è inventate Crozza, lo sappiamo, ma che importa: ormai è come se le avesse dette Bersani.

Ieri pomeriggio stavo seguendo in rete una delle tante dirette sul referendum, quando, dopo le 16, comincia a circolare questa sintesi: «Bersani: “È stato un referendum sul divorzio, divorzio tra governo e Paese”».

Sorrido pensando a Crozza, e subito rilancio su Facebook ottenendo in pochi minuti decine di «Mi piace»: «Bersani: che stia finalmente imparando da Crozza a fare battute decenti?».

Mi precipito a cercare il video della conferenza stampa e torno alla realtà: una faccia tesa, tutta sforzata, come se Bersani fosse preoccupato e addirittura un po’ addolorato, come se pensasse che i risultati del referendum gli porteranno solo guai, perché ora sì che gli tocca fare proposte concrete. E infatti le promette per l’ennesima volta.

O forse Bersani stava solo maledicendosi per non aver fatto come Di Pietro, sostenendo i referendum dall’inizio:

«Era il 22 aprile 2010 quando aveva detto: “Noi non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni si sono persi 24 referendum e poi perché il referendum manca dell’aspetto propositivo. Detto ciò, noi guardiamo con simpatia a tutti coloro che si stanno muovendo contro la privatizzazione forzata dell’acqua pubblica”» (Il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2011).

Altro che giaguari.

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