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Chatroulette arriva in tv

In febbraio avevo scritto un articolo su Chatroulette per la rubrica Chips&Salsa del supplemento settimanale «Alias» del Manifesto («La tristezza del mondo vista da una chat») e alcuni giorni fa ho avuto uno scambio di mail con Stefano, studente magistrale in Scienze Filosofiche a Bologna, che sta preparando una tesi sul Web 2.0.

Nel frattempo, nella puntata delle Iene di mercoledì scorso, due vistose ex partecipanti al Grande Fratello, Francesca Fioretti e Melita Toniolo, hanno usato Chatroulette in trasmissione, facendo un gioco chiamato «Su le mani»: vinceva chi delle due fosse riuscita a far desistere gli ometti dall’altra parte della webcam dal fare ciò che la maggior parte dei frequentatori della videochat fa senza tregua, masturbarsi. (Chiarissima e banale la ragione di audience per cui «Su le mani» è stato proposto dalle Iene.)

Avevo già chiesto a Stefano il permesso di pubblicare il nostro scambio. Mi pare a maggior ragione utile farlo ora, data la visibilità che Chatroulette ha ottenuto su Mediaset.

Scriveva Stefano il 28 settembre:

Gentile professoressa, ho letto quel che ha scritto su Chatroulette e apprezzo molto il modo in cui analizza il fenomeno senza demonizzarlo. Tuttavia, pur essendo d’accordo sul non demonizzare la rete, vorrei suggerirle un’analisi un po’ diversa.

Lei scrive che “come ogni altro ambiente in rete” esso “non fa che rispecchiare il mondo”, ma la mia visione è un po’ diversa.

Il web rende possibili atti che non sarebbero possibili nella vita reale: in particolare, Chatroulette è una chat “random”, nella quale l’incontro di sconosciuti è casuale e virtuale (ovvero essi sono lontani da noi, uniti a noi solo da un algoritmo random) e ciò rende possibile un oltrepassamento istantaneo della morale.

È quindi anche una fenditura della morale interpersonale. O meglio: nessuno può identificarti, ritrovarti ecc., se tu non lo vuoi, per cui ogni responsabilità connessa al timore di queste conseguenze scompare. Certo, sempre che non si vogliano prolungare i rapporti, ma su Chatroulette è complesso (più che sui forum/social network).

Vorrei sottolineare che non vi è alcun giudizio negativo in questa analisi: vorrei solo farle notare che senza questo sito, ciò non sarebbe possibile.

Lei scrive: “Tutto ciò equivale a dire che nessun mezzo – nemmeno Chatroulette – determina i suoi usi in modo lineare e univoco”. In effetti non determina, ma inclina. Pierre Lévy diceva che l’imperativo del web era “Bisogna vedere tutto”, ma ora questa visione converge in una autospettacolarizzazione degli utenti stessi, che diventa un voyeurismo virtuale: nel caso di Chatroulette, molto spesso ci si masturba guardando chi ci sta guardando virtualmente.

Forse osservare compulsivamente il numero di visite del proprio account (o i “mi piace” sulle proprie foto) è un processo assai simile al masturbarsi su Chatroulette.

Chatroulette non è tanto/solo “uno strumento portentoso di verità e conoscenza”, ma soprattutto “uno strumento portentoso di verità e conoscenza su ciò che accade di fronte a una fenditura della morale”.

Ritengo che questa analisi possa esser utile: dopo aver pensato a tutto ciò, ad esempio, ho diminuito il numero di volte in cui guardo chi mi guarda sui miei account.

Grazie in anticipo, anche solo se ha letto fin qua. Stefano»

Così ho risposto a Stefano:

Caro Stefano,
sono d’accordo con te. “Non determina ma inclina”, è vero. Come ogni tecnologia, d’altra parte: dal telefono alla lavatrice.
Ho sostenuto una tesi nettamente antideterministica, in quell’articolo sul supplemento del Manifesto, solo perché volevo contrappormi all’onda mediatica sul tema: l’ennesima “chat” che uccide i bambini.
So bene, però, che l’antideterminismo radicale è altrettanto sciocco del determinismo radicale.
Dunque, lungi da me sostenere una posizione illusoriamente antideterministica! Un abbraccio

Aggiungo ora che apprezzo molto l’accostamento proposto da Stefano fra «osservare compulsivamente il numero di visite del proprio account (o i “mi piace” sulle proprie foto)» e masturbarsi su Chatroulette.

È un po’ una provocazione, ma a pensarci bene è densa di spunti.