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Fuori dalle gabbie, la donna Trans-Age

Alcuni giorni fa Lorella Zanardo ha scritto un post, intitolato «Gabbie», che ho amato molto. E non potevo non amarlo, visto che da anni parlo di Trans-Age. 🙂

(cfr. «La donna Trans-Age», in A. Mascio (a cura di), Visioni di moda, Franco Angeli, Milano, 2008, pp. 74-94, scaricabile da QUI.)

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009 (i grassetti sono miei):

“Un giovane di 31 anni è stato fermato in evidente stato di ubriachezza…”

“A 45 anni i giochi sono ormai fatti: se non hai fatto carriera, difficile che a quest’età tu possa avere ancora chance.”

“Obama è un Presidente giovanissimo: a soli 48 anni…”

“È necessario rinnovare un partito che vede nelle sue fila dirigenti di oltre 50 anni, ormai prossimi alla pensione.”

“A 63 anni Michele Placido diventa papà! Confermando la sua vitalità creativa, presenta al mondo la sua giovane moglie di 23 anni!”

“Cosa cerca Riccardo Scamarcio nella storia con Valeria Golino? Certo una figura materna.”

“Demi Moore e il suo toy boy: il giovane marito di ben 14 anni più giovane…”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei è così giovane… si faccia prima le ossa.”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei, mi perdoni, ha già una certa età, non vorrei che non sapesse interpretare le esigenze del mercato.”

“Stai bene vestita così, certo che i pantaloni così stretti alla tua età…”

A 30 anni sei ancora un giovane, a 45 è già tardi però per dimostrare di valere: in 15 anni la percezione che la società ha degli individui cambia in modo schizofrenico. Si è considerati troppo giovani fino a più di 30 anni, vecchi dopo i 45.

A 50 anni sei un giovane presidente, ma sei solo un politico attempato, se non hai già raggiunto una leadership conclamata.

A 60 e più anni sei un ganzo se sei uomo e fai un figlio con quella che potrebbe essere tua nipote; ma sei una vecchia carampana, probabile nave scuola ecc., se hai un compagno anche solo di qualche anno più vecchio di te.

Dopo i 40 anni non si va in discoteca, vuoi che ridano di te?

I figli si fanno prima dei 30 anni, se no vuol dire che sei egoista, hai voluto godere di tutto prima di procreare.

Se hai un’ idea vincente e sei troppo giovane, non sei affidabile.

Se hai una buona idea e non sei più tanto giovane… non sei affidabile.

GABBIE

Propongo di liberarcene.

Ne soffriamo tutti, uomini e donne, anche se noi donne subiamo tutte le restrizioni a cui i maschi sono soggetti oltre ad altre, quelle che riguardano l’età e l’estetica. Lacci e lacciuoli che ci immobilizzano. Alcuni riescono a rimanere spiriti indomiti, la maggior parte subisce e si fa docilmente ingabbiare. Basterebbe, anche qui, porre delle semplici domande:

“Perché sono troppo giovane per questo lavoro? Mi ascolti.”

“Perché sono troppo vecchio per questo progetto? Guardi cosa le propongo.”

“Perché non posso andare in discoteca a 50 anni? Sto da dio e quando esco ho tanta di quella energia che riesco a migliorare ciò che mi circonda.”

“Perché non posso proporre un nuovo percorso al mio partito, anche se ho solo 20 anni? Ascoltatemi.”

Poi tutti ammiriamo Louise Bourgeois che a quasi 100 anni scolpisce con una energia pazzesca circondata da giovani allievi. Ieri [31 ottobre 2009, n.d.r.] tutti abbiamo commentato con meraviglia il coraggio di Mahmoud Vahidnia il ragazzino che ha chiesto a Khamenei, Guida Suprema dell’Iran: “Scusi, perché nessuno può criticarla?” Pare che l’artista Marina Abramovic stia un gran bene con suo marito, di 18 anni più giovane di lei. Il miglior interprete delle poesie di Thomas Stearns Eliot fino a qualche anno faceva il manovale; a 48 anni ha letto Eliot e ha cambiato vita. Bill Gates a 20 anni aveva già iniziato a cambiare il mondo.

Il brutto è che spesso ci infiliamo noi nelle gabbie. E siamo talvolta i peggiori nemici di altri che, dalle gabbie, coraggiosamente provano a evadere.

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009

I registi fra le macerie

Nei giorni scorsi in Abruzzo si aggiravano un po’ di registi italiani. A quanto ne so, c’erano Mimmo Calopresti, Francesca Comencini, Ferzan Ozpetec, Michele Placido, Paolo Sorrentino. Di sicuro me ne sfugge qualcuno.

Già si trovano su YouTube i primi risultati del loro girare fra le macerie.

Calopresti accompagna le immagini del disastro con la canzone Perfect Day; Comencini fa parlare le donne di San Gregorio; Sorrentino si sofferma sulla non assegnazione delle tende, dopo che uno ha gridato «sono a sufficienza per tutti, sennò mi tagliate la testa!»; Ozpetec dedica il corto ad Alessandra Cora, una giovane di origini capresi che ha perso la vita nella tragedia; Placido, nel suo duplice ruolo di attore e regista, si fa riprendere mentre raccoglie le testimonianze di alcuni extracomunitari, che hanno scavato con le mani per salvare i compaesani.

Non so. Indipendentemente dalla qualità dei corti – a volte non distinguibili dalle centinaia di riprese giornalistiche di questi giorni – c’è qualcosa che non mi piace.

Documento? Arte? Autopromozione?

Capisco le buone intenzioni e la necessità di testimoniare, ma in questi casi il confine con lo sciacallaggio e l’intrusione nel dolore altrui è così sottile, che tenere qualche videocamera spenta non guasterebbe. O conservare il girato per tempi e storie successive. Perché il dolore ha bisogno di tempo. E di silenzio.

Cito a memoria Erri De Luca che, intervistato dalla Bignardi venerdì scorso, ha detto più o meno: «Durante una tragedia bisognerebbe vietare ai giornalisti di chiedere alla gente: “Cosa provi?”, “Come ti senti?”. Perché se la domanda è abolita, magari aguzzano l’ingegno e gli viene un’idea migliore.»

Anche ai registi bisognerebbe vietarla.

Mimmo Calopresti, «Perfect Day»

Francesca Comencini, «Le donne di San Gregorio»

Ferzan Ozpetec, «Nonostante tutto è Pasqua»

Michele Placido, «Le mani di Osmai»

Paolo Sorrentino, «L’assegnazione delle tende»